Sensibili alla scomparsa della civiltà umana - incontro online il 29 marzo

Per il testo completo comunicazione su:
https://zibaldoneecopacifista.webnode.it/l/sensibiliscomparsacivilta/
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da parte di Alfonso Navarra - coordinatore dei Disarmisti esigenti (www.disarmistiesigenti.org) cell. 340-0736871
Sensibili alla possibile scomparsa della civiltà umana
... e fiduciosi nella nonviolenza quale strategia razionale sospinta dalla forza di Eros, l'istinto vitale.
"La nonviolenza è il cammino che dobbiamo imparare a percorrere". Stéphane Hessel in "Indignatevi!"!
Incontro online organizzato dai Disarmisti esigenti per domenica 29 marzo 2026
dalle ore 18:00 alle ore 20:00
Link per la partecipazione su piattaforma Zoom:
https://us06web.zoom.us/j/85941156699?pwd=m4GE504bQcb6V1hhS0tADISoe5saiU.1
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Un invito al confronto aggiornato dopo il NO KINGS DAY D del 28 marzo
La sopravvivenza stessa della nostra specie è a rischio ed una serie di fattori lo evidenziano.
Il primo fattore sono le guerre provocate da militarismo e nazionalismo, tutti i conflitti per i confini suscitati dalla mentalità tribale strumentalizzata dal "potere su". I "pezzetti" conflittuali, sfuggendo al controllo, possono estendersi e generalizzarsi, portando a una deflagrazione generale.
Le pistole dei contendenti su questa o quella porzione di territorio, serbatoio di risorse da sfruttare o da far sfruttare, sparano in un mondo che è una santabarbara nucleare, caratterizzato dal genocidio programmato della deterrenza.
La miccia che prende fuoco può innescare la deflagrazione universale e totale, condurre all'umanicidio.
Aggiungiamo il riscaldamento climatico: ormai non c'è nemmeno più l'impegno a fermarlo ma si discute su come adeguarsi.
Ancora: la tendenza ad erodere il diritto internazionale e la crisi dello Stato di diritto e della democrazia a discapito di tendenze autoritarie e repressive, spesso rivolte contro l'idea stessa dell'eguaglianza tra esseri umani.
La distruzione dello Stato sociale - scuole, ospedali, pensioni, beni pubblici - a causa della tecnofinanza che sostituisce i valori cartacei al lavoro reale ed elude il fisco.
I robot continuano a distruggere il lavoro operaio mentre l'intelligenza artificiale comincia ad intaccare quello intellettuale.
Qui si innesta un rischio sottovalutato, il progetto di un mondo post-umano, dove gli esseri umani, diventati inutili, saranno sostituiti da cyborg al servizio di una élite super-ricca, aspirante all'immortalità e indifferente alla sorte dei prossimi considerati "inferiori".
In questa situazione di crinale apocalittico della Storia emerge ora, dagli USA, il movimento NO KINGS, alla sua terza e più massiccia prova della mobilitazione del 28 marzo, dopo quella del 2025 e quella dello scorso giugno.
La mobilitazione è globale e fa evocare il ritorno della "seconda superpotenza mondiale", a dire il vero una esagerazione mediatica del NYT (i 100 milioni di manifestanti contro la guerra in Iraq di Bush jr non si sono mai avuti realmente ...).
"Together: contro i Re e la loro guerre" è il solito movimento spontaneista senza direzione formalizzata e fluido per definizione, trasversale e - per fortuna - NONVIOLENTO.
Molto variegato come partecipanti, ma con un protagonismo particolare di giovani e donne, e molto recettivo verso istanze diverse, antiTrump e pro immigrazione, pacifiste, antifasciste, femministe (transfemministe!) e pro Pal.
L'obiettivo, negli USA delle 3.500 manifestazioni, è "detronizzare Trump", visto che l'America è nata proprio per liberarsi di un re inglese e quindi ne rigetta uno fabbricato in casa: si afferma una identità "repubblicana" (nel senso di non monarchica) che rifiuta l'eccessivo potere della Casa Bianca.
L'evento principale, con l'intervento di Bernie Sanders e Bruce Sprigsteen, è quello di Minneapolis, in Minnesota, Stato del Midwest che è diventato un punto focale della repressione dell'immigrazione voluta da Trump per il tramite dell'ICE.
I sondaggi negli USA confermano che la maggioranza della popolazione è contraria alla guerra e si sente travolta da uno tsunami economico. Si comincia a temere che alla testa della Nazione vi sia uno squilibrato con pericolose manie di potere illimitato.
Ma 300 manifestazioni si sono tenute in 12 Stati, dal Regno Unito (Londra), dalla Francia (Parigi), all'America Latina all'Australia.
In Europa si sono tenuti cortei anche a Madrid, Barcellona, Porto, Lisbona, Dublino, Francoforte, Amsterdam, Vienna, Amburgo, Malmoe, Dusseldorf, Zurigo, Stoccolma e Atene.
In Italia, a Roma, in un certo senso abbiamo assistito ad una specie di secondo tempo del NO del referendum del 22 e 23 marzo.
Il corteo NO KINGS Italia, si parla di 300.000 partecipanti, è stato animato da 700 sigle, tra CGIL e sindacati di base, molta generazione Z pro Pal, molta Non una di meno, molti centri sociali, tutti uniti dall'obiettivo di "mandare a casa il governo Meloni", dietro lo striscione: PER UN MONDO LIBERO DALLE GUERRE.
La manifestazione si è svolta tranquillamente e allegramente, al di là di piccoli episodi secondari: le Meloni ghigliottinate in effige, le bandiere di USA ed Israele bruciate, gli striscioni pro Cospito, i cartelli forattiniani "giù le mani dal valoroso popolo iraniano".
"Blocchiamo la tangenziale, blocchiamo il governo", si grida dal carro di testa.
Il nostro auspicio è che gli elementi positivi di questa nuova spinta partecipativa prevalgano, per dare sbocco positivo a chi negli anni del governo Meloni (e dei governi che lo hanno preceduto) ha sperimentato sulla pelle l'impoverimento e la limitazione delle libertà.
A chi ieri è tornato in piazza appare chiaro che la guerra e la sua legittimazione servono a disegnare un futuro di stenti economici e di autoritarismo anche in quella parte privilegiata del mondo dove ancora non si combatte armi in pugno.
Noi proveremo a fare la nostra parte di "aggiunta nonviolenta" per fare sì che la forza popolare messa in campo riesca a conseguire un esito diverso rispetto a quello cui la si vuole trascinare dall'alto.
Ecco, in questo senso, la comunicazione che abbiamo emesso oggi per invitare al nostro incontro di riflessione:
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Dal 28 marzo alla svolta possibile: quando la piazza smentisce il "Sovrano"
Il 28 marzo 2026 non è stato soltanto un giorno di manifestazioni oceaniche negli Stati Uniti e in centinaia di città del mondo. È stato qualcosa di più profondo: una conferma empirica che l'"esperimento con la verità" della nonviolenza non appartiene ai libri di storia, ma alla nostra attualità più urgente. Se la nonviolenza è una scienza, allora i milioni di persone scese in strada rappresentano il dato sperimentale che conferma la teoria: la coscienza collettiva sta rigettando la logica del "Sovrano", quella logica che pretende di governare la vita e la morte dell'umanità.
Questa mobilitazione globale parla direttamente alla minaccia dell'umanicidio che denunciamo e illumina le quattro direzioni di lavoro che proponiamo nel nostro incontro di oggi.
La caduta del "Sovrano": quando la vita rifiuta Thanatos
Lo slogan **NO KINGS** ha colpito al cuore la psicologia della guerra. Nella modernità il "Re" non è solo il leader autoritario di turno. Il "Re" è la Bomba Atomica: l'unico potere che rivendica il diritto di annientare la specie senza rispondere a nessuno.
Le piazze di ieri hanno espresso un rifiuto netto: nessun obiettivo geopolitico, nessuna rivalità imperiale può giustificare il rischio della fine della civiltà. È l'Eros collettivo – la pulsione di vita, relazione e cura – che si ribella alla logica glaciale di Thanatos, la pulsione di dominio e distruzione.
Interdipendenza globale: una sola piazza, un solo destino
La presenza simultanea di milioni di persone negli USA, in Europa e nel resto del mondo – inclusi i 300.000 di Roma – mostra che la vulnerabilità condivisa è diventata il nuovo collante sociale.
Non esiste più distanza tra un giovane del Minnesota e uno del Lazio: entrambi vivono l'aumento del costo della vita alimentato dalle avventure belliche, e lo stesso terrore di un'escalation nucleare con l'Iran. La piazza ha compreso ciò che i governi continuano a negare: **la sicurezza è indivisibile**. Colpire l'Iran significa colpire l'economia di Minneapolis e la stabilità climatica di Roma.
L'obiezione di coscienza come scelta collettiva
La mobilitazione "No Kings" è stata, nei fatti, una gigantesca obiezione di coscienza. Milioni di persone hanno rifiutato la "catena del comando" che spinge verso il riarmo e verso un conflitto apocalittico.
La coerenza mezzi-fini è stata praticata in modo esemplare:
- "il mezzo" è stata la presenza pacifica, disarmata;
- "il fine" è una politica disarmata, fondata sulla responsabilità reciproca.
La piazza non ha cercato di abbattere il "Re" con la forza: ha semplicemente smesso di riconoscerne l'autorità. E così il "Re" è apparso nudo.
Il Trattato di proibizione delle armi nucleari: un mandato popolare
La giornata di ieri ha conferito un mandato di realtà al **Trattato di proibizione delle armi nucleari**. Mentre i leader discutono di come gestire il fiammifero in una stanza piena di benzina, la popolazione chiede di togliere la benzina dalla stanza.
La protesta americana contro Trump e il referendum italiano che ha respinto il progetto di revisione costituzionale del governo Meloni sono due manifestazioni dello stesso principio: la società civile rifiuta di delegare a un uomo solo – o a una ristretta élite – il potere di decidere il destino della democrazia o di avviare un conflitto irreversibile.
Dall'Orologio alla Piazza: la sintesi per il nostro incontro del 29 marzo
L'Orologio dell'Apocalisse segna 90 secondi alla mezzanotte. Ieri, milioni di persone hanno provato a fermare le lancette con le mani nude. Se la catena del comando si regge sulla paura, la piazza ha mostrato che la paura può essere trasformata in azione consapevole.
Il "Sovrano" è forte solo finché il suddito crede che la distruzione dell'altro sia la sua salvezza. Ieri, milioni di persone hanno smesso di crederci.
La domanda che ci attende oggi è semplice e radicale: come trasformare questa energia in un percorso stabile, organizzato e capace di incidere sulle scelte politiche?
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Un invito al confronto aggiornato dopo il voto referendario che ha sconfitto il governo Meloni
Solo la nonviolenza può salvare l'Umanità e la Terra
Ogni preparazione alla distruzione è già distruzione della nostra umanità.
In questa constatazione c'è il punto da cui ripartire: rifiutare la rassegnazione, obiettare alla scomparsa della civiltà umana. Di fronte alla crisi globale — politica, climatica, antropologica — solo la nonviolenza può offrirci una bussola per ritrovare orientamento e dignità.
Il nostro incontro del 29 marzo nasce con questo intento: applicare il Satyagraha, la "forza della verità", alla complessità geopolitica attuale. Non per formulare dogmi, ma per aprire un laboratorio permanente di riflessione politica capace di riconoscere limiti, errori e possibilità di cambiamento. Solo così il pacifismo potrà restare vivo, non ridursi a formula astratta.
1. Il crollo dei "sovrani": dal referendum a Trump
Il recente fallimento del progetto referendario del governo Meloni sulla separazione delle carriere segna non solo una sconfitta tecnica, ma la debacle di una ipotesi egemonica e la frattura di una catena di comando. È la caduta dell'illusione secondo cui la società possa essere guidata da un "Sovrano", un potere monolitico che impone dall'alto la propria visione.
Questo risultato italiano imprevisto nasce da processi che vengono da lontano e che hanno agito in profondità. La crisi dell'egemonia "MAGA" cui le politiche di Trump hanno condotto, la paralisi della strategia in Medio Oriente trascinata da Netanyahu, lo stallo di un Occidente incapace di immaginare la pace: tutti segnali di una fase nuova, in cui la pretesa di dominio implode di fronte alla resistenza viva della società civile — spesso guidata dai più giovani — che riscopre la propria autonomia e interdipendenza.
L'impasse iraniana ne è un esempio lampante: ciò che appare come prudenza tattica è in realtà il collasso di una strategia di potenza che ha ignorato la complessità economica ed energetica del conflitto.
2. Il paradosso della deterrenza: quando 1 + 1 = zero
Bisogna però essere chiari nella risposta da attivare. L'idea che l'atomica iraniana possa "equilibrare" il Medio Oriente è una formula di suicidio collettivo.
Aggiungere massa critica a un sistema instabile non conduce alla stabilità, ma all'esplosione.
La deterrenza si regge sulla favola della razionalità universale: ma in un contesto a reazione immediata, un errore tecnico o un falso allarme bastano per trasformare la "sicurezza" in annientamento. Parlare di deterrenza significa, in realtà, giustificare un genocidio programmato. E quando la sicurezza dipende dalla minaccia di sterminare l'altro, il soggetto politico che la rivendica è moralmente già defunto.
Il pacifismo di oggi non può più limitarsi alla denuncia: deve smontare concettualmente la logica dell'annientamento, svelare il suo carattere di nichilismo istituzionalizzato.
3. La nonviolenza come necessità biologica
Non è più solo una questione etica.
Oggi la nonviolenza è una condizione di sopravvivenza biologica.
Clima, biodiversità, intelligenze artificiali militarizzate, biotecnologie fuori controllo: tutte queste minacce rappresentano versioni diverse dello stesso paradigma violento che mira a dominare la vita invece di custodirla.
Rifiutare la preparazione alla guerra significa rompere la spirale del "male minore", la retorica che da decenni giustifica ogni escalation. Anche il cosiddetto nucleare civile ne è parte: la filiera dell'uranio è un continuum tecnico ed etico tra uso energetico e militare, e nessuna "modularità" potrà mai disinnescare la bomba delle sue scorie.
In questa prospettiva, la nonviolenza non è utopia: è realismo radicale.
4. Il 29 marzo è per noi accendere una candela
Nel buio globale che attraversiamo non serve un riflettore che illumini tutto il disastro: serve una candela che ci mostri dove poggiare il piede per il prossimo passo.
Il nostro appuntamento del 29 marzo vuole essere questo: un piccolo punto di luce da cui ripartire, insieme, per ridefinire il senso della politica come cura della vita.
Quattro direzioni ci guidano:
- Interdipendenza globale: la sicurezza nasce dal riconoscimento della vulnerabilità comune, non dalla minaccia reciproca.
- TPNW come bussola: il Trattato di proibizione delle armi nucleari non è carta morta, ma strumento giuridico e politico per disarmare la logica del "Sovrano".
- Obiezione di coscienza nel disarmo unilaterale come metodo: l'omogeneità mezzi fini
- Eros contro Thanatos: la forza vitale della mobilitazione civile è l'antidoto alla rassegnazione che prepara l'inverno atomico.
Conclusione
La nonviolenza non è inerzia, ma azione consapevole.
Non è debolezza, ma lucidità.
Non è un sogno, ma la condizione minima per continuare a essere umani
Solo la nonviolenza può ancora salvare l'Umanità e la Terra.
LA NOSTRA TERZA DIREZIONE DI LAVORO, L'OBIEZIONE DI COSCIENZA
Giustificare la terza direzione di lavoro — l'obiezione di coscienza come espressione dell'omogeneità tra mezzi e fini — significa toccare il cuore pulsante del Satyagraha. Non è solo una scelta etica individuale, è una strategia politica radicale che smonta la logica del potere dall'interno.
Ecco come possiamo articolare questa giustificazione per il nostro percorso:
1. Il seme e l'albero: l'illusione del "fine che giustifica i mezzi"
Per i Disarmisti Esigenti, il fine non è mai separato dal mezzo. Se il fine è una civiltà senza armi, il mezzo non può essere la minaccia delle armi.
La metafora biologica: Gandhi diceva che esiste la stessa connessione tra mezzo e fine che c'è tra il seme e l'albero. Non si può ottenere una quercia piantando un rovo.
Il fallimento della deterrenza: la deterrenza promette la pace (fine) attraverso la minaccia di sterminio (mezzo). Questa contraddizione crea un "frutto avvelenato": una pace che è solo terrore sospeso. L'obiezione di coscienza, invece, pianta il "seme" della pace nel corpo stesso dell'obiettore.
2. L'obiezione come "sciopero della catena di comando"
Se la guerra è una macchina complessa, l'obiettore è l'ingranaggio che decide di fermarsi.
Rompere l'automatismo: la politica del "Sovrano" si basa sull'obbedienza dei sudditi. Quando il singolo dice "Io non lo farò", la catena del comando si spezza.
Disarmo unilaterale come metodo: aspettare che l'altro disarmi per primo (disarmo bilaterale o multilaterale) è una trappola che tiene tutti ostaggi. L'obiezione è il disarmo unilaterale in scala 1:1. È l'unico modo per uscire dal gioco speculare: se io smetto di vederti come un bersaglio, distruggo la tua giustificazione per vedermi come tale.
3. Coerenza scientifica: uscire dalla "mimesi"
In termini quasi biologici o fisici, l'obiezione di coscienza è un atto di rottura della simmetria.
La guerra è mimetica: io mi armo perché tu ti armi. Questo processo porta alla "massa critica" e all'esplosione.
L'obiettore introduce un elemento di non-collaborazione che il sistema non sa processare. Non è una fuga, è un esperimento: "Cosa succede se un elemento del sistema smette di rispondere agli stimoli della paura?".
4. Dall'"Ego" al "Noi": l'Eros della responsabilità
L'obiezione non è un atto di isolamento, ma di profonda connessione (Eros).
Responsabilità Illimitata: l'obiettore si assume la responsabilità del destino comune. Dice: "Il mondo finisce con me se io premo quel bottone; quindi, io scelgo di non esistere come soldato affinché l'umanità possa continuare a esistere come specie".
L'antidoto a Thanatos: Mentre la preparazione alla guerra è l'accettazione della morte (Thanatos), l'obiezione è un atto di amore per la vita presente e futura.
In sintesi, per il nostro incontro:
L'obiezione di coscienza non è "disertare la realtà", ma presidiare la verità. È il metodo più onesto perché non delega a trattati futuri ciò che possiamo fare oggi: smettere di essere complici della preparazione dell'Umanicidio.
"Se ci prendiamo cura dei mezzi di pace, il fine di pace si prenderà cura di se stesso."
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Un invito al confronto (testo del 15 marzo 2026)
C'è, oggi, una sensibilità nuova. Nasce dal timore — non più remoto — che la civiltà umana possa scomparire. Non è un'allucinazione da racconto di fantascienza, ma una possibilità studiata da scienziati e analisti. E tuttavia, dentro questo timore, resta una fiducia ostinata: che la nonviolenza, spinta dalla forza vitale di Eros, sia ancora la strada più ragionevole.
L'incontro del 29 marzo vuole partire da qui. Da un mondo che sembra scivolare verso una "tempesta perfetta": trattati nucleari annullati e logorati, armi sempre più facili da usare e sempre più usate in guerricciole e guerre, un inverno atomico che potrebbe nascere da un conflitto regionale e oscurare il sole per anni. Intanto il pianeta supera i suoi limiti: ghiacci che si sciolgono all'improvviso, specie che scompaiono senza rumore, oceani che si acidificano come se nessuno dovesse più attraversarli.
Alle vecchie minacce se ne aggiungono di nuove: tecnologie che corrono più veloci della nostra coscienza, intelligenze artificiali che potrebbero perseguire i loro scopi senza badare ai nostri, biotecnologie capaci di creare pandemie che non somigliano a nulla di ciò che abbiamo conosciuto. E l'Orologio dell'Apocalisse, che segna novanta secondi alla mezzanotte, sembra ricordarci che il tempo non è infinito.
Ma non è per spaventare che ci riuniamo. È per dire che la nonviolenza non è un'idea generosa per anime belle: è una necessità. Che il disarmo non è un sogno: è l'unico modo per evitare che l'umanità documenti la propria fine.
Per questo occorre chiarezza. Non tutto ciò che si oppone alla guerra è pacifismo. La nonviolenza non accetta, quando mette in gioco vite e diritti, il "male minore" della guerra; e della sua preparazione: la "deterrenza". E un movimento per la pace non può farsi trascinare né dagli eserciti occidentali né dalle dittature che opprimono i propri popoli. Vale anche per l'Iran: si può condannare un'aggressione senza chiudere gli occhi davanti a un regime che reprime donne e giovani. Chiamarlo "anti-imperialista" è un modo per non vedere.
C'è poi la questione del nucleare civile, rilanciato proprio mentre si ricorda Fukushima. Si dice che sia una risposta alla crisi climatica, ma il tempo stringe: i reattori modulari arriveranno troppo tardi. E la filiera dell'uranio resta la stessa, civile o militare che sia. Le scorie, infine, sono un'eredità che non possiamo imporre a chi verrà dopo di noi.
Così, in questo incontro, vorremmo soltanto ritrovare un orientamento. Un filo di sobrietà, di responsabilità. Come quando, dentro una stanza in cui è saltata la corrente elettrica, si accende una candela non per illuminare tutto, ma per vedere almeno il passo successivo. Perché la nonviolenza, alla fine, è questo: un modo di restare umani mentre tutto intorno sembra spingere verso l'opposto.
Un ragionamento - a nostro parere sbagliato - che nella discussione intendiamo toccare e contestare, è il seguente: "se l'Iran avesse avuto la sua atomica non sarebbe stato attaccato e quindi la situazione in Medio Oriente sarebbe stata più equilibrata e tranquilla"...La deterrenza, "genocidio programmato", non è affatto garanzia di sicurezza e di pace, ma una strada che porta all'"umanicidio".

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Un ragionamento - a nostro parere sbagliato - che nella discussione intendiamo toccare e contestare, è il seguente: "se l'Iran avesse avuto la sua atomica non sarebbe stato attaccato e quindi la situazione in Medio Oriente sarebbe stata più equilibrata e tranquilla"...La deterrenza, "genocidio programmato", non è affatto garanzia di sicurezza e di pace, ma una strada che porta all'"umanicidio".
Più attori possiedono l'atomica, più aumenta la probabilità statistica di un incidente o di un errore di calcolo. Con tempi di reazione ridotti a pochi minuti, il rischio non è solo l'attacco intenzionale, ma il "falso allarme". In una regione ad alta tensione, un errore tecnico o un'interpretazione errata dei radar porterebbe all'Olocausto atomico prima ancora che la diplomazia possa alzare la cornetta. Un'esplosione nucleare non seleziona i colpevoli: muta la chimica dell'intero ambiente, rendendo la "sicurezza" di un confine un concetto ridicolo di fronte alla nube radioattiva che non conosce nazioni.
La deterrenza è una "promessa di omicidio-suicidio". Sostenere che l'Iran sarebbe più sicuro con l'atomica significa accettare che la sicurezza dipenda dalla capacità di compiere un genocidio. L'arma nucleare non è un'arma di difesa, è un'arma di sterminio indiscriminato. Se l'Iran la usasse per "difendersi", verrebbe a sua volta cancellato dalle ritorsioni. La sicurezza nucleare è un patto di suicidio collettivo. Un pacifista coerente direbbe che questa è la massima espressione dell'ego ipertrofico che preferisce la morte universale al riconoscimento della propria vulnerabilità. La vera sicurezza nasce dall'interdipendenza, non dalla minaccia di annichilimento reciproco. Se accettiamo che l'Iran debba avere l'atomica per sicurezza, allora dobbiamo accettare che ogni Stato debba averla. Questo porta matematicamente alla fine della civiltà. Il TPNW nasce proprio per rompere questo circolo vizioso: l'unica sicurezza reale è la proibizione totale, perché finché esiste un'arma, ci sarà qualcuno tentato di usarla o di procurarsela.
Sostenere che l'atomica iraniana porterebbe equilibrio è come dire che in una stanza piena di benzina, dare un fiammifero a ogni persona garantisca che nessuno accenda il fuoco. La sicurezza nucleare è un ossimoro: non si può costruire la vita sulla minaccia della fine della vita. La missione a New York per il TPNW serve a dire che la vera forza non è il "potere su" (la bomba), ma il "potere con". Da subito, lavoriamo affinché Trattato di proibizione delle armi nucleari si impegni per trainare un accordo tra le potenze nucleari sul non primo uso...
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I temi in discussione
La preoccupazione per la scomparsa della civiltà umana è oggetto di studio rigoroso da parte di scienziati e analisti geopolitici, con i quali i movimenti nonviolenti ormai abitualmente sono costretti a confrontarsi. Il concetto cardine per comprendere questo rischio è quello dei "rischi catastrofici globali" o "rischi esistenziali".
Ecco i quattro pilastri principali su cui poggia questa tesi:
1. La "tempesta perfetta" nucleare
Siamo entrati in una fase definita di "instabilità nucleare cronica". A differenza della Guerra Fredda, oggi il rischio è frammentato:
Erosione dei trattati: quasi tutti i grandi accordi di controllo degli armamenti (come l'INF o il New START) sono decaduti o sospesi.
Abbassamento della soglia d'uso: lo sviluppo di armi nucleari "tattiche" (meno potenti ma più "utilizzabili") rende più probabile l'inizio di un'escalation.
Inverno nucleare: anche un conflitto regionale (es. India-Pakistan) solleverebbe abbastanza polvere e fumo nella stratosfera da bloccare la luce solare per anni, causando un collasso agricolo globale e la morte per fame di miliardi di persone.
2. Il superamento dei "confini planetari"
La civiltà umana è fiorita durante l'Olocene, un periodo di stabilità climatica eccezionale. Oggi abbiamo superato diversi confini planetari (biocapacità della Terra):
Punti di non ritorno (Tipping Points): non parliamo solo di riscaldamento graduale, ma di cambiamenti bruschi e irreversibili, come lo scioglimento del permafrost che rilascerebbe enormi quantità di metano, accelerando il processo in modo fuori controllo.
Perdita di biodiversità: siamo nel mezzo della sesta estinzione di massa. La scomparsa degli impollinatori e l'acidificazione degli oceani minacciano la base stessa della nostra catena alimentare.
3. La convergenza dei rischi tecnologici ("Policrisi")
Le tecnologie emergenti corrono più velocemente della nostra capacità etica e legale di controllarle:
Intelligenza Artificiale Generale (AGI): Il rischio non è la "ribellione delle macchine", ma l'allineamento errato: un'IA che persegua un obiettivo con efficienza sovrumana calpestando, senza cattiveria ma per calcolo, gli interessi vitali umani.
Biotecnologie "Dual-use": La facilità con cui oggi è possibile sintetizzare o modificare agenti patogeni aumenta il rischio di pandemie ingegnerizzate, molto più letali di quelle naturali.
4. L'Orologio dell'Apocalisse (Doomsday Clock)
Il Bollettino degli Scienziati Atomici valuta annualmente la nostra vicinanza alla fine. Attualmente, l'orologio segna 90 secondi alla mezzanotte, il punto più vicino mai raggiunto. Questo riflette:
L'intreccio tra crisi climatica e minaccia atomica.
La disinformazione digitale che rende impossibile ai governi e ai cittadini accordarsi su una realtà comune per risolvere i problemi.
Una Riflessione per il nostro incontro
Questi argomenti non servono a generare paralisi, ma a sostenere la tesi che la nonviolenza e il disarmo non sono più "opzioni ideologiche", ma le uniche strategie di sopravvivenza della specie. Senza un cambio di paradigma verso la cooperazione, l'umanità rischia di essere la prima specie in grado di documentare la propria auto-estinzione.
La "sensibilità" dell'incontro online del 22 marzo riguarda allora l'argine da stabilire rispetto alla confusione esistente in parte del mondo che si proclama pacifista, sulle idee di deterrenza, forza, guerra "giusta", risposta nonviolenta facente ricorso a non collaborazione, obiezione di coscienza, disobbedienza civile.
Questi punti possono servire, a nostro avviso, come "bussole" per l'incontro:
rigore terminologico: non tutto ciò che è contro la guerra è pacifismo (può essere semplice schieramento geo-politico).
coerenza mezzi-fini: la nonviolenza non accetta "male minore" se questo comporta il rischio nucleare o la violazione dei diritti umani.
indipendenza: il movimento deve essere autonomo sia dai blocchi militari occidentali che dalle dittature orientali.
L'esempio più evidente può essere fatto in relazione alla posizione da assumere sulla guerra contro l'Iran. Si può essere fermamente contrari all'aggressione militare di Trump o Netanyahu (violazione del diritto internazionale) senza per questo avallare un regime teocratico che reprime nel sangue le proprie donne e i propri giovani.. Chi definisce l'Iran "anti-imperialista" ignora che un vero movimento pacifista sostiene l'autodeterminazione dei popoli anche contro i propri tiranni. Sostenere il governo iraniano "in quanto nemico dell'Occidente" è una logica binaria tipica della Guerra Fredda, l'esatto opposto della politica della cooperazione nonviolenta.
La "sensibilità" - ed anche qui la questione iraniana c'entra, eccome - comprende la nostra preoccupazione per la UE che, insieme al riarmo, rilancia il nucleare civile, sul quale parte del movimento giovanile pro-clima è possibilista. La von der Leyen, praticamente nell'anniversario di Fukushima, impegna Bruxelles nello sviluppo dei piccoli reattori modulari.
Per rispondere al possibilismo di chi difende il "diritto" al nucleare civile proponiamo di riflettere su tre fattori materiali:
Il fattore tempo: la crisi climatica richiede tagli alle emissioni ora. Gli SMR (Small Modular Reactors) sono ancora in fase prototipale e non saranno operativi su larga scala prima del 2035-2040. È comunque una risposta tardiva a un problema urgente.
Il legame indissolubile civile-militare: confutiamo l'idea del nucleare "pulito" ricordando che la filiera dell'arricchimento dell'uranio è la stessa. Rilanciare il nucleare civile significa mantenere infrastrutture, competenze e materiali che alimentano la proliferazione o, quantomeno, la minaccia nucleare globale.
Eredità e scorie: Fukushima (di cui è appena passato l'anniversario) dimostra che il rischio non è mai nullo e che il debito ambientale lasciato alle generazioni future è l'antitesi della sostenibilità climatica.
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Riflettevamo, in questo precedente webinar, su come lavorare per una società riconciliata con la Natura mediante la nonviolenza della terrestrità.
Questo video può essere diffuso ed inserito liberamente nelle pagine web di ci si è responsabili.
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Si coglie l'occasione per ricordare l'iniziativa del 5 marzo 2026.
NAMU MYO HO REN GE KYO
COSTRUIAMO LA NONVIOLENZA CON LA PEACE PAGODA DI COMISO
5 MARZO 2026: GIORNATA ONU DEL DISARMO E DELLA NON PROLIFERAZIONE NUCLEARE
Dalle ore 17:00 alle ore 19:00 presso il Negozio Civico Chiamamilano – via Laghetto, 2
Si è svolta l'iniziativa di solidarietà dei Disarmisti esigenti e del Comitato per la pagoda per la pace di Comiso con il supporto di Chiamamilano.
Scopo: completiamo l'acquisto del terreno su cui sorge il monumento testimonianza di impegno radicale, costante e resiliente!*
Il centro di irradiazione spirituale e di dialogo inter-religioso è animato dal monaco Gyosho Morishita (ordine buddista Nipponzan Myohoji).
Alfonso Navarra, disarmisti esigenti, ha introdotto presentando il retroterra storico e culturale della Pagoda, legato alla vicenda degli euromissili, dismessi nel 1987.
Giacomo Ruello del Comitato per la Peace Pagoda di Comiso, ha presentato il progetto di Parco della Pace elaborato con il Politecnico di Milano.
Milly Moratti, di Chiamamilano. ha animato la serata con vari interventi.
Per scaricare la registrazione completa della serata a Chiamamilano andare al link:
https://www.swisstransfer.com/d/4d52cd45-1681-4a77-8ffc-3c5770755787
*Nota bene: l'impegno di Morishita e dell'ordine Nipponzan Myohoji non è solo né tanto politico, è culturale, etico, spirituale. È un "fare" che è anche un "essere". Il suono del tamburo e il mantra Namu Myo Ho Ren Ge Kyo trasformano l'attivismo in una forma di meditazione civile e incessante.
E' un impegno legato alla terra. L'urgenza di "completare l'acquisto del terreno" trasforma un ideale astratto in una realtà fisica. È un impegno che vuole farsi paesaggio, geografia, Parco della Pace, sottraendo letteralmente spazio alla guerra.
E' un impegno che non scende dall'alto dei palazzi, ma si irradia dal basso, nel dialogo interreligioso e nell'incontro tra persone comuni (come al Negozio Civico Chiamamilano). È un impegno che riconosce nell'altro un pari, mai un nemico.
C'è una dolce ostinazione nel voler mantenere vivo un simbolo di disarmo in un mondo che torna a riarmarsi. È l'ostinazione del pasticcere che continua a fare il suo mestiere anche quando gli ingredienti scarseggiano, perché sa che il suo contributo è necessario alla comunità
In sintesi, esistono due problemi pratici immediati per completare il progetto Pagoda, ribadendo che l'edificio è già costruito e funzionante, si tratta solo di evitare un eventuale sfratto:
1) acquistare il terreno su cui si erge pagando 35.000 euro entro il marzo 2026. La raccolta fondi è andata avanti e restano solo 3.000 euro di spese legali per raggiungere l'obiettivo.
2) completare alcuni adempimenti urbanistici. Morishita diventa intestatario personale del terreno e poi lo dona all'Ordine monastico cui appartiene.
Si può contribuire all'acquisto anche versando sul conto corrente intestato a LOC Lega Obiettori di Coscienza - Via Mario Pichi, 1 – 20143 Milano (MI). IBAN: IT39L0760101600000013382205 (Specificare nella causale: acquisto terreno Peace Pagoda Comiso)
"𝑳𝒂 𝒎𝒊𝒂 𝒎𝒊𝒔𝒔𝒊𝒐𝒏𝒆 𝒏𝒐𝒏 𝒆̀ 𝒗𝒆𝒏𝒖𝒕𝒂 𝒎𝒆𝒏𝒐 𝒄𝒐𝒏 𝒍𝒐 𝒔𝒎𝒂𝒏𝒕𝒆𝒍𝒍𝒂𝒎𝒆𝒏𝒕𝒐 𝒅𝒆𝒍𝒍𝒂 𝒃𝒂𝒔𝒆 𝑵𝑨𝑻𝑶 𝒅𝒊 𝑪𝒐𝒎𝒊𝒔𝒐,𝒑𝒆𝒓𝒄𝒉𝒆́ 𝒍𝒂 𝒑𝒂𝒄𝒆 𝒏𝒐𝒏 𝒆̀ 𝒔𝒐𝒍𝒕𝒂𝒏𝒕𝒐 𝒎𝒂𝒏𝒄𝒂𝒏𝒛𝒂 𝒅𝒊 𝒈𝒖𝒆𝒓𝒓𝒂 𝒎𝒂 𝒂𝒏𝒄𝒉𝒆 𝒗𝒊𝒕𝒂 𝒑𝒂𝒄𝒊𝒇𝒊𝒄𝒂, 𝒔𝒆𝒓𝒆𝒏𝒂, 𝒍𝒊𝒃𝒆𝒓𝒂 𝒅𝒂𝒍𝒍𝒆 𝒑𝒂𝒖𝒓𝒆"Rev. Gyosho Morishita