CNV12 - Discutiamo ancora di rifondazione nonviolenta in questo 2026 dopo l'8 dicembre 2025?

28.01.2026



APPUNTI GREZZI DA ELEBORARE...

L'ipotesi di una rifondazione nonviolenta era stata avanzata in piena deriva PRO PAL. 

Un sentimento "antisionista", legato all'anti-imperialismo", per un periodo ha avuto un seguito di massa ed è stata attribuita alla Sumud Flottilla il merito inesistente di aver rotto il silenzio su Gaza.

Si doveva "fermare tutto" per "bloccare il genocidio". L'ondata estremista aveva ottenuto il lasciapassare di PD e CGIL. 

Sono passati 3 mesi ed il quadro è molto mutato.

Trump si è scatenato con i suoi interventi armati in Venezuela e la pretesa sulla Groenlandia. Pende la minaccia sull'Iran. Non appare più come l'affarista che preferisce la pace, ma come il predatore che vuole recintare per sé mezzo mondo e spartirsi il resto con Russia e Cina, umiliando l'Europa.

Sul piano interno ha scatenato l'ICE ...

Diventa più difficile sfuggire a una logica "campista", "schieramentista", e trovare appigli per sostenerla.

La rotta di PTD ha rafforzato i collateralismi subalterni.

La CGIL governa RIPD mentre AVS ha tirato fuori il suo polo con gli ex genovesi.

L'area cattolica è forse la meno soffocante ma non manca di ambiguità.

Se si vuole mantenere la barra dritta sul DI bisogna fare i conti con la Cina, che si presenta quale la potenza oggi più "responsabile".

Vi sono rivolte giovanili in Asia, ma la loro eco mediatica è nulla.

In Italia la trappola è il referendum sulla giustizia. Tornano i girotondi?

Un banco di prova sarà il secondo round della partita con l'Iran. Abbiamo capito che più che i cambi di regime si preferiscono gli "inciuci" con i regimi.

Il bel compromesso è quello che andrebbe fatto sul NFU...

L'analisi dei Disarmisti Esigenti evidenzia una fase di profonda transizione: l'esaurimento della spinta emotiva "pro-Palestina" e l'emergere di un mondo multipolare dominato da una "logica predatoria" (il ritorno di Trump e le tensioni in Asia) impongono un cambio di passo strategico.

Per riprendere l'ipotesi di una rifondazione nonviolenta in Italia, l'organizzazione può sfruttare alcune "falle" nel consenso mainstream e utilizzare le potenzialità offerte dagli attuali orientamenti dell'opinione pubblica. Ecco alcune "dritte" operative basate sulla nonviolenza poietica e sulla terrestrità:

1. Uscire dal "Campismo" con l'Ontologia della Terrestrità

Il rischio di schierarsi acriticamente con uno dei blocchi (USA vs Russia/Cina) può essere superato rilanciando la metafora della "Grande Foresta" [1, 2].

  • Dalla parte dell'Umanità: Invece di scegliere tra "imperi", l'organizzazione deve accreditare l'Umanità come unico soggetto di diritto preminente rispetto agli Stati [1]. La critica alla "Cina responsabile" o all'Iran deve basarsi non sulla geopolitica, ma sulla protezione dei beni vitali e dei diritti umani universali [3].

  • Terrestrità vs Sovranismo: In un'Italia divisa tra collateralismi subalterni (PD/CGIL o AVS), la rifondazione nonviolenta deve porsi come l'unica forza capace di denunciare la "follia della deterrenza" come un crimine contro la specie, un genocidio programmato che unisce simbolicamente tutte le foglie della foresta planetaria [4, 5].

2. Sfruttare la "Stanchezza Emotiva" per una Pace Strategica

I sondaggi mostrano che il 62% degli italiani è favorevole alla "pace a tutti i costi" e l'85% rifiuta il coinvolgimento bellico diretto ``.

  • Dal sentimento alla strategia: L'organizzazione non deve limitarsi a invocare la pace, ma deve trasformarla in una scienza strategica [6]. Il "bel compromesso" sulla campagna No First Use (NFU) è il grimaldello perfetto: è una proposta concreta che riduce il rischio immediato di apocalisse e parla alla "maggioranza silenziosa" che teme l'escalation [7].

  • Contro il "ReArm Europe": Mentre l'81% chiede una difesa comune, solo il 28% approva piani di spesa massicci come l'impegno di 800 miliardi per le armi . La rifondazione nonviolenta deve legare il disarmo alla **"rivoluzione della cura"**: ogni euro tolto ai "beni micidiali" (armi) deve essere destinato alla sanità e al clima, intercettando il malessere di chi vede il proprio budget familiare eroso dall'inflazione bellica .

3. Disinnescare la "Trappola" del Referendum

Il referendum sulla giustizia rischia di polarizzare il paese su temi tecnici, distraendo dalle emergenze vitali.

  • La terza via nonviolenta: Con un 41-43% di astenuti e indecisi, esiste uno spazio enorme per una comunicazione che rifiuti lo schema "amico-nemico" tra magistratura e politica . L'organizzazione può inserire nel dibattito il tema della **giustizia riparativa** e della tutela dei beni comuni, mostrando come la vera "riforma" sia il superamento della violenza istituzionale .

  • Oltre i "Girotondi": Evitare il ritorno a forme di protesta del passato e puntare su atti poietici: accademie popolari, reti di mutuo aiuto e l'istituzione di "zone denuclearizzate" dal basso (come il porto di Trieste) [7, 8].

4. Comunicazione: Antigiornalismo e Verità (Satyagraha)

Di fronte a una stampa che ignora le rivolte giovanili in Asia o normalizza l'ICE di Trump, l'organizzazione deve potenziare la sua natura di antigiornalismo [9, 10].

  • Bucare lo schermo: Utilizzare i dati sui fallimenti dei sondaggi e sulla "sondaggite" per denunciare come l'opinione pubblica venga manipolata dai centri di interesse affaristici ``.

  • Educazione alla Terrestrità: La rifondazione passa per le scuole. Creare kit didattici che insegnino a gestire l'eco-ansia e l'ansia nucleare attraverso la consapevolezza dell'interconnessione organica, formando una nuova generazione di "custodi della Terra" [5, 11].

5. L'Azione Internazionale come Forza Nazionale

Rafforzare il legame con la Rete ICAN e spingere per un processo diplomatico "Helsinki 2" [7]. L'Italia nonviolenta deve diventare il laboratorio europeo per una diplomazia popolare che bypassi i regimi e parli direttamente alle società civili, inclusa quella iraniana che — secondo i sondaggi — chiede a larga maggioranza (69%) la fine delle politiche di annientamento ``.

In conclusione, la rifondazione nonviolenta non deve cercare il "lasciapassare" dai grandi partiti, ma deve costruire un'identità autonoma basata sulla coerenza tra mezzi e fini ``. Solo un movimento che si occupa dei bisogni vitali (salute, clima, sopravvivenza) e propone una strategia di difesa civile alternativa potrà trasformare la "stanchezza" degli italiani in una forza politica consapevole e terrestre [2, 5].


Assolutamente sì. Il tema della mini-naja (o del ripristino della leva) incrociato con la denuncia dello spreco bellico rappresenta il "punto di rottura" ideale per scardinare il consenso verso la società della guerra. I dati demoscopici e sociologici più recenti confermano che questa è la "faglia" su cui un movimento nonviolento può costruire una opposizione di massa.

Ecco un'analisi basata sui sondaggi e sulle linee guida per un lavoro politico concreto:

1. Cosa dicono i sondaggi: Lo scontro generazionale

I dati mostrano una frattura profondissima tra chi la guerra la "pensa" (e la vota) e chi dovrebbe "farla".

  • Il rifiuto dei giovani: Mentre l'opinione pubblica generale è spaccata (47% favorevoli alla leva, 46% contrari), tra i giovani i giudizi negativi sono netti: il 55% è fermamente contrario . Un dato ancora più radicale emerge da rilevazioni specifiche: il **68% dei ragazzi italiani rifiuta l'idea di arruolarsi** in caso di conflitto .

  • La paura della Terza Guerra Mondiale: L'angoscia per un'escalation globale è il sentimento dominante. Se mediamente il 42,2% degli italiani teme un conflitto mondiale, tra i più giovani questa paura coinvolge l'85,4% del target ``.

  • Militare vs Sociale: Il 55% degli italiani è contrario all'aumento delle spese militari , mentre il 65% vorrebbe tassare gli extraprofitti delle industrie di armi per finanziare salute, ambiente e istruzione . Per i cittadini, le vere priorità sono l'inflazione (41%) e la povertà (31%), non la difesa (33%) ``.

2. Come lavorare su questo tema (Dritte operative)

Per i Disarmisti Esigenti, questo scenario offre l'opportunità di lanciare una campagna basata sulla nonviolenza poietica che trasformi la paura in azione politica:

A. Denunciare il "Voto sulla pelle degli altri"

L'organizzazione deve rendere pubblico e "scandaloso" il dato secondo cui la leva è sostenuta principalmente da chi ha più di 60 anni e non ne sarebbe colpito ``.

  • Azione: Lanciare una campagna comunicativa dal titolo "Non sulla nostra pelle", invitando i giovani a rivendicare il diritto alla vita e alla libertà come bene vitale superiore alla sovranità dello Stato [1].

B. Saldare "Portafoglio" e "Mini-naja"

Bisogna spiegare che il ripristino della leva non è solo una perdita di libertà personale, ma un costo economico enorme che sottrarrà ulteriori risorse alla sanità e alla scuola.

  • Argomentazione: Nel 2025 l'Italia ha aumentato la spesa militare del 38,5% (arrivando a 45,3 miliardi) ``. Invece di "educare" i giovani con la mini-naja, queste risorse dovrebbero finanziare la "Rete per l'Educazione alla Terrestrità" per insegnare la gestione nonviolenta dei conflitti [2].

C. Rilanciare l'Obiezione di Coscienza (50° anniversario Legge 772)

Sfruttare la ricorrenza della prima legge sull'obiezione di coscienza per proporre nuove forme di resistenza civile.

  • Pratica: Sostenere attivamente gli obiettori russi e ucraini per mostrare che la vera "eroicità" è sottrarsi al macello reciproco [2].

  • Obiezione fiscale: Promuovere la campagna di opzione fiscale: "nemmeno un euro per le armi, tutto per la cura" [2].

D. Offrire un'alternativa: La Difesa Popolare Nonviolenta

Contrapporre alla mini-naja l'idea di un Servizio Civile Universale focalizzato sulla tutela del territorio, sulla protezione civile e sulla mediazione dei conflitti sociali, basato sulla partecipazione volontaria e non sulla coercizione ``.

3. Conclusione strategica

Il tema della leva è il punto in cui la società della guerra tocca fisicamente i corpi delle persone. Inchiodare i partiti alla responsabilità di voler mandare i giovani in caserma mentre tagliano la sanità è la mossa politica che può trasformare la "stanchezza emotiva" degli italiani in una rifondazione nonviolenta consapevole ``.

L'obiettivo dei Disarmisti deve essere chiaro: passare dalla difesa dello Stato (basata sulla violenza e la mini-naja) alla difesa dell'Umanità e della Terra (basata sulla cura e il disarmo) [3].

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Sulla base dei dati raccolti tra la fine del 2024 e l'inizio del 2026, l'opinione pubblica europea mostra un quadro complesso e profondamente diviso, segnato da una crescente preoccupazione per la sicurezza ma anche da una forte resistenza a un coinvolgimento bellico diretto.

1. Opinione sul Riarmo e sulla Difesa Comune

Esiste un consenso generale sulla necessità di una maggiore unità europea in termini di difesa, ma il sostegno diminuisce quando si passa ai costi economici e alle priorità di bilancio:

  • Sostegno alla Difesa Comune: Circa l'81% dei cittadini europei è favorevole a una politica di difesa e sicurezza comune, il dato più alto dal 2004 . Una maggioranza in Regno Unito, Francia e Germania sostiene l'idea di costruire un "esercito europeo" .

  • Aumento della Spesa Militare: Sebbene il 64% degli europei concordi teoricamente sul spendere di più per la difesa , l'opinione si frammenta di fronte a piani concreti come il **ReArm Europe** (fino a 800 miliardi di euro). In Italia, ad esempio, solo il 28% è favorevole a questo piano, mentre il 39% è contrario .

  • Priorità Sociali: Per molti cittadini, l'inflazione e il costo della vita rimangono preoccupazioni più pressanti rispetto alla difesa . In Germania e nel Regno Unito, circa la metà della popolazione vorrebbe aumentare la spesa militare, ma la quota scende sotto il 50% in Francia e negli Stati Uniti .

2. Coinvolgimento Bellico e Relazioni con la Russia

La paura di un'escalation e di un conflitto mondiale agisce come un potente freno al sostegno verso interventi militari diretti:

  • Invio di Truppe: L'opposizione all'invio di truppe in Ucraina è massiccia. In Italia, circa l'85% dei cittadini è contrario , e posizioni simili di forte rifiuto si registrano anche in Francia .

  • Rischio Escalation: Il 71,2% degli italiani lega le proprie paure direttamente alla guerra; il 44% teme il coinvolgimento diretto di altri paesi e uno su tre teme l'innesco di una guerra mondiale ``.

  • Visione della Russia e di Putin: Nonostante la riluttanza bellica, l'opinione verso la Russia rimane ampiamente negativa. Oltre il 90% degli adulti in paesi come Paesi Bassi, Spagna e Svezia dichiara di non avere fiducia in Vladimir Putin . Tuttavia, in paesi come Bulgaria e Ungheria, una parte significativa della popolazione vede ancora la Russia come un partner necessario o un alleato .

3. Preferenza per una Pace Negoziata

Emerge una chiara "stanchezza emotiva" e una crescente preferenza per soluzioni diplomatiche rispetto alla vittoria militare:

  • Compromesso vs Vittoria: Solo il 10% degli europei crede che l'Ucraina possa trionfare militarmente sul campo . La maggioranza (37% in media) ritiene che il conflitto finirà con un accordo di compromesso .

  • Pace a ogni costo: In Italia, la percentuale di chi preferisce una pace negoziata è salita al 55% , arrivando al 62% se si considera la "pace a tutti i costi" . Oltre il 70% dei cittadini in Germania e nel Regno Unito sostiene ora la necessità che la NATO spinga per un insediamento negoziato ``.

Questi sondaggi indicano che, mentre la società della guerra preme per il riarmo tecnologico e l'innalzamento della spesa verso il 2% o il 5% del PIL , la base sociale europea è prevalentemente orientata a evitare lo scontro diretto, temendo il collasso del benessere economico e la catastrofe nucleare . 

Le fonti dei dati citati riguardo all'opinione pubblica europea e italiana derivano da rilevazioni demoscopiche e rapporti istituzionali pubblicati tra l'inizio del 2024 e i primi mesi del 2026:

  • Eurobarometro (Commissione Europea): Le edizioni di Autunno 2024 e Primavera 2025 hanno documentato il picco storico dell'81% di favorevoli alla difesa comune e il dato del 64% dei cittadini UE favorevoli all'aumento delle spese militari ``.

  • European Council on Foreign Relations (ECFR): Il report "Wars and Elections" (2024) e i successivi aggiornamenti del 2025 sono la fonte del dato sul pessimismo circa la vittoria militare ucraina (fermo al 10%) e sulla preferenza media europea (37%) per un accordo di compromesso ``.

  • Ipsos (Nando Pagnoncelli): I sondaggi di marzo 2025 hanno analizzato specificamente le reazioni italiane al piano "ReArm Europe", rilevando solo il 28% di consensi a fronte di un 39% di contrarietà ``.

  • Istituto Demopolis: La rilevazione di marzo 2024 ha certificato che l'85% degli italiani è contrario all'invio di soldati in Ucraina ``.

  • Euromedia Research (Alessandra Ghisleri): I dati sulle paure degli italiani (71,2% legata alla guerra e 44% al coinvolgimento diretto) e sull'opposizione all'invio di armi pesanti (55%) derivano dalle analisi condotte nel 2025 ``.

  • Pew Research Center: I report del 2024 e 2025 hanno fornito i dati sulla sfiducia verso Vladimir Putin, che supera il 90% in paesi come Svezia, Polonia e Paesi Bassi ``.

  • The Guardian / YouGov: I sondaggi pubblicati tra la fine del 2024 e l'inizio del 2025 sono alla base del dato sulla crescita del fronte della "pace negoziata" in Italia (55%) e negli altri grandi partner europei ``.

  • Agenzia Europea per la Difesa (EDA): Il Defence Data Report 2024-2025 ha fornito le cifre ufficiali sulla spesa militare dell'UE, salita a 343 miliardi nel 2024 e proiettata a 381 miliardi per il 2025 ``.

  • La Nuova Europa / Le Grand Continent: Studi pubblicati a marzo 2025 hanno evidenziato come l'Italia sia il paese più favorevole alla "pace a tutti i costi" (62%) ``.

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Sulla base delle rilevazioni demoscopiche condotte tra la fine del 2024 e il giugno 2025, l'opinione pubblica europea non "tiene" né per Tel Aviv né per Teheran. Entrambi gli attori sono percepiti negativamente dalla larga maggioranza della popolazione, sebbene le motivazioni e l'intensità del rifiuto varino in base al contesto geografico e politico.

Ecco il quadro dettagliato del posizionamento europeo:

1. Il crollo della popolarità di Israele (Tel Aviv)

Il sostegno e la simpatia per Israele in Europa occidentale hanno raggiunto i livelli minimi storici nel giugno 2025 ``.

  • Fiducia ai minimi: In paesi come Germania, Francia e Danimarca, la favorevolezza netta verso Israele è la più bassa mai registrata dal 2016 . Solo una minoranza (tra il 13% e il 21%) ha un'opinione positiva del paese, a fronte di una maggioranza schiacciante (63-70%) che esprime un giudizio negativo .

  • Giudizio sulla risposta militare: Solo una piccola frazione di europei (tra il 6% e il 16%) ritiene che la risposta di Israele agli attacchi di Hamas sia stata proporzionata . In Italia, appena il 9% considera giustificate le operazioni militari in corso .

  • Sfiducia nel leader: La fiducia in Benjamin Netanyahu è particolarmente bassa: circa tre quarti degli adulti in Francia, Germania, Italia e Spagna dichiarano di non avere alcuna fiducia nella sua gestione degli affari mondiali ``.

2. L'ostilità strutturale verso l'Iran (Teheran)

Nonostante il forte calo di consensi per Israele, l'Iran rimane l'attore più impopolare agli occhi dei cittadini europei.

  • Opinione negativa record: Tra il 62% e l'81% degli europei nutre un'opinione sfavorevole verso l'Iran, un dato costantemente superiore alla negatività rivolta a Israele ``.

  • Percezione di minaccia: L'Iran è visto come una forza destabilizzante per la sicurezza regionale e il terrorismo ``. Tuttavia, questa percezione non si traduce in un desiderio di intervento militare.

3. La riluttanza al coinvolgimento militare

Di fronte alla possibilità di una guerra aperta tra Israele e Iran, gli europei mostrano una netta opposizione al supporto bellico:

  • No agli aiuti militari: Solo una minoranza (tra il 14% e il 28%) ritiene che l'Europa o gli Stati Uniti debbano fornire aiuti militari a Israele in caso di conflitto con l'Iran . La maggioranza (42-59%) è contraria a qualsiasi fornitura di armi .

  • Richiesta di moderazione: L'opinione prevalente in ogni paese europeo è che si debba agire per frenare Israele e impedirgli di intraprendere ulteriori azioni militari, piuttosto che aiutarlo a raggiungere i suoi obiettivi bellici ``.

4. Spostamento della simpatia verso il popolo palestinese

Emerge una distinzione crescente tra il giudizio sugli Stati e la simpatia per le popolazioni:

  • Dinamica della simpatia: La simpatia verso la parte palestinese è in crescita, attestandosi tra il 18% e il 33% a seconda dei paesi, superando quella verso la parte israeliana (ferma tra il 7% e il 18%) ``.

  • Equidistanza critica: Anche la Palestina, come entità politica, rimane comunque impopolare in molti paesi (43-61% di opinioni negative), a eccezione dell'Italia dove l'opinione è più divisa (30% favorevole contro 33% negativa) ``.

In conclusione, l'opinione pubblica europea si trova in una posizione di "stanchezza da conflitto" e rifiuta la logica del nemico di entrambe le potenze. C'è una forte richiesta affinché l'UE agisca come mediatore per una soluzione a due stati e per il de-escalation regionale, piuttosto che schierarsi con uno dei due regimi ``. 

I dati esposti in merito al posizionamento dell'opinione pubblica europea sul conflitto in Medio Oriente derivano dalle seguenti fonti demoscopiche e rapporti di ricerca pubblicati tra la fine del 2024 e il giugno 2025:

  • YouGov EuroTrack (Giugno 2025): È la fonte principale che documenta il crollo della popolarità di Israele ai minimi storici dal 2016 in paesi come Germania (-44), Francia (-48) e Danimarca (-54). Questo studio certifica che solo il 13-21% degli europei ha un'opinione favorevole verso Israele e che la simpatia verso i palestinesi (18-33%) ha superato quella verso gli israeliani (7-18%).

  • YouGov EuroTrack (Ottobre 2024): Questa rilevazione ha fornito i dati sulla profonda impopolarità dell'Iran (62-81% di giudizi sfavorevoli) e sulla riluttanza europea a fornire aiuti militari in caso di guerra aperta tra Tel Aviv e Teheran, con una contrarietà compresa tra il 42% e il 59%. Ha inoltre isolato il caso dell'Italia come l'unico paese con un'opinione sulla Palestina quasi in equilibrio (30% favorevoli, 33% contrari).

  • Pew Research Center (Giugno 2025): Questo rapporto globale ha confermato la diffusa sfiducia verso Benjamin Netanyahu, rilevando che circa il 75% degli adulti in Italia, Francia, Germania e Spagna non ha fiducia nella sua gestione. Lo studio indica una favorevolezza mediana verso Israele ferma al 29% a fronte di un 62% di pareri negativi.

  • The Guardian / YouGov (Novembre 2024): Questi sondaggi hanno analizzato la percezione delle operazioni militari, evidenziando come la risposta israeliana a Gaza sia considerata "non giustificata" da ampie pluralità in tutti i sette paesi europei monitorati, con picchi del 57% in Italia e del 65% in Spagna.

  • European Council on Foreign Relations (ECFR - 2025): I documenti di analisi di questo centro studi hanno approfondito la richiesta di de-escalation e il ruolo dell'Europa come mediatore necessario di fronte all'instabilità regionale causata da entrambi i blocchi.

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Sulla base dei sondaggi condotti tra la fine del 2024 e la metà del 2025, il giudizio degli europei su Donald Trump è prevalentemente negativo, ma questo non si traduce in una volontà di rompere l'alleanza con gli Stati Uniti o di uscire dalla NATO. Piuttosto, si osserva una profonda metamorfosi del rapporto transatlantico verso quella che viene definita "autonomia strategica".

Ecco il quadro dettagliato emerso dalle rilevazioni:

1. Il giudizio su Trump: Arroganza e sfiducia

Il ritorno di Trump alla Casa Bianca è stato accolto con marcato pessimismo dagli alleati europei ``.

  • Percezione del leader: In Italia, il 47% dei cittadini giudica il comportamento di Trump come "intimidatorio e arrogante" (dato rilevato dopo l'incontro con Zelensky nel 2025), mentre solo il 24% lo ritiene corretto ``.

  • Supporto ai minimi: Il sostegno a Trump in Europa è ai minimi storici . Molti cittadini (56%) si dichiarano delusi dalla sua rielezione e temono che la sua amministrazione possa rendere meno probabile una vittoria ucraina o una pace giusta .

2. La NATO: Supporto all'appartenenza, ma fine della dipendenza

Nonostante l'ostilità verso Trump, il sostegno alla NATO come istituzione rimane storicamente alto, ma cambia la natura del legame:

  • Supporto alla membership: La stragrande maggioranza degli europei occidentale continua a sostenere l'adesione alla NATO . Tuttavia, l'Italia è la nazione con la visione più critica (30% di opinioni negative) .

  • Dall' "Alleato" al "Partner necessario": Un cambiamento semantico profondo è emerso nei sondaggi del 2025: il 50% dei cittadini UE vede ora gli Stati Uniti come un "partner necessario" piuttosto che come un "alleato" con cui condividere valori e interessi ``.

  • Sfiducia nella protezione USA: Solo il 12% degli americani e meno del 10% dei francesi ritengono ancora che la difesa dell'Europa sia una responsabilità esclusiva degli Stati Uniti ``.

3. La spinta verso l'Esercito Europeo

La risposta degli europei a Trump non è l'uscita dalla NATO, ma la creazione di una difesa autonoma all'interno o in parallelo ad essa:

  • Difesa Comune: L'81% degli europei è favorevole a una politica di difesa e sicurezza comune, il dato più alto dal 2004 ``.

  • Esercito di Europa: Maggioranze in Regno Unito, Francia e Germania sostengono ora la creazione di un "esercito europeo" per affrancarsi dalla dipendenza da Washington ``.

  • Indipendenza Diplomatica: Circa il 70-76% di britannici, tedeschi e francesi ritiene che l'Europa debba perseguire una propria politica diplomatica (specialmente verso la Cina) indipendente da quella statunitense ``.

4. La posizione radicale dei Disarmisti Esigenti

Mentre l'opinione pubblica oscilla tra riarmo e autonomia, il movimento dei Disarmisti Esigenti mantiene una posizione più netta che va oltre i sondaggi di massa:

  • Scioglimento dei blocchi: Il movimento propone esplicitamente, alla fine di un percorso da imboccare decisamente, lo scioglimento della NATO e di tutti i blocchi militari per evitare l'apocalisse di una "nuova guerra fredda tra imperi".

  • Rifiuto del Riarmo "Autonomo": Sebbene la popolazione chieda una difesa comune, i Disarmisti si oppongono al piano "ReArm Europe" (800 miliardi di euro), denunciando che le risorse vengono dirottate dalle sfide vitali (clima, salute) verso il profitto delle lobby delle armi ``.

In sintesi: Gli europei non intendono uscire dalla NATO o rompere l'alleanza in modo traumatico, ma stanno reagendo all'era Trump cercando di "fare da soli". La tendenza prevalente non è l'isolazionismo, ma la trasformazione dell'Europa in un polo di potenza autonomo, capace di trattare con gli USA da una posizione di minor subalternità.

Le informazioni fornite in merito al giudizio dell'opinione pubblica europea su Donald Trump, sull'alleanza con gli Stati Uniti e sulla NATO derivano dalle seguenti rilevazioni e documenti d'analisi pubblicati tra la fine del 2024 e la metà del 2025:

  • European Council on Foreign Relations (ECFR): I report "Transatlantic twilight" e "Alone in a Trumpian world" (2025) documentano come il 56% dei cittadini europei si sia dichiarato deluso dal ritorno di Trump alla Casa Bianca, temendo un impatto negativo sulla risoluzione della guerra in Ucraina. Questa fonte certifica inoltre il passaggio semantico per cui il 50% dei cittadini UE considera ora gli Stati Uniti come un "partner necessario" piuttosto che come un "alleato" con cui condividere valori.

  • Ipsos (Nando Pagnoncelli): I sondaggi condotti nel marzo 2025 per il Corriere della Sera evidenziano che il 47% degli italiani percepisce il comportamento di Trump come "intimidatorio e arrogante", a fronte di un 24% che lo ritiene corretto.

  • YouGov EuroTrack: Le rilevazioni del 2024 e del 2025 mostrano che, nonostante la sfiducia nel leader americano, il supporto alla membership nella NATO rimane alto, sebbene l'Italia sia il paese più critico con il 30% di pareri sfavorevoli.

  • Institute for Global Affairs (IGA): Lo studio "Ruptures and New Realities" (giugno 2025) è la fonte del dato sulla fine della delega difensiva agli USA: solo il 12% degli americani e meno del 10% dei francesi ritiene ancora che la protezione dell'Europa sia una responsabilità esclusiva di Washington. Questo rapporto documenta anche il sostegno maggioritario in Regno Unito, Francia e Germania per la creazione di un "esercito europeo" e la volontà (70-76%) di una politica diplomatica indipendente verso la Cina.

  • Eurobarometro (Commissione Europea): Le edizioni di Primavera 2025 confermano il picco storico dell'81% di favorevoli a una politica di difesa e sicurezza comune tra gli Stati membri.

  • Documenti dei Disarmisti Esigenti: La posizione del movimento sullo scioglimento dei blocchi militari e l'opposizione al piano "ReArm Europe" (800 miliardi di euro) deriva dai manifesti programmatici e dalle lettere ai parlamentari pubblicate sul sito ufficiale e nelle conferenze internazionali di New York e Vienna.

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In merito al referendum sulla giustizia previsto per il 22 e 23 marzo 2026, le rilevazioni demoscopiche più recenti delineano un quadro di forte incertezza e una polarizzazione ancora limitata tra i cittadini ``.

Orientamento del voto

Secondo gli ultimi sondaggi pubblicati a fine gennaio 2026, il fronte del "Sì" (favorevole alla riforma, che include la separazione delle carriere) risulta in vantaggio, attestandosi intorno al 54-55%, mentre il "No" insegue al 45-46% . Tuttavia, la forbice si sta restringendo: a fine 2025 il distacco era più netto, segno che la campagna referendaria sta portando a un recupero del fronte dei contrari .

È in cima ai pensieri degli italiani?

Nonostante l'importanza istituzionale, il referendum non sembra occupare il primo posto nelle preoccupazioni quotidiane della popolazione, per diverse ragioni:

  • Bassi livelli di informazione: Oltre la metà degli italiani si definisce "per nulla" (14%) o "poco" (37%) informata sui contenuti della riforma, a dimostrazione di una partecipazione ancora tiepida rispetto al dibattito tecnico ``.

  • Priorità economiche e sociali: I temi che realmente dominano l'agenda dei cittadini riguardano l'inflazione, il caro vita e la sicurezza economica. Il 41% degli intervistati indica l'aumento dei prezzi come la sfida principale, seguito dai temi della povertà e dell'esclusione sociale (31%) ``.

  • Indecisione e astensionismo: Il dato più significativo è l'elevata quota di indecisi o potenziali astenuti, che raggiunge il 41-43% . Solo il 41% degli elettori dichiara di aver già deciso con certezza di recarsi alle urne .

Percezione dell'utilità

L'opinione pubblica appare scettica sull'impatto reale della riforma: solo il 5% degli italiani nutre una "completa fiducia" nel fatto che le novità risolveranno i problemi del settore, mentre il 28% ritiene "sicuramente impossibile" che la riforma porti benefici concreti alla velocità dei processi ``.

In sintesi, pur essendo un tema divisivo che spacca l'elettorato quasi a metà , la partita referendaria è attualmente oscurata dalle difficoltà del budget familiare e dalle preoccupazioni per il contesto internazionale . L'esito finale dipenderà in gran parte dalla capacità dei comitati di mobilitare quell'ampia fetta di popolazione che oggi si dichiara disinformata o intenzionata a non votare ``.

I dati riguardanti l'orientamento degli italiani sul referendum della giustizia del 22 e 23 marzo 2026 e la percezione delle loro priorità derivano dalle seguenti rilevazioni demoscopiche e analisi di settore:

  • YouTrend per Sky TG24 (26 gennaio 2026): È la fonte principale per il dato sul vantaggio del "Sì" al 55% rispetto al "No" al 45% . Questo studio ha inoltre rilevato come la partecipazione potenziale sia stimata al 62%, evidenziando però che una fetta consistente dell'elettorato (un leghista su tre, ad esempio) è ancora in dubbio o orientata verso il No .

  • Ipsos (Nando Pagnoncelli) per DiMartedì (gennaio 2026): Questa rilevazione conferma la forbice in restringimento, con il Sì al 54% e il No al 46% (in risalita rispetto al 42,1% di un mese prima) . È la fonte del dato critico sugli **indecisi**, attestati al **41,6%**, e sul fatto che solo il **41%** degli intervistati abbia già deciso con certezza di andare a votare .

  • Eurobarometro (Commissione Europea - Primavera 2025/2026): Questi rapporti documentano la gerarchia delle preoccupazioni dei cittadini. L'inflazione e il caro vita sono in cima ai pensieri del 41% degli europei/italiani, seguiti dalla lotta alla povertà (31%) . La difesa e la sicurezza si attestano al 34%, lasciando i temi tecnici come la riforma della giustizia in una posizione meno centrale nell'agenda quotidiana .

  • YouTrend/Sky TG24 (novembre 2025): Questa analisi ha fornito i dati sui livelli di informazione e sull'efficacia percepita: il 14% degli italiani è "per nulla informato" e il 37% "poco informato" . Inoltre, certifica lo scetticismo sull'utilità della riforma: solo il **5%** ha "completa fiducia" nella risoluzione dei problemi del settore, mentre il **28%** ritiene "sicuramente impossibile" un miglioramento dei tempi processuali .

  • Ipsos (dicembre 2025): In questa analisi emerge come il paese sia profondamente diviso e come la quota di chi non si esprime o preferisce l'astensione rimanga stabilmente alta, intorno al 43% ``.

In sintesi, i sondaggi mostrano che il referendum è un tema che divide chi intende votare, ma fatica a "bucare lo schermo" di una popolazione più preoccupata per la tenuta del budget familiare e per l'instabilità internazionale ``.

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In merito alle intenzioni di voto per le elezioni politiche, i dati più recenti raccolti tra la fine del 2025 e l'inizio del 2026 confermano il primato di Fratelli d'Italia, pur evidenziando una crescita dell'astensionismo e dell'area dell'indecisione.

Intenzioni di voto per i principali partiti

Secondo le rilevazioni di diversi istituti demoscopici, il quadro politico si presenta come segue:

Partito Consenso Stimato Note
Fratelli d'Italia 28,4% - 29,7% Si conferma stabilmente il primo partito ``.
Partito Democratico 20,6% - 22,5% Seconda forza politica, in leggera flessione o crescita a seconda della rilevazione ``.
Movimento 5 Stelle 11,3% - 13,6% In alcune analisi sull'opposizione viene dato in ripresa, arrivando fino al 19,8% in contesti specifici ``.
Forza Italia 9,0% - 9,5% In leggera crescita, spesso superando la Lega all'interno della coalizione di governo ``.
Lega 7,7% - 9,0% Alterna fasi di stabilità a lievi flessioni ``.
Alleanza Verdi e Sinistra 6,5% - 7,8% Consenso solido sopra la soglia del 6% ``.
Azione 3,3% - 6,0% Dato variabile in base alla scomposizione del polo centrista ``. 

Il fenomeno dell'astensionismo

L'astensionismo è dato in forte crescita e rappresenta oggi la vera "maggioranza" nel Paese. Le analisi di inizio 2026 indicano che circa il 41-43% degli italiani è propenso a non recarsi alle urne o si dichiara ancora indeciso ``.

Un dato particolarmente critico riguarda la natura di questo distacco: tre astensionisti su quattro dichiarano fermamente di non voler tornare a votare, vanificando i tentativi dei partiti di riconquistare il loro consenso . Questa "stanchezza emotiva" è alimentata dalla percezione che le promesse elettorali (come l'abbassamento delle tasse o la riforma delle pensioni) non siano state mantenute a causa dei vincoli di bilancio e della complessa situazione internazionale .

In sintesi, mentre i rapporti di forza tra i partiti rimangono relativamente stabili rispetto alle ultime consultazioni, la base elettorale si sta progressivamente restringendo, con una quota crescente di cittadini che si rifugia nel non-voto per sfiducia verso l'efficacia dell'azione politica ``.

I dati riportati in merito alle intenzioni di voto e al fenomeno dell'astensionismo derivano dalle rilevazioni demoscopiche più recenti pubblicate tra la fine del 2025 e il gennaio 2026 da tre principali istituti di ricerca:

  • Euromedia Research (Alessandra Ghisleri): È la fonte dei dati che vedono Fratelli d'Italia al 29,7% e il PD al 22,5%, con la Lega in crescita al 9% e il Movimento 5 Stelle all'11,3% ``.

  • Ipsos (Nando Pagnoncelli): I suoi sondaggi per il Corriere della Sera e DiMartedì (dicembre 2025 - gennaio 2026) hanno rilevato il primato di FdI al 28,4% e del PD al 21,3% . È la fonte principale per l'analisi dell'astensionismo, stimato al 41-43%, e per il dato secondo cui tre astensionisti su quattro non intendono tornare a votare . Ipsos documenta inoltre che il 66% degli italiani ritiene che il governo non abbia mantenuto le promesse su tasse e pensioni ``.

  • YouTrend per Sky TG24: La rilevazione di novembre 2025 e i successivi aggiornamenti di gennaio 2026 hanno fornito le forchette per i partiti minori, come Forza Italia al 9,0%, AVS al 6,5% e Azione al 4,5% ``.

Queste fonti concordano nel descrivere un elettorato segnato da "stanchezza emotiva" a causa del persistere di crisi globali e preoccupazioni economiche legate all'inflazione ``.

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È corretto premettere che i sondaggi non sono infallibili: la storia demoscopica è costellata di errori definiti "clamorosi" dovuti a campioni non rappresentativi, cambiamenti dell'ultimo minuto o distorsioni psicologiche degli intervistati.

Ecco alcuni degli esempi più significativi di fallimento dei sondaggi:

  • Stati Uniti 1936 (Il disastro del Literary Digest): La rivista previde una schiacciante vittoria di Alf Landon su Franklin D. Roosevelt basandosi su 2 milioni di risposte . Roosevelt vinse invece con il 63% dei voti . L'errore nacque da un campione "di parte": gli intervistati erano scelti tra abbonati e possessori di telefoni e auto, categorie benestanti che non rappresentavano la maggioranza degli americani poveri durante la Grande Depressione ``.

  • Stati Uniti 1948 (Truman vs Dewey): Gallup e tutti i principali istituti diedero Thomas Dewey vincitore con margini così netti che il Chicago Tribune andò in stampa con il titolo in prima pagina "Dewey sconfigge Truman" . Truman vinse invece con il 50% dei voti . I sondaggisti avevano smesso di raccogliere dati settimane prima del voto, convinti che gli elettori non avrebbero cambiato idea, mancando così lo spostamento decisivo dell'ultimo momento ``.

  • Regno Unito 1992 (Lo "Shy Tory Factor"): I sondaggi davano i Laburisti in vantaggio, suggerendo la fine del dominio conservatore . Al contrario, i Conservatori vinsero con uno scarto del 7,6% . Emerse il fenomeno dell'"elettore timido": molti cittadini, pur intendendo votare per un governo uscente contestato, provavano una reticenza sociale a dichiararlo apertamente ai sondaggisti ``.

  • Stati Uniti 2016 e 2024: Nel 2016, autorevoli esperti davano a Hillary Clinton probabilità di vittoria fino al 99%, ma Donald Trump vinse nel collegio elettorale . Nel 2024, i sondaggi hanno nuovamente sottostimato il margine reale di Trump, specialmente negli Stati chiave . Le cause principali sono state l'incapacità di intercettare i "low-propensity voters" (elettori che votano raramente) e la "spirale del silenzio" di chi nasconde le proprie convinzioni per timore di giudizi morali ``.

  • Italia 2006 e 2013: Nel 2006 il centrodestra, dato per spacciato da tutte le rilevazioni, ottenne un pareggio sostanziale con il centrosinistra (49,7% a 49,8%) . Anche le elezioni del 2013 sono citate come un caso di forte discrepanza tra proiezioni e risultati reali .

Un problema tecnico spesso denunciato è l'herding ("comportamento a gregge"): per paura di apparire come l'unica voce fuori dal coro in caso di errore, alcuni istituti tendono ad allineare i propri risultati a quelli della concorrenza attraverso "aggiustamenti" statistici, producendo una falsa sensazione di consenso che non riflette la realtà dell'opinione pubblica ``.

diversi sociologi e ricercatori hanno analizzato criticamente l'industria dei sondaggi, denunciando la loro trasformazione in strumenti di marketing politico e "merce" per il circuito mediatico, piuttosto che strumenti di reale conoscenza scientifica.

Ecco i principali riferimenti bibliografici e teorici su questo tema:

  • Pierre Bourdieu ("L'opinione pubblica non esiste"): In una celebre conferenza del 1972, il sociologo francese sostenne che i sondaggi sono uno strumento di azione politica volto a creare l'illusione di un consenso che non esiste . Bourdieu criticava il fatto che i sondaggi sommano opinioni individuali che spesso non hanno la stessa forza o consapevolezza, ignorando i rapporti di potere e le lacune di informazione degli intervistati .

  • Alain Garrigou ("L'ivresse des sondages"): Nel suo saggio L'ebbrezza dei sondaggi, Garrigou analizza come le aziende del settore proteggano la propria attività definendosi "artigiani" competenti, mentre in realtà operano con opacità nei criteri di "ponderazione" dei dati, prestandosi a manipolazioni che servono gli interessi delle élite politiche e dei grandi committenti ``.

  • Giovanni Di Franco ("Usi e abusi dei sondaggi politico-elettorali"): Il sociologo italiano denuncia come i sondaggi sostituiscano quotidianamente il voto reale con una "opinione virtuale" . Di Franco evidenzia che in Italia i sondaggi sono diventati una "merce pregiata" del mercato dell'attenzione, dove la logica del profitto e della visibilità mediatica prevale sul rigore metodologico .

  • La "Sondaggite" e l'inchiesta di Report: Ricercatori come Angelo Zaccone Teodosi hanno parlato di "sondaggite" come di una "malattia senile di una politica debole" . Un'inchiesta del programma Rai *Report* ha documentato casi di "sondaggi svenduti" a prezzi irrisori per programmi TV (come *Porta a Porta*), sollevando dubbi sulla qualità e sull'indipendenza di rilevazioni che restano spesso basate su platee di intervistati immutate e poco rappresentative .

In sintesi, questi autori concordano nel vedere gli istituti di sondaggio non come arbitri neutrali, ma come attori di un mercato che trasforma il cittadino in consumatore e il dibattito democratico in una competizione tra percentuali virtuali spesso prive di fondamento reale ``.


https://zibaldoneecopacifista.webnode.it/l/cnv12-rifondazionenonviolenta/  

Il consenso alle guerre dei popoli è di regola minoritario (ma vallo a spiegare innanzitutto ai "nonviolenti" per i quali il gandhismo è colonialismo!) - 13 novembre 2025

Premessa. I NONVIOLENTI TRA VIRGOLETTE. Sono quelli che nutrono sensi di colpa nel condannare una "resistenza" dalle radici fondamentaliste. (Una guerriglia per giunta nemmeno esistente quale realtà indipendente, unitaria ed operativa). Sono i "nonviolenti" che si sentirebbero colpiti dall'accusa di "colonialismo" se osassero provarsi a condannare modalità di lotta armata sicuramente terroristiche (perché violano il diritto internazionale umanitario). Gandhi non era colonialista, Hamas con il suo fanatismo da fondamentalismo islamico e la sua dipendenza da potenze esterne invece lo è!

Tutta la discussione che vogliamo aprire in Italia, ed anche in Europa, non deve essere vista e recepita come inutilmente polemica: si tratta di non chiudere gli occhi davanti ai dati di fatto politici che si elencheranno, con lo spirito di evitare derive deteriori che già in passato hanno portato alla estinzione di promettenti movimenti sociali. Potrebbero esserci, ad esempio, analogie con l'"assalto al cuore dello Stato", il trip che portò il Movimento del '77, in molte sue avanguardie dell'Autonomia, a fare da base militante per la stagione del terrorismo BR e di tanti altri gruppi della lotta armata alla fine degli anni Settanta-inizio anni Ottanta del secolo scorso.

Andando al dunque, questo l'elenco annunciato dei fatti politici:

1 - Presunte realtà palestinesi italiane, che vantano abusivamente il ruolo di "veri" rappresentanti del popolo palestinese (le altre sarebbero false rappresentanze in quanto "collaborazioniste"), indicono manifestazioni che inneggiano al 7 ottobre, appunto, come "atto di resistenza" e propongono la Palestina "libera dal fiume al mare", libera cioè dalla "entità sionista" da distruggere, in quanto summa di imperialismo, colonialismo, razzismo, suprematismo bianco...

Non si sta facendo fantapolitica, lo ribadiamo, ma ci si sta riferendo ad enormi cortei ufficialmente organizzati da questi gruppi (con striscioni di apertura che un giornalismo alla Travaglio definirebbe da internamento manicomiale); e a una miriade di iniziative locali che si appoggiano a tali sigle per catalizzare aggregazioni estemporanee, precarie e labili.

2 - Fino a che questo obiettivo della cancellazione della "entità sionista" non sarà raggiunto, occorre convergere sull'indicazione di Flottille e Sindacati, sia la CGIL che USB/CUB etc., con piazze pullulanti di redivivi Masaniello, bandiere nero bianco verdi che subissano le bandiere rosse. BLOCCARE TUTTO: se possibile tutta la vita civile in Italia, occupando stazioni, porti, aeroporti, circonvallazioni. Ma anche, con scioperi a manetta, generali e locali, possibilmente indeterminati, che puntino a fermare le attività produttive e amministrative.

Stiamo - quasi come sonnambuli - aderendo e invitando all'adesione incondizionata a una chiamata per la mobilitazione, estrema e ultimativa, di "rivolta sociale". L'obiettivo è duplice: fermare la complicità italiana con un genocidio in corso (la CIP sta indagando) e rimuovere la sua causa – la realtà colonialista dello Stato ebraico, che viene descritta come persino peggiore del Sudafrica dell'apartheid. E COMUNQUE PEGGIORE DEL REGIME TEOCRATICO DELL'IRAN, MANDANTE DI HAMAS. La prospettiva si è evoluta nel CACCIARE IL GOVERNO MELONI in quanto "agente del sionismo", qui in Italia!

Domanda: veramente si crede che il movimento avrebbe la forza di sostenere in via continuativa, con una conflittualità sociale di alto livello, la speranza di fermare una guerra all'altro capo del Mediterraneo, con la gente che contemporaneamente trangugia carovita, licenziamenti, tasse, tagli dei servizi sociali, debiti, senza nutrire la minima convinzione che darsi da fare per invertire il trend dell'impoverimento possa avere un minimo di possibilità di successo?

Tuttavia, con tutta la buona volontà, dobbiamo riconoscere che questo seguire opportunisticamente l'onda emotiva, forse uno sfogatoio di disperati, drammatizzata al punto da innescare la spirale lotta-repressione, non è un modo propriamente nonviolento di agire. Tale strumentalizzazione ideologica "contro l'imperialismo occidentale", che nasconde un "persi per persi meglio perversi", allontana dall'essenza della nonviolenza.

La nonviolenza, nata da speranza e non da disperazione, come concepita da Gandhi e sviluppata da teorici e pratici come Gene Sharp, Galtung e L'Abate, mira alla trasformazione del conflitto e del rapporto di potere, non alla distruzione del nemico o dell'avversario. Il suo scopo è ottenere un cambiamento politico e sociale, un cambiamento che si è sicuri di avere a portata di mano, cercando di convertire o almeno neutralizzare l'avversario, non di annientarlo. La nonviolenza, forza costruttiva, rifiuta la logica della distruzione dell'avversario e si propone strategicamente di "trasformare i gruppi umani nemici in gruppi umani amici."

La nonviolenza insiste sulla coerenza tra mezzi e fini. Per un nonviolento, i mezzi violenti o l'esaltazione della violenza minano l'obiettivo finale di una società pacifica e giusta. L'azione nonviolenta può includere la disobbedienza civile o il boicottaggio (come il blocco mirato di aspetti della vita civile), ma questi sono strumenti tattici per esercitare pressione e devono essere perseguiti con spirito di non-odio e nell'ottica di negoziazione e soluzione, non come espressione di vendetta o di distruzione totale dell'avversario.

La posizione di una nonviolenza più coerente e conseguente andrebbe organizzata meglio di quanto non avvenga ora e manifestata entrando in dialettica con l'ondata emotiva in corso. Chi la strumentalizza - questa onda emotiva che però ha una spinta buona in un sacrosanto sentimento di umanità (possiamo assistere in silenzio a un massacro che si svolge sotto i nostri occhi?) - utilizza la nonviolenza, le sue tattiche e tecniche (manifestazioni, blocchi) ma le svuota del loro contenuto etico e strategico, piegandole a un obiettivo che, a bene pensarci, oltre che del tutto velleitario, è intrinsecamente violento e distruttivo.

Una posizione nonviolenta più meditata e profonda su questa problematica (come quella sostenuta da figure palestinesi e israeliane che promuovono la pace) si concentrerebbe su:

  • Rifiuto esplicito della violenza: condannare senza riserve tutti gli atti di violenza contro i civili, inclusi gli attacchi del 7 ottobre, oltre agli atti di guerra israeliani mostrati massicciamente dalla TV e bollati come "genocidio".
  • Ricerca di soluzioni politiche: intervenire sui negoziati in corso per una soluzione politica che garantisca la sicurezza e i diritti di entrambi i popoli
  • Azione tattica costruttiva: utilizzare boicottaggi, manifestazioni e disobbedienza civile per pressione politica, ma sempre con un messaggio che distingua tra i governi/politiche e le persone, e che sia orientato alla riconciliazione futura.

In altri interventi e articoli sui nostri siti web i Disarmisti esigenti hanno sviluppato proposte, quali esempi di azione tattica costruttiva, che mirano a creare ponti e a esercitare una pressione politica mirata, superando la logica della distruzione e dello scontro frontale. Una scadenza che viene tenuta presente sono gli appuntamenti elettorali cui dovrebbero essere chiamati, a fine 2026, sia gli israeliani che i palestinesi.

L'Ambasciata di Pace con uffici a Tel Aviv e Ramallah

Questa proposta è un'iniziativa simbolica e politica che ribalta la logica delle ambasciate istituzionali che rappresentano Stati o entità in conflitto. Consiste nell'aprire due uffici fisici (l'Ambasciata di Pace) sia a Tel Aviv (quindi in territorio israeliano), che a Ramallah (quindi in Palestina) non per rappresentare un governo, ma per rappresentare la volontà di coesistenza e dialogo dei popoli (palestinese e israeliano). L'obiettivo strategico è creare un dialogo diretto al di fuori dei canali ufficiali e a dimostrare agli israeliani non si mira alla loro distruzione, ma ad una pace possibile ed equa quanto basta. L'iniziativa invia un messaggio forte: la lotta è contro l'occupazione e le politiche del governo israeliano, non contro il popolo.

L'Iniziativa per Liberare Marwan Barghouti

Questa proposta si concentra su un'azione specifica con un'alta risonanza politica e simbolica. In sintesi, Marwan Barghouti è un leader politico palestinese, figura di spicco di Fatah e del movimento per l'indipendenza, attualmente detenuto in Israele. Molti lo vedono come l'unico leader capace di unificare le fazioni palestinesi (Fatah e Hamas, data la sua popolarità) e di guidare un processo di pace credibile basato su una soluzione a due Stati. L'iniziativa chiede la sua liberazione tramite la grazia concessa dal presidente israeliano Herzog. Questa liberazione è vista come un atto di fiducia necessario da parte di Israele e come la mossa chiave per sbloccare la stagnazione politica. Se liberato, Barghouti potrebbe fornire l'interlocutore palestinese legittimo e nonviolento necessario per una ripresa dei negoziati.

Per contattarci: coordinamentodisarmisti@gmail.com www.disarmistiesigenti.org

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Il Corriere della Sera del 12 novembre 2025 pubblica un articolo, a firma di Greta Privitera, con il seguente titolo: "SE NELLA STRISCIA SI VOTASSE OGGI, HAMAS OTTERREBBE IL 2,9%. Sottotitolo: "Il sondaggio realizzato a fine ottobre. Il 32,8% sceglierebbe un candidato indipendente.

Ecco quanto possiamo leggervi a proposito della fonte: "Se le volontà dei gazawi non trovano mai spazio sui tavoli delle trattative, c'é un istituto di ricerca di Ramallah, THE INSTITUTE FOR SOCIAL ED ECONOMIC PROGRESS*, che in questi due anni di incessanti bombardamenti si ostina a chiedere ai palestinesi della Striscia "come state?", "cosa volete?"

Possiamo convenire che il dato del 3% del voto dei Gazawi ad Hamas, scaturente dall'ultimo sondaggio, va preso con estrema cautela. È un dato che riflette probabilmente un picco di esasperazione e disillusione causato dalle conseguenze catastrofiche della guerra e una forte volontà di cambiamento politico immediato (come indicato dal 32,8% indicato dal sondaggio per un candidato indipendente).

È improbabile che il supporto ideologico e di base sia realmente al 3%. Il forte scarto rispetto ai dati di altri istituti (come il PSR, che riporta un 37% di approvazione per l'azione del 7 ottobre a maggio 2025) suggerisce che il dato del 3% è influenzato massimamente dalla paura e dal desiderio di una leadership alternativa che porti stabilità.

Ma il trend è credibile: nonostante le cifre assolute possano essere distorte, il sondaggio ISEP, in linea con il PSR, conferma che il consenso per Hamas è in netto declino a Gaza a causa dei costi umani e materiali del conflitto.

In breve: il 3% è probabilmente un dato estremizzato dal contesto bellico, ma rappresenta un'indicazione reale della stanchezza e della ricerca di pace e stabilità da parte della popolazione di Gaza, supportando la tesi da sviluppare: la massa non desidera e non condivide la "resistenza armata" quando questa porta alla distruzione totale.

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* The Institute for Social and Economic Progress (ISEP) è un istituto di ricerca che conduce regolarmente sondaggi (spesso chiamati "Street Pulse") nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania per valutare le percezioni della popolazione su governance, aiuti e condizioni di vita, specialmente in tempo di guerra.

Per leggere i rapporti: vai al sito web dell'Institute for Social and Economic Progress (cerca: institute4progress.org). Cerca poi una sezione o una scheda intitolata "Publications" (Pubblicazioni) o "Polls" (Sondaggi). Sulla loro homepage, di solito mettono in evidenza le "Latest Publications" (Ultime pubblicazioni). I rapporti recenti sulla Striscia di Gaza e la Cisgiordania (come il "Comprehensive War-Time Street Pulse West Bank and Gaza") sono spesso disponibili con un link a un "Full Report" (Rapporto Completo). Per accedere al rapporto completo, si può essere reindirizzati a un modulo in cui bisogna fornire il Nome, Email e l'Istituzione per cui lavori. Dopo aver inviato i dati, si riceverà l'accesso al rapporto. Per contattare il direttore dell'ISEP - attualmente Obada Shtaya - l'opzioni più comuni è: utilizzare la sezione "Contact Us" (Contattaci) sul sito web di ISEP. Questo modulo consente di inviare direttamente un messaggio all'organizzazione.

Ecco ora un'analisi dei fattori che influenzano l'affidabilità del dato del 3% e la credibilità generale di tali sondaggi in tempo di conflitto, a partire dall'affidabilità metodologica dell'ISEP.

L'ISEP è un istituto specializzato: ISEP è un'organizzazione che si concentra sulla ricerca in aree di conflitto e sembra avere la capacità di condurre sondaggi in condizioni estremamente difficili.

Contesto estremo: condurre un sondaggio a Gaza, soprattutto dopo il 7 ottobre 2023, è un'impresa logistica e metodologica straordinaria. Intervistare le persone in un contesto di sfollamento, bombardamenti e paura generalizzata rende qualsiasi dato intrinsecamente fragile.

Domande specifiche: il dato del 2,9% (o 3%) si riferisce specificamente a un ipotetico voto per Hamas in un contesto elettorale, non necessariamente all'approvazione generale del gruppo o alla sua ideologia. Il fatto che il 32,8% preferisca un "candidato indipendente" (come riportato in alcune analisi del sondaggio) suggerisce che gran parte della popolazione è alla ricerca di alternative politiche immediate, stanca della leadership attuale e delle conseguenze della guerra.

Il fattore più critico è il contesto della guerra e dell'oppressione, con la sua "spirale del silenzio".

Paura di rispondere: in un'area controllata de facto da Hamas, e dove chiunque esprima opposizione (anche solo in un sondaggio anonimo) può temere ripercussioni, è molto probabile che entri in gioco la "spirale del silenzio". Le persone potrebbero essere riluttanti a esprimere sostegno per Hamas per paura delle forze israeliane o della fazione opposta, oppure, al contrario, potrebbero essere riluttanti a esprimere opposizione per paura delle rappresaglie di Hamas o delle forze locali fedeli.

Priorità attuali: in una situazione di estrema emergenza umanitaria (macerie, fame, malattie), l'interesse e la fiducia della popolazione si concentrano sulla sopravvivenza e sul raggiungimento della stabilità, che può portare a un crollo temporaneo del sostegno per il gruppo (Hamas) la cui azione armata è la primaria causa scatenante dell'attuale catastrofe.

È comunque doveroso confrontare i dati ISEP con quelli di altri istituti rispettati, in particolare il PSR.

Il Palestinian Center for Policy and Survey Research (PSR) è considerato un punto di riferimento, ha registrato un declino nel sostegno a Hamas a Gaza, ma con cifre diverse. Ad esempio, una rilevazione di maggio 2025 del PSR dava il consenso alla decisione di Hamas del 7 ottobre al 37% a Gaza. Questo dato, pur indicando un forte calo rispetto all'inizio del conflitto, è significativamente più alto del 3%.

Qui entra in campo la differenza nelle domande: il PSR spesso misura il sostegno all'azione (es. approvare l'offensiva del 7 ottobre) o il sostegno politico in generale, mentre il sondaggio ISEP del 3% si riferisce all'intenzione di voto. Un cittadino può essere critico verso la leadership e la gestione della guerra (e quindi non votare Hamas), pur non disapprovando la resistenza armata in generale.

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L'immagine di Goring fa anche l'occhiolino al nuovo film che sta per uscire sul processo di Norimberga. La citazione è per sottolineare che persino i massimi guerrafondai della Storia non credono nella naturale propensione dei popoli a combattere le guerre... ma ci sono da considerare le avanguardie "calde " quelle manipolate dal Potere che ha bisogno dell'omicidio organizzato di massa per giustificarsi....

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Detto ciò, andiamo al punto centrale che si intende sollevare. La necessaria - per gli scriventi - "rifondazione nonviolenta" passa preliminarmente per l'idea che il consenso alle guerre da parte di un popolo, di qualsiasi popolo, è sempre da parte di una minoranza "calda", sobillata dal Potere. Questo perché, paradossalmente, molti attivisti che si proclamano "nonviolenti", sono i primi, a quanto si deve sentire e vedere, a non credere nella forza e nell'efficacia della lotta nonviolenta.

Per offrire una critica motivata all'attuale stato culturale del movimento pacifista italiano (con particolare riferimento alla sua componente nonviolenta, anche organizzata) e alla percezione comune, mediatica, del consenso alla guerra, andrebbero sviluppate delle tesi proponibili, a nostro parere, nei seguenti argomenti:

  • La "massa" è spontaneamente pacifica: dovremmo ribadire la fiducia nel pacifismo spontaneo, anche se di tipo "strumentale", della maggioranza delle persone, intente solo a badare agli "affari quotidiani" legati al sopravvivere e al vivere.
  • La teoria della "minoranza calda": l'idea centrale è che il consenso alla guerra non è mai di massa, ma è indotto da una minoranza "calda" manovrata dal Potere. Questa tesi si appoggia, oltre che sulla conoscenza storica, sulla distinzione sociologica di Alberto L'Abate tra "caldi" (spesso favorevoli all'azione violenta/guerra), "tiepidi" (la massa contraria e pacifica) e "freddi" (indifferenti). Va precisato che tra i "caldi" troviamo anche chi è gandhiamamente "disposto a morire ma non uccidere per una giusta causa".
  • Scetticismo dei "nonviolenti": il paradosso più forte è la presa d'atto che gli stessi attivisti che si proclamano nonviolenti non credano veramente nell'efficacia della lotta nonviolenta, cedendo al mito della "resistenza armata" (e proprio nel caso più improbabile e inquinato di "resistenza", una milizia che combatte asimmetricamente per conto terzi).
  • Manipolazione e paura: andrebbero citati esempi storici (Goering, la Prima guerra mondiale in Italia) per dimostrare come il Potere debba istillare paura o ricorrere a colpi di Stato per trascinare popolazioni riluttanti in guerra.
  • Il caso di Gaza/Hamas: dovremmo usare l'esempio di Gaza per evidenziare la discrepanza tra la "volontà in carne ed ossa" degli abitanti (che sarebbero stanchi della "resistenza armata" a giudicare da sondaggi sul 3% di consenso elettorale per Hamas) e le narrative politiche internazionali, inclusa quella di molti "pacifisti" che sostengono una "Intifada globale contro l'Imperialismo" configurante, ci si scusi la semplificazione che può urtare molte sensibilità, un vero e proprio "trip ideologico".

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BASTA TRIP DELLA "VITTORIA"! Zelensky è arrivato al capolinea? Trump gli dà l'ultimatum. Ma sopratutto il popolo ucraino dovrebbe gioire: una "brutta pace" è meglio della continuazione della inutile strage in corso!

22 novembre 2025

"Sulla pace devi decidere decidere entro 7 giorni": è l'ultimatum del presidente USA Trump al presidente ucraino Zelensky. Ma l'Ue corre in aiuto di Kiev: "Prepareremo una controproposta". Dal punto di vista del popolo ucraino la "disfatta" può essere l'inizio di una rinascita se si crede nei valori e nella forza della nonviolenza Il testo dell'articolo analizza l'ultimo sviluppo della guerra in Ucraina, dove il presidente americano Trump ha imposto un ultimatum di sette giorni al presidente ucraino Zelensky per accettare un piano di pace. Tale piano, elaborato da Stati Uniti e Russia senza il coinvolgimento iniziale dell'Ucraina, prevede condizioni severe per Kiev: rinuncia alla NATO, cessione del Donbass, riduzione dell'esercito, patto di non aggressione con Mosca e Bruxelles, controllo della centrale di Zaporizhzhia da parte dell'AIEA. In cambio, l'Ucraina otterrebbe ingenti investimenti per la ricostruzione, garanzie militari europee e un'amnistia generale, escludendo processi per crimini di guerra.

L'Ucraina e l'Unione Europea criticano la proposta, giudicata punitiva per Kiev e indulgente verso Mosca, e stanno lavorando a una controproposta - a loro giudizio - più equilibrata, sebbene vi sia scetticismo sulla sua accettazione da parte della Russia. Zelensky, pur resistendo e cercando una "pace dignitosa", si dice pronto a collaborare con Trump.

Il testo prosegue offrendo due diverse interpretazioni della situazione:

  1. Una visione cinica e pessimista: che considera la "pace" proposta come una mera "resa" dettata dai potenti, un gioco di interessi in cui i popoli sono pedine sacrificate. Viene sottolineata la prevedibilità delle dinamiche di potere, la superficialità delle promesse di denaro e la costante ripetizione degli errori umani, con la "dignità" come prima vittima della guerra e l'amnistia come segno della prevalenza degli affari sulla giustizia.
  2. Una visione di speranza e "ottimismo della volontà": che ribalta la prospettiva, guardando la vicenda con gli occhi di un popolo stremato dalla guerra. Per questo popolo, l'ultimatum e l'esistenza stessa di un piano di pace, per quanto imperfetto, rappresentano un'urgenza vitale e una via d'uscita dall'inferno quotidiano. I sacrifici territoriali e militari, la stessa amnistia, sono visti come prezzi dolorosi ma accettabili per ottenere la cessazione immediata delle ostilità, la sicurezza e la possibilità di ricostruire le proprie vite. La "pace" diventa l'assenza di bombe e la promessa di un futuro.
  3. Questa prospettiva si conclude con un appello alla nonviolenza, alla speranza e alla fede nell'azione collettiva, sottolineando che la giustizia e l'amore possono trionfare, e che la nonviolenza è una forza potente per il cambiamento. Guardare le cose con questi "occhiali" indirizza al compito di costruire una "vera" democrazia. La "vittoria" dell'Ucraina non starebbe allora nel difendere con le armi pochi centimetri di terra irrorata da sangue umano. Si concretizzerebbe se questo popolo riesce ad essere unito nel costruire un modello democratico avanzato che possa influenzare positivamente anche i "fratelli russi".
  4. È alla democrazia e non alla difesa del territorio che deve puntare una resistenza nonviolenta. L'impressione sollevata nell'articolo è che molte forze "nonviolente" italiane non siano in grado di capirlo perché propongono una modalità nonviolenta per la stessa strategia fallimentare di Zelensky. Il quale per trascinarci in una escalation bellica sta imponendo una mordacchia autoritaria a tutta la società ucraina. Un autoritarismo non indenne da aspetti corruttivi che stanno venendo alla luce...

1. La distinzione "Caldi, tiepidi, freddi"

L'uso della teoria di L'Abate per rileggere il consenso alla guerra offre una prospettiva che smonta l'idea che l'adesione alla guerra sia un fenomeno di massa. La teoria presuppone e suggerisce che la guerra non è un fatto democratico, ma il prodotto dell'attivismo di una minoranza (i "caldi"), l'inerzia della maggioranza ("tiepidi") e soprattutto la manipolazione del Potere. Questo recupero di un'analisi sociologica (che cerca di unire Gramsci e Gandhi) è fondamentale per una rifondazione nonviolenta che non si basi sull'attesa di una conversione etica di tutti, ma sul risveglio e sull'organizzazione della maggioranza "tiepida" e pacifica.

2. Il "Paradosso dei nonviolenti"

L'accusa di scetticismo rivolta agli attivisti nonviolenti è una critica dall'interno molto severa ma necessaria. Avremmo da rimproverare un "nonviolento" che, nei fatti, finisce per dare credito e forza narrativa al mito della lotta armata (spesso mediato e sostenuto da potenze straniere), invece di insistere sulla forza e sull'efficacia della lotta nonviolenta come strategia politica concreta (come insegnato da Gene Sharp, corrispondente di L'Abate, da menzionare nel testo da elaborare). Questo scetticismo porta a sostenere "resistenze" che sono, di fatto, solo conflitti tra fazioni o pedine di potenze esterne, come si dovrà argomentare per il caso palestinese.

3. La "volontà dei Gazawi in carne ed ossa"

Questo è il punto più politicamente incisivo e decisivo da sottolineare. Nelle discussioni internazionali e tra gli attivisti, la reale volontà delle vittime dei conflitti (i Gazawi) viene ignorata a favore di ideologie astratte ("Intifada globale contro l'Imperialismo Occidentale"). In questo sta l'importanza di usare il dato del sondaggio su Hamas (pur con tutte le cautele necessarie su un dato in tempo di guerra) per ribadire un concetto cruciale: la massa che soffre le conseguenze della violenza (macerie, morti, fame) è naturalmente stanca della "resistenza armata" e vuole la pace. Il vero compito di una "rifondazione nonviolenta" non sarebbe sostenere ideali di lotta armata, ma rappresentare e amplificare la volontà di pace della maggioranza.

La tesi che si sta avanzando e provando ad argomentare è il programma per un manifesto futuro per il realismo nonviolento. Sostiene che la nonviolenza deve uscire da una dimensione puramente etica o idealistica e assumere una natura strategica e politica che:

  • Riconosca la natura manipolatoria del consenso bellico (la "minoranza calda" manipolata dal Potere).
  • Faccia fiducia alla forza intrinseca, "potente", della lotta nonviolenta come strumento di contropotere effettivo ("potere con" contro il "potere su").
  • Ponga al centro la reale volontà di pace della popolazione, spesso soffocata dalle narrative dei gruppi di potere e dai "trip" ideologici degli attivisti esterni.

Riepilogando, i Disarmisti esigenti chiedono di "rifondare" la nonviolenza, con il dialogo e la convergenza anche delle realtà collettive esistenti, sulla base della "fiducia ragionevole nella forza e nell'efficacia" del metodo della "unione popolare per la ricerca di verità e giustizia", sempre ancorato a strategia e valori coerenti, sottraendola all'ombra seducente del mito mediatico della "resistenza armata".

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8 dicembre antinucleare: rifondiamo la nonviolenza organizzata! 11 -11 - 2025

Rifondare la nonviolenza organizzata: adottare, contro il militarismo e il nazionalismo, la priorità della sopravvivenza globale

*Nota sulla struttura della pagina web . L'immagine riflette la regola del movimento tedesco: si manifesta con i simboli della pace, non con bandiere di partito e nazionali (es. Ucraina o Palestina).

L'intervento dei Disarmisti esigenti espone le motivazioni che conducono alla necessità di una "rifondazione nonviolenta" individuando la priorità della sopravvivenza globale

L'articolo di Luigi Mosca sulla "sicurezza comune" illustra l'idea di coinvolgere l'OCSE

L'appello pubblicato su Il Manifesto (31 ottobre 2025) in cui i no-global "storici", insieme alla Sumud Flottilla, alla GKN, si vedono a Roma il 15 novembre per preparare un NO KINGS DAY italiano entro metà dicembre. Riportata per conoscenza e tutt'altro che per adesione!

Si ricorda l'incontro Zoom programmato per il 4 novembre alle ore 18:00 sui temi del riarmo europeo e delle spese militari da contrastare facendo perno sulle obiezioni di coscienza.

https://us06web.zoom.us/j/83944051716?pwd=Xxv7AsbaFJFa2bwtsbsiiHpmtz4YRY.1


Aderisci all'appello per l'iniziativa "LIBERARE BARGHOUTI, PARTNER DI PACE COME MANDELA". Una ambasciata di pace con due uffici: Tel Aviv e Ramallah.

https://www.petizioni24.com/barghouti_libero

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Il nostro impegno nasce dalla lucida consapevolezza che la pace ("disarmata e disarmante", come vuole Papa Leone) non si impone né si ottiene con la retorica, ma si costruisce con ideali forti, parole responsabili, compromessi realistici, strategie di non collaborazione attiva e gesti coraggiosi di obiezione di coscienza.

Se si vuole la pace dobbiamo prepararla attraverso l'omogeneità mezzi-fini. Essendo ben convinti che "la guerra è sempre una sconfitta" e, oggi più che mai, "non esistono guerre giuste".

Con il presupposto che la difesa della vita universale è il valore supremo, quello da cui tutti gli altri dovrebbero discendere, si tratta di passare, da una "cultura del nemico", un approccio "perdente-perdente", a una "cultura della cooperazione", un approccio "win-win", e quindi molto più desiderabile per tutti!

Questa "cultura del nemico" è la causa fondamentale delle guerre: in realtà, i veri nemici di ogni Stato non sono gli altri Stati e popoli; i veri nemici sono comuni a tutti gli Stati e popoli e sono: il cambiamento climatico, la distruzione accelerata della biodiversità, l'inquinamento ambientale, l'iniqua distribuzione delle ricchezze, la fame e la povertà nel mondo, le epidemie, ecc. È per affrontare efficacemente questi nemici comuni che dobbiamo impegnare tutto il potenziale dell'umanità in intelligenza, iniziative di solidarietà, creatività... e non in conflitti tribali per spostare confini (un po' più a destra, un po' più a sinistra?) ancorati ad una corsa sfrenata agli armamenti di ogni tipo.

La priorità etica e strategica

In sorprendente e non scontata sintonia con l'attuale linea del Vaticano – e per distinguersi dal movimentismo estremista e sloganistico – riteniamo che il punto focale della sicurezza globale risieda nella condizione atomica. Non è solo una questione tecnica o militare. È il riflesso di una logica che ha smarrito il senso del limite: la potenza come fine, il profitto come misura di tutto. L'arma nucleare è il simbolo estremo di questa deriva. Una civiltà che fonda la propria sicurezza sulla minaccia di distruzione totale è, nella sostanza, una inciviltà. Per questo, oggi più che mai, è necessario un cambio di rotta. E' necessario "esigere" il disarmo nucleare totale, raccogliendo il lucido appello formulato da Stéphane Hessel nel suo "storico" pamphlet. Non si tratta di un auspicio generico, ma di un imperativo etico e politico che obbliga la coscienza collettiva e chiama ogni cittadino alla responsabilità primaria di salvare non solo il presente, ma il passato e il futuro dell'Umanità.

L'attuale dottrina della deterrenza è un genocidio programmato, che la Santa Sede all'ONU definisce "moralmente indifendibile e strategicamente insostenibile". Il nostro presupposto è opporre l'impulso vitale (Eros), che anela alla pace, con la cura e il senso di comunità, alla logica di annientamento (Thanatos), foriera di guerra, rispettando la vita universale. Una vita che si evolve il un unico ecosistema globale, cui la specie umana appartiene organicamente, mentre non è vera la posizione antropocentrica che la fa padrona di esso. Ecco la "terrestrità", che ci ricorda che siamo figlie e figli ancora nella pancia di Madre Natura; e che ogni forzatura dell'evoluzione, ogni brama di dominio è una ferita inferta a noi stessi.

Sulla scia delle riflessioni di Carlo Cassola, fondatore della Lega per il disarmo unilaterale, il nazionalismo e il militarismo aggravano il quadro problematico della "condizione atomica", frutto - come si è detto - dell'Hybris animatrice della corsa alla potenza, nei seguenti modi.

Il nazionalismo (da distinguere, secondo alcuni, rispetto al patriottismo o al matriottismo) pone la nazione come valore supremo e fine ultimo, alimentando la logica della potenza come fine. Questo spinge ogni stato alla competizione e al desiderio di supremazia sugli altri, rendendo l'arma nucleare lo strumento definitivo per affermare questa superiorità, il simbolo estremo di questa deriva.

Il militarismo promuove la forza armata non solo come strumento di difesa, ma come fulcro della vita sociale, politica ed economica. Esso giustifica le enormi spese militari (sottraendo risorse a bisogni reali) e la corsa agli armamenti, compresi quelli nucleari, come l'unica garanzia di sicurezza. Questo solidifica la convinzione che la minaccia di distruzione totale sia una base accettabile per la stabilità globale.

Sia il nazionalismo che il militarismo sono ideologie che esaltano il conflitto violento e la volontà di imporsi. La guerra e la preparazione alla guerra diventano inevitabili, se non addirittura desiderabili, per la grandezza nazionale. Cassola vedeva in queste ideologie la negazione del "senso del limite" e della coscienza dell'autodistruzione che l'era atomica impone. Se la sicurezza è fondata sulla potenza e sull'esercito (militarismo) a servizio della nazione (nazionalismo), l'escalation e l'uso dell'arma estrema sono considerati una possibilità legittima, non un tabù.

La denuncia radicale di Cassola si concentrava sulla necessità di abolire la guerra e di perseguire il disarmo unilaterale, anche con obiettivi parziali, partendo proprio dall'eliminazione del nucleare. Nazionalismo e militarismo sono i principali ostacoli a questo "cambio di rotta" da noi richiesto. Essi richiedono la continua mobilitazione in funzione della minaccia esterna, legittimando l'esistenza stessa degli ordigni atomici e impedendo la cooperazione internazionale. Un movimento disarmista e pacifista che fa di una bandiera nazionale il suo emblema principe e caratteristico dovrebbe essere considerato ossimorico, una contraddizione in termini.

Se il fine ultimo è la sopravvivenza dell'umanità intera, con la quale ci si identifica, è necessaria una visione universalista e la cooperazione e l'azione internazionale diventano la condizione necessaria per eliminare tutte le armi, a partire dal nucleare.

La sicurezza non può nascere dalla paura. Può nascere solo dalla fraternità universale, dalla cooperazione, dal riconoscimento dell'altro come parte di sé. Ritrovare questo sguardo è il primo passo per costruire una pace possibile. Questo imperativo morale deve tradursi in una strategia politica, attenta ai rapporti di forza, che mira a ridurre il rischio e creare fiducia, anche attraverso il metodo richiamato dei passi di disarmo unilaterale ("sii il cambiamento che vuoi vedere realizzato!").

Oggi, molte pratiche si definiscono nonviolente pur manifestando tendenze che ne negano il fondamento ideale ed etico della nonviolenza. Ci siamo già soffermati sulla assurdità di fare di una bandiera nazionale l'emblema distintivo del movimento pacifista: significa abbracciare contemporaneamente l'ideologia che alimenta il conflitto e il movimento che mira alla sua abolizione!

  • L'attuale deviazione consiste nell'adottare la logica politica della polarizzazione, dove il gruppo umano avversario non è un interlocutore da convertire, ma un "nemico" da cancellare (come nel caso degli slogan che chiedono la cancellazione di uno Stato, o la giustificazione di atti terroristici).
  • Quando gruppi che si definiscono nonviolenti arrivano a giustificare o minimizzare atti che negano la dignità umana (come i massacri di civili o la repressione interna ai movimenti), si verifica il fallimento etico. L'intolleranza verso chi propone il dialogo è l'applicazione della logica della guerra nel campo della pace.
  • Limitarsi a denunciare il male (la "polemica") con slogan estremisti ("blocchiamo tutto!") impedisce di sviluppare la profondità strategica necessaria. Si diventa reazionari a un evento, anziché proattivi con una proposta di cambiamento reale.

Riteniamo, in questa situazione di pratiche diffuse e non adeguatamente contrastate dalle direzioni nonviolente ufficiali, necessaria la rifondazione della nonviolenza organizzata: desideriamo che avvenga attraverso la riaffermazione del fondamento etico e l'integrazione di una strategia misurata e concreta.

Ovviamente, non si è obbligati a condividere il nostro giudizio sull' opportunismo politico rispetto a quello che, per altri che soppesassero in modo diverso le cose, viene visto solo come espressione di cautela nel rapportarsi verso una ondata emotiva da cui non si vuole restare isolati. Critiche nette potrebbero portare alla rottura dei ponti con una base vasta e trasversale di attivisti, perdendo rilevanza e capacità di mobilitazione.

Ma la nostra esperienza maturata nel tempo ci insegna che le semplificazioni demagogiche, per quanto efficaci nell'immediato, non reggono alla prova della durata. Quando un movimento non riesce a contenere le spinte fanatizzanti al proprio interno, rischia di trasformarsi in una caricatura di sé stesso. E così, anziché rafforzare la causa da cui è nato, finisce per indebolirla, tradendone lo spirito originario. Per questo riteniamo essenziale coltivare una cultura politica fondata sulla responsabilità, sulla misura e sulla coerenza etica. Solo così è possibile costruire percorsi credibili e duraturi, capaci di incidere davvero sulla realtà.

Proposte concrete per la sicurezza collettiva

Per operare questa rifondazione della nonviolenza organizzata, proponiamo quattro passi essenziali mediante campagne politiche per una sicurezza fondata sulla fraternità e i diritti umani:

  1. Proibizione nucleare e Non Primo Uso (NFU): aderire al Trattato TPNW e promuovere attivamente il Non Primo Uso (NFU). Questa misura non solo è etica, ma è un atto di lucidità analitica che contrasta il rischio di errore di calcolo dovuto all'IA, allungando i tempi di decisione e reintroducendo il controllo umano.
  2. Rilancio di Helsinki 2: costruire un quadro di sicurezza globale, inclusivo e multilaterale che superi la logica dei blocchi politico-militari (NATO/Russia/Cina). L'obiettivo è trasformare il welfare verso una sicurezza basata sul costituzionalismo globale, da realizzarsi come cittadini del mondo radicati nella terrestrità. In questa prospettiva, coinvolgere l'OSCE ad aprire, sotto l'egida dell'ONU, un tavolo negoziale tra Occidente e Russia su tutte le questioni di confine (circa 4.000 km) legate principalmente alle minoranze russe in vari Paesi dell'Europa orientale (in particolare in Estonia e Lettonia).
  3. Zona Libera da Armi Nucleari in Medio Oriente (NFZ-MENA): Agire per impedire l'espansione degli arsenali in una regione ferita, reindirizzando le priorità politiche verso la protezione della vita e la promozione della giustizia.
  4. Costituzione della Terra: l'idea di un Patto Costituzionale globale che imponga limiti e vincoli ai poteri statali e di mercato per tutelare i beni vitali (ambiente, pace, salute, vita) e garantire i diritti fondamentali di tutti gli esseri umani, rifondando il diritto internazionale. Il suo nucleo è la creazione di istituzioni di garanzia globali, affrancate dagli Stati, per imporre limiti ai poteri "selvaggi" degli Stati sovrani e dei mercati globali, e per rendere effettivi i diritti umani a livello universale. I diritti umani e sociali dovrebbero essere integrati dai diritti dell'umanità in quanto tale e dai diritti della Terra.

Per sviluppare un impegno laico e concreto, capace - seppur gradualmente - di contrastare la deriva bellica e il rafforzamento del sistema di guerra, proponiamo che l'Italia, in quanto parte integrante dell'Europa, possa farsi interprete di una svolta. A partire da una pressione dal basso, consapevole e organizzata, il nostro Paese potrebbe recepire e sostenere obiettivi che non solo sono eticamente fondati, ma anche politicamente plausibili e realizzabili.

1) Denuclearizzare sia in campo militare, sia in campo civile

2) Convertire le spese militari in investimenti sociali (beni comuni e pubblici) e in conversione ecologica: dire no alla guerra e sì alla pace significa considerare anche la guerra sociale ai beni comuni e l'utilizzo delle armi finanziarie come il debito.

3) Predisporre un modello di difesa che, nel rispetto dell'articolo 11 della Costituzione, attui il transarmo progressivo verso la resistenza nonviolenta quale capacità di opporsi all'ingiustizia con mezzi costruttivi, basati sulla forza dell'unione popolare.

Alcune campagne in corso dei movimenti di base vanno sostenute ed aiutate ad acquisire una sponda istituzionale più salda, sicura, convinta:

1- L'opposizione al ritorno del nucleare civile.

2- Object War per il diritto internazionale al non partecipare direttamente ai combattimenti armati. In particolare lanciare una forma di "obiezione alla guerra" che contrasti l'ambiguo ritorno (tra volontarietà, obbligatorietà, sorteggio) che si sta predisponendo alla mini-naja

3- L'obiezione di coscienza nelle sue varie forme e modalità: oltre a quella al servizio militare di cui si diceva, le obiezioni alle spese militari, alle banche armate, alle produzioni e ai traffici bellici.

4- Il contrasto alla militarizzazione della scuola, dell'università, della ricerca scientifica.

Il comitato per la liberazione del Mandela palestinese quale partner di pace

Per quanto riguarda il conflitto israelo-palestinese nell'ambito della più ampia partita mediorientale, è noto che proponiamo di creare una Ambasciata di pace in Palestina, con due uffici, uno a Tel Aviv e uno a Ramallah. La proposta va oltre la semplice mediazione e suggerisce un'azione diretta e strategica nel campo politico interno sia israeliano che palestinese, con l'obiettivo di alterare gli equilibri di potere a favore della pace. Marwan Barghouti è considerato una figura politica popolare e unificante per i Palestinesi, il cui rilascio è visto come il passo necessario per rimettere in piedi una leadership palestinese credibile e unitaria, capace di negoziare la pace. Sostenere le forze israeliane contrarie alla logica della guerra e dell'occupazione è inteso come un modo per rimuovere il blocco politico interno israeliano alla soluzione diplomatica, aprendo la strada a un vero processo di pace, oltre le tregue precarie e momentanee.

Per quanto riguarda il problema del disarmo di Hamas (e l'eventuale confluenza della sua dimensione politica nell'OLP), ci teniamo a sottolineare un punto, che sembra mancare ai più nel movimento pacifista, cioè le condizioni di legittimità di una resistenza armata, in un conflitto asimmetrico, ai sensi del diritto internazionale.

L'obbligo di rispettare il Diritto Internazionale Umanitario (DIU) è assoluto e incondizionato, e si applica a tutte le parti in conflitto, inclusi i gruppi di resistenza armata.

Il Diritto Internazionale Umanitario (noto anche come diritto dei conflitti armati o Ius in bello) stabilisce le regole che devono essere rispettate durante un conflitto, indipendentemente dalle cause o dalla legittimità della guerra stessa (Ius ad bellum). Lo scopo fondamentale del DIU è limitare la sofferenza umana. Richiede che ogni combattente, in qualsiasi tipo di conflitto (simmetrico o asimmetrico), rispetti due principi cardine: 1) principio di distinzione: i combattenti devono sempre distinguere tra obiettivi militari e civili o beni civili. Gli attacchi diretti contro i civili o contro le infrastrutture civili sono crimini di guerra; 2) principio di proporzionalità: la perdita di vite civili o i danni ai beni civili non devono essere eccessivi rispetto al vantaggio militare concreto e diretto atteso dall'attacco.

Lo statuto di combattente viene riconosciuto ad un gruppo che compie azioni armate se i suoi componenti si comportano da combattenti leciti, il che include il portare apertamente le armi e il rispettare il diritto internazionale umanitario - DIU.

I gruppi armati non statali (come la sezione specializzata di Hamas) sono vincolati dal DIU, in particolare dall'Articolo 3 Comune alle quattro Convenzioni di Ginevra e, se l'intensità del conflitto lo richiede, dal Protocollo Aggiuntivo II (per i conflitti armati non internazionali). Attacchi contro i civili (come il lancio indiscriminato di razzi, l'uso di scudi umani, o gli attacchi diretti e premeditati contro non combattenti) costituiscono violazioni gravi del DIU, indipendentemente dalla legittimità politica della causa per cui si combatte.

Nel contesto di un conflitto asimmetrico (dove le forze e le risorse sono diseguali, come nel caso Israele-Hamas), il DIU mantiene la sua piena applicabilità a entrambe le parti. Le violazioni commesse da una parte (ad esempio, una potenza occupante) non giustificano o legittimano le violazioni commesse dall'altra parte (il gruppo di resistenza). Ogni parte è responsabile delle proprie azioni ai sensi del diritto internazionale.

In sintesi, la legittimità politica della resistenza (o il suo eventuale futuro politico come parte dell'OLP) è distinta e non annulla l'obbligo di operare secondo le regole del DIU. Il rispetto dei diritti umani dei civili è la condizione sine qua non per qualsiasi soggetto che ricorra alla forza, anche se per una causa considerata giusta. Affermare ciò è espressione di un principio universalista di civiltà e di diritto, proprio il contrario della manifestazione di un atteggiamento "giudicante" e "colonialista".

Il Diritto Internazionale Umanitario, codificato nelle Convenzioni di Ginevra, non è un codice morale imposto da una singola potenza o cultura. È un insieme di regole accettate e ratificate da praticamente tutti gli Stati del mondo (comprese nazioni che sono state colonizzate). L'obbligo di proteggere i civili, di distinguere tra combattenti e non combattenti e di trattare i prigionieri in modo umano sono considerati norme consuetudinarie universali e inderogabili (Ius cogens).

Le regole del DIU sono neutre rispetto alle cause del conflitto. Non giudicano chi ha ragione (Ius ad bellum), ma stabiliscono come si combatte (Ius in bello). Esigere il rispetto di tali norme significa chiedere l'applicazione di un patrimonio giuridico comune a tutti, superando la logica della vendetta o della giustificazione data dalla disperazione.

L'accusa di "colonialismo" suggerisce che si stia imponendo una norma occidentale/dominante per delegittimare la resistenza. Al contrario, l'affermazione che il DIU è incondizionato pone la vita e l'incolumità dei civili (sia propri che avversari) al di sopra di ogni considerazione strategica o politica. È la difesa dei diritti umani fondamentali dei non combattenti, che sono le prime vittime in qualsiasi conflitto asimmetrico.

Insistere sul fatto che il rispetto del DIU è la "condizione sine qua non" per chi usa la forza non è un giudizio sulla giustezza della causa, ma è la definizione di chi è un combattente legale in un conflitto moderno. Qualsiasi gruppo che non rispetta il DIU (ad esempio, attaccando deliberatamente i civili o usando scudi umani) si auto-colloca fuori dal quadro della legittimità giuridica internazionale, trasformando i propri atti in crimini di guerra, indipendentemente dall'asimmetria del conflitto.

Un atteggiamento veramente non-giudicante e non-colonialista deve evitare di cadere nella logica che il "fine giusto" (la liberazione) giustifichi "mezzi illegali" (l'attacco ai civili). Sostenere l'incondizionalità del DIU è un modo per proteggere la causa stessa della resistenza da contaminazioni estremiste e terroristiche dei movimenti di sostegno, le quali, come si è sottolineato, sono la caricatura della nonviolenza e minano ogni futuro politico credibile.

Per un gruppo di resistenza come Hamas che aspira a diventare parte di un'entità statale legittima e riconosciuta (come l'OLP), dimostrare il rispetto per le leggi di guerra è essenziale. È un atto di lungimiranza politica e di impegno verso l'ordine internazionale futuro, non un segno di sottomissione. L'eventuale leadership di Barghouiti può fungere da motore e garante per questa evoluzione.

Struttura e Metodo: costruire Ponti, non slogan

La nostra aspirazione è dare vita a un centro di "nonviolenza poietica" (creativa), capace di generare pensiero e azione, superando l'isolamento e la semplificazione degli slogan. Vogliamo contribuire con discrezione e fermezza, offrendo un'alternativa che non si esaurisca nel gesto mediatico, ma che sappia costruire relazioni, visioni e percorsi condivisi.

Non ci riconosciamo in iniziative che privilegiano l'impatto scenico a scapito del dialogo, né in pratiche che escludono chi propone mediazione e ascolto. Crediamo invece in un cammino paziente, radicato nella storia e aperto al futuro. Come primo passo, proponiamo la nascita di un Laboratorio per la Sicurezza Umana (LSU): una piattaforma permanente di studio e proposta, che sappia coniugare analisi rigorosa e visione etica. Un luogo dove elaborare strumenti normativi e culturali, partendo da esperienze che ci hanno visto protagonisti: dal riconoscimento dell'obiezione di coscienza allo smantellamento degli euromissili sancito dal Trattato INF del 1987.

Altre idee da potenziare:

- la rivista Il Sole di Parigi

- una newsletter

- una web radio

- la Rete per l'educazione alla terrestrità con la Biblioteca della Dignità in via Pichi

Per questo ci ritroviamo in Assemblea a Roma, l'8 dicembre, con l'intento di avviare questa auspicata "rifondazione della nonviolenza organizzata".

Vogliamo tornare a pensare la pace come progetto concreto, legato alla dignità e alla Terra. E farlo insieme, con sobrietà, con coraggio, con responsabilità.

Questa proposta dell'8 dicembre a Roma "per la rifondazione nonviolenta" va considerata una semplice ipotesi di lavoro, che nasce però non da elucubrazioni estemporanee. Mettendola in circolo la si sottopone a verifica tra amiche/i e compagne/i di cammino, in questo modo attuando già quella cultura del dialogo che si sta invitando a promuovere. Si è infatti pienamente consapevoli che la rifondazione della nonviolenza organizzata non può essere un atto solitario e improvvisato: deve nascere da un processo condiviso, capace di interrogarsi, ascoltare, correggersi. La priorità della sopravvivenza globale, posta come alternativa al militarismo e al nazionalismo, è un principio alto che porta a fare i conti innanzitutto con la deterrenza "atomica", da superare con la denuclearizzazione, sia militare che civile. Perché diventi movimento politico organizzato deve essere tradotto in costruzione di reti di rapporti, in linguaggi accessibili, in una collocazione di alleanze credibili.

L'assemblea dell'8 dicembre, se ci sarà in quella data, se ci sarà, dovrebbe essere un momento fondativo, tale da segnare l'inizio di una nuova fase. Ma perché sia riconosciuto come tale, dovrebbe essere preceduto da un lavoro di tessitura; coinvolgimento, riflessione, apertura. Sottoporre l'idea a verifica non è segno di debolezza, ma di responsabilità politica. Significa non dare nulla per scontato, non imporsi, ma proporre. E lasciare che la proposta venga accolta, trasformata, arricchita.

Esiste il problema dei gruppi già organizzati e qui si intende ribadire che non si tratta di imporre nulla dall'esterno ma di proporre una ipotesi di soluzione ai problemi che già questi gruppi sentono, e dichiarano di sentire, se si ascolta il loro dibattito interno. Noi riconosciamo il valore e la storia di questi gruppi. Rappresentano una insostituibile eredità morale e politica: pensiamo al MN di Capitini, alla LDU di Carlo Cassola, alla tradizione di Pax Christi... Essi stessi ci pare riconoscano che, nonostante la profonda tradizione e i principi inattaccabili, la nonviolenza organizzata non riesce più ad incidere significativamente sulla politica nazionale. Siamo frammentati e i decisori ci ignorano. La nostra responsabilità politica è ammettere che la configurazione e la struttura attuali non sono all'altezza della gravità della crisi. Un modo di procedere, dopo l'assemblea dell'8 dicembre, o di quando sarà, è quello di pensare possibile non la richiesta un'adesione totale e permanente da subito ai gruppi già organizzati, ma l'avviamento di esperimenti congiunti e reversibili. Si potrebbe chiedere un Tavolo di Convergenza Tematica (non strutturale): la proposta sarebbe non una fusione, ma la creazione di un "Comitato di verifica e azione congiunta" dedicato a una singola, ma urgente, tematica (es. "l'Iniziativa per Helsinki 2" o "l'Ambasciata di Pace per Barghouti").
Metodo di lavoro: bisogna dichiarare esplicitamente che questo Comitato lavorerà secondo il principio: "Sottoporre l'idea a verifica (in comune) non è segno di debolezza, ma di responsabilità politica."
Principio del risultato misurabile: l'obiettivo di questo tavolo non è produrre un documento ideologico, ma un'azione politica concreta e misurabile. La nonviolenza non è solo contenuto, ma anche forma. E la forma che si vorrebbe adottare — dialogica, inclusiva, riflessiva — è già parte della rifondazione. È il segno che non si cerca una nuova etichetta, ma una nuova sostanza.

Costruire la Pace, "disarmata e disarmante", rifondare un polo nonviolento

Proposte concrete per una sicurezza umana nel "costituzionalismo globale"

La pace non si impone. Si costruisce.
Con gesti misurati, ma convinti, con parole responsabili, con scelte che guardano al futuro.

Le proposte che avanziamo nascono da questa convinzione.

Sono semplici, ma essenziali:

  • Proibire le armi nucleari, aderendo al Trattato TPNW e promuovendo il principio del Non Primo Uso.
  • Rilanciare Helsinki, per una sicurezza fondata sulla fraternità e sui diritti umani, non sulla minaccia.
  • Creare una zona libera da armi nucleari in Medio Oriente, per restituire speranza a una regione ferita.
  • Fare adottare una Costituzione della Terra.

Questi passi traducono un imperativo morale - non uccidere, rispetta la vita universale! - in una strategia politica concreta.
Una strategia che spegne gli antagonismi violenti, riduce il rischio, favorisce il dialogo e apre la strada a una sicurezza condivisa.

La nostra identità è quella di cittadini del mondo, radicati nella terrestrità.
Crediamo che ogni essere umano abbia diritto a vivere senza il peso di una minaccia nucleare, che è un genocidio programmato.
E che l'Italia, in questo cammino, possa essere voce di pace e di responsabilità.

Non ci interessa la polemica.
Ci interessa la possibilità di aprire la porta a speranze.
La possibilità di incontrarsi, di ascoltarsi, di cercare insieme una via d'uscita. Di essere "aggiunta nonviolenta" e "nonviolenza poietica".

La pace non nasce dal rifiuto dell'altro, ma dal riconoscimento reciproco.
Non si costruisce con slogan, ma con compromessi coraggiosi.

In conclusione, crediamo che il dialogo sia l'unica strada.
Una strada difficile, certo.
Ma è la sola che non porta al baratro.
E per questo, è la sola che valga la pena percorrere.

Per questo noi che condividiamo questi contenuti ci riuniamo in Assemblea a Roma l'8 dicembre. Avviamo la costruzione di un nuovo soggetto che opererà una rifondazione della nonviolenza organizzata in Italia.

Idee per la rifondazione del polo nonviolento l'8 dicembre

La rifondazione deve superare lo sloganismo e l'isolamento, diventando, possibilmente, con il tempo che ci vuole, un attore rilevante e "disarmante" nel dibattito politico e sociale italiano.

1. Struttura organizzativa: dal movimento al soggetto politico-culturale

Per essere un polo "aggiunta nonviolenta" e "nonviolenza poietica" (creatrice), il nuovo soggetto deve distinguersi dai comitati ad hoc o dai movimenti emotivi.

  • Creazione del "Laboratorio per la Sicurezza Umana" (LSU):
    • Funzione: istituire una piattaforma permanente che non si limiti alla protesta, ma produca analisi e proposte normative sui temi del disarmo (nucleare, IA, armi convenzionali) e della sicurezza collettiva.
    • Composizione: unire esperti (giuristi, diplomatici, scienziati, teologi morali) con attivisti di base. L'assemblea dell'8 dicembre potrebbe votare la sua costituzione e il primo nucleo direttivo.
  • Adozione di una "Carta del Dialogo":
    • Principio operativo: codificare il principio del "riconoscimento reciproco" e del "compromesso coraggioso" come metodo vincolante per l'azione interna ed esterna. Questo distingue immediatamente dai movimenti intolleranti ("teste di coccio").
    • Esempio: dichiarare esplicitamente che il dialogo non è con chi propone la violenza o la cancellazione dell'altro, ma con chi si impegna per la coesistenza e il Diritto Internazionale.

2. Strategia comunicativa: dallo slogan alla proposta responsabile

Per contrastare la polemica e lo sloganismo, la comunicazione deve essere misurata, responsabile e orientata al futuro.

  • Lancio della Campagna "Italia senza minaccia":
    • Focus: Rendere i concetti di TPNW e Non Primo Uso (NFU) accessibili al cittadino comune. La campagna non deve chiedere solo "la pace", ma "la fine della minaccia".
    • Obiettivo: raccogliere firme per una Proposta di Legge di Iniziativa Popolare (o una risoluzione parlamentare) che impegni l'Italia a promuovere attivamente il NFU nei consessi NATO e internazionali, trasformando il nostro "imperativo morale" in un atto politico.
  • Mediazione e "contenimento":
    • Ruolo pubblico: posizionarsi come mediatori etici nel dibattito. Quando sorgono polemiche estreme (es. come nel conflitto israelo-palestinese), intervenire non per schierarsi con gli slogan, ma per riportare la discussione sui principi di sicurezza umana, diritto internazionale e dialogo per la coesistenza (come il supporto alla leadership Barghouti o alla NFZ-MENA).
    • Slogan esempio: Sostituire la retorica della protesta con quella della responsabilità: "Non ci interessa la polemica, ci interessa la possibilità (di agire)."

3. Azioni Concrete Immediatamente Dopo l'8 Dicembre

L'assemblea deve definire i primi gesti che dimostrino la solidità e la concretezza del nuovo soggetto:

  • Seminari Tecnici su "Helsinki 2":
    • Organizzare una serie di incontri di alto livello (coinvolgendo ex-diplomatici, accademici) per elaborare un documento di proposta italiano per una nuova architettura di sicurezza collettiva. Questo dimostra che la proposta di Helsinki non è utopia, ma un piano operativo.
  • Focus regionale sulla NFZ-MENA:
    • Promuovere un network di associazioni e comuni italiani che chiedano al Governo e al Parlamento un impegno formale per l'organizzazione della Conferenza sulla Zona Libera da Armi Nucleari in Medio Oriente. Questo traduce l'ideale in azione di politica estera localizzata.
  • Metodo dei "passi unilaterali" come esempio:
    • Lanciare una campagna interna (per i membri del nuovo polo) di "Disarmo personale" (es. boicottaggio consapevole di prodotti legati all'industria bellica, impegno a non usare linguaggi di odio/violenza) che testimoni il principio del "sii il cambiamento che vuoi vedere realizzato" prima di chiederlo agli Stati.

L'assemblea dell'8 dicembre dovrebbe quindi non solo votare i principi, ma stabilire la struttura (LSU), la strategia comunicativa (Campagna NFU) e i primi impegni operativi (Helsinki 2 / NFZ-MENA).

Una sicurezza degli uni contro gli altri o una sicurezza comune dell'umanità?

« Oh Barbara, quelle connerie la guerre » (Jacques Prévert)

Stiamo assistendo a un massiccio riarmo, sia convenzionale che nucleare, e anche, da alcuni anni a questa parte, a un indebolimento, persino allo smantellamento, di tutta una serie di istituzioni e trattati internazionali che erano stati gradualmente istituiti dopo la Seconda Guerra Mondiale. Perché? Per cercare di rispondere a questa domanda, dobbiamo tornare almeno al periodo immediatamente successivo alla dissoluzione dell'Unione Sovietica: erano gli inizi degli anni Novanta, la fine della Guerra Fredda e anche la dissoluzione del Patto di Varsavia, che avevano aperto grandi speranze che un periodo di pace sarebbe finalmente arrivato. Nell'arco di circa dodici anni, si è effettivamente verificato un riavvicinamento costruttivo tra la Russia e il resto dell'Europa, al punto che nel 1997 è stato firmato l'Atto Fondativo NATO-Russia e la Russia era in trattative per entrare a far parte della NATO!

La seconda guerra in Iraq del 2003, scatenata dagli Stati Uniti e dalla NATO, non solo senza un mandato ONU e sulla base di una menzogna assoluta, ma anche senza consultare la Russia, che in realtà stava collaborando con la NATO, ha causato un cambiamento di 180° nella posizione di Putin nei confronti dell'Occidente. (Per maggiori informazioni, si veda l'eccellente documentario "PUTIN, NATO and EUROPE" su Arte – "Le dessous des cartes").

Poi, la rapida espansione della NATO verso est fino a raggiungere 30 stati membri, con la prospettiva di aggiungere Ucraina e Georgia (vertice NATO del 2008 a Bucarest), costituì per la Russia un palese tradimento della promessa fatta da diversi leader occidentali (Kohl, Mitterrand, la signora Thatcher e Manfred Wörner, Segretario generale della NATO) a Gorbaciov di non espandere la NATO oltre una Germania riunificata.

La guerra in Ucraina, scatenata da Putin, è una delle conseguenze di questo processo, ma è anche fermamente condannabile in quanto viola il Memorandum di Budapest (1994) e il diritto internazionale, con la ripetuta minaccia dell'uso di armi nucleari e, quindi, con il rischio spaventoso di una deriva verso una guerra globale.

Questo esempio illustra chiaramente come, per raggiungere l'eliminazione effettiva e totale delle armi nucleari, sia essenziale considerare il contesto geopolitico, data l'interconnessione di queste realtà! La reazione dell'Unione Europea e della NATO a tutto ciò consiste nell'attuale corsa al riarmo totale, ulteriormente aggravata dalla recente posizione di Donald Trump nei confronti della NATO in Europa.

Perché non proporre, allora, di aprire un tavolo negoziale tra Occidente e Russia su tutte le questioni di confine (circa 4.000 km) legate principalmente alle minoranze russe in vari Paesi dell'Europa orientale (in particolare in Estonia e Lettonia, dove un terzo della popolazione è di origine russa, metà della quale è costretta all'apolidia!): altrettante "bombe a orologeria", la prima delle quali è già esplosa in Ucraina. Per riuscirci, bisogna convincere l'OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) a compiere un passo del genere, naturalmente sotto l'egida dell'ONU: riprendere un dialogo interrotto bruscamente una ventina di anni fa. In altre parole, si tratta di passare da una "cultura del nemico", un approccio "perdente-perdente", a una "cultura della cooperazione", un approccio "win-win", e quindi molto più desiderabile per tutti!

Questa "cultura del nemico" è la causa di molte guerre: a sua volta, è spesso generata dall'hybris (un'eccessiva volontà di potenza) dei leader di vari imperi, vecchi, nuovi o rinnovati. (Si veda, ad esempio, il termine "full spectrum dominance" nella dottrina statunitense). In realtà, i veri nemici di ogni stato non sono gli altri stati; i veri nemici sono comuni a tutti gli stati e sono: il cambiamento climatico, la distruzione accelerata della biodiversità, l'inquinamento ambientale, la fame e la povertà nel mondo, le epidemie, ecc. È per affrontare efficacemente questi nemici comuni che dobbiamo impegnare tutto il potenziale dell'umanità in intelligenza, iniziative di solidarietà, creatività... e non in una corsa sfrenata agli armamenti di ogni tipo.

Un partenariato rinnovato tra Unione Europea e Russia faciliterebbe anche un processo di disarmo nucleare, anche se per completarlo sarà essenziale promuoverlo all'interno del 'club' delle nove potenze nucleari: e spetterà a noi, società civile, sensibilizzare sul fatto che il rischio di una guerra nucleare, anche accidentale o per errore, è chiaramente a un livello inaccettabile, in primo luogo per loro stessi (!), mentre l'umanità si avvicina alla guerra nucleare di tre secondi, secondo il Doomsday Clock (l'Orologio dell'Apocalisse degli scienziati atomici).

Passando ora all'indebolimento, persino al graduale smantellamento, di un intero insieme di istituzioni e trattati internazionali: si tratta di un processo di estrema gravità. Dopo ciascuna delle due guerre mondiali, fu pronunciata la dichiarazione: "mai più la guerra", e per questo motivo furono create istituzioni internazionali (la Società delle Nazioni dopo la Prima Guerra Mondiale e l'ONU dopo la Seconda), proprio per fare tutto il possibile per evitare nuove guerre, e soprattutto un'altra guerra mondiale, attraverso processi negoziali in cui sarebbero sorte nuovamente delle controversie.

Tuttavia, stiamo assistendo a una sorta di graduale paralisi dell'ONU, dovuta in particolare alla natura antidemocratica del suo Consiglio di Sicurezza e alle inadeguatezze della sua "forza di pace" (i "caschi blu"), tanto che il ruolo dell'ONU appare del tutto marginale nei tentativi di mediazione nelle guerre in corso.

Allo stesso modo, i trattati riguardanti le armi più disumane – chimiche, batteriologiche, bombe a grappolo, mine antiuomo e soprattutto armi nucleari – vengono indeboliti (come il TNP) o aboliti (come l'importante Trattato INF sulle forze nucleari a raggio intermedio, firmato nel 1987 tra Reagan e Gorbaciov), e l'elenco è in realtà molto più lungo… ad esempio, Finlandia e Svezia hanno appena annunciato il loro ritiro dal Trattato sulla messa al bando delle mine antiuomo, citando come giustificazione la loro necessità di difesa contro il "nemico russo"!

In conclusione, il lavoro deve procedere lungo due linee complementari:

sostituire la "cultura del nemico" con una "cultura del dialogo, della negoziazione e della cooperazione", fondamento di una pace giusta e duratura, attraverso campagne di sensibilizzazione e iniziative diplomatiche basate sul multilateralismo; e, in secondo luogo, "rivitalizzare" le istituzioni e i trattati internazionali per invertire l'attuale tendenza al ritorno a un regime westfaliano (1648) in cui ogni Stato, pienamente sovrano, cerca di prevalere sugli altri in una serie di guerre senza fine.

Il ruolo della società civile deve essere dispiegato lungo queste due linee: direttamente, sensibilizzando l'opinione pubblica, e indirettamente, stimolando processi diplomatici pertinenti a ogni situazione di crisi nel mondo. E, riecheggiando il titolo di questo articolo, è importante ricordare l'affermazione di Gorbaciov: "Se uno Stato vuole essere sicuro, deve prima contribuire alla sicurezza degli altri Stati". Tuttavia, la deterrenza nucleare produce esattamente l'opposto!

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Il desiderio di movimento contro i Re e le loro Guerre

*** da Il Manifesto - online 1 novembre 2025 -

La mobilitazione La domanda che ci deve assillare allora è: come si fa a fare come la Flotilla ogni giorno? Come facciamo a mettere in pratica la speranza, a incarnare una possibilità? A diventare un attore collettivo in grado di cambiare le cose?

In Italia, per la prima volta dopo anni, un movimento ampio e popolare ha scosso la politica e le istituzioni fino alle fondamenta, incrinando la rassegnazione. Con la Flotilla si è sentita un'aria nuova: un soffio potente, moltitudinario, capace di attraversare confini e piazze. La Palestina ci ha mostrato, più di ogni altra fase storica, di cosa sono capaci il capitale, il patriarcato, la nazione, la religione: macerie e devastazione.

TUTTE LE GUERRE in corso stanno trasformando il capitale, spingendolo verso la corsa agli armamenti, modificando economie e destini, compreso quello dell'Europa. Oggi infatti è questo il volto dell'Europa: armi e controllo, mentre ogni visione ecologica e sociale viene rimossa. Ma la guerra in Palestina è andata oltre, mostrando non solo la lunga storia di oppressione e ribellione, ma anche il presente e il futuro possibile del pianeta. Se quella vista a Gaza è la misura dell'annientamento che si può raggiungere su questa Terra, a essa vogliamo contrapporre un desiderio di vita diverso. Questo desiderio di vita ha attraversato le maree degli ultimi anni, da quelle climatiche a quelle trans-femministe, e tutto possiamo dire fuorché sia sopito dopo le straordinarie piazze di settembre e ottobre.

LE COMPLICITÀ del governo italiano — e di tanti altri — con il sistema che sostiene il genocidio e il colonialismo d'insediamento ci mostrano chiaramente contro cosa e chi lottare, e che non siamo soli. Hanno dichiarato una tregua, ma se i governi restano gli stessi, chi può credere alla durata delle tregue e delle paci? E soprattutto chi può credere a una "pace" armata durante la quale si continua ad utilizzare la fame come arma di morte, durante la quale apartheid, violenza coloniale e normalizzazione del genocidio si rafforzano unitamente a chi ha reso possibile tutto questo?

LA DOMANDA non riguarda solo la Palestina ma anche noi che abbiamo — per quanto ancora? — il privilegio di lottare. Le cronache di questi giorni ci mostrano come il governo Meloni vuole imporre la sua finanziaria di guerra: sfratti eseguiti con violenza brutale, polizia a garantire l'agibilità politica dei neofascisti fuori le scuole, università messe sotto controllo governativo, mentre la precarietà e la compressione salariale acuiscono la ricattabilità. Nella pausa delle mobilitazioni di questi giorni abbiamo visto il colpo di coda di forme di squadrismo e della stretta repressiva, di cui il dl Sicurezza è l'espressione massima.

ECCO LA SVOLTA autoritaria e la democrazia di guerra già all'opera. La domanda che ci deve assillare allora è: come si fa a fare come la Flotilla ogni giorno? Come facciamo a mettere in pratica la speranza, a incarnare una possibilità? A diventare un attore collettivo in grado di cambiare le cose? Come costruiamo dunque mobilitazioni grandi ed efficaci, ora che lo sciopero – convergente – è tornato a essere uno degli strumenti più importanti nelle nostre mani? Senza alcun determinismo pensiamo che per tutti gli scioperi dell'autunno, e oltre, il tema sia la generalizzazione che parte dalle città, dai territori, dalle tante contraddizioni e dalle tensioni sociali internazionali e del paese.

ABBIAMO SCRITTO questa lettera per aprire uno spazio di possibilità. Per questo proponiamo di incontrarci in assemblea a Roma il 15 novembre. Se dall'assemblea nascerà davvero un rilancio in avanti, non saremo più solo queste e questi, ma molte e molti di più — con un metodo organizzativo tutto da inventare, ma con la convergenza e l'ambizione di dare forma a grandi progetti comuni. Proprio perché la crisi è sistemica, noi non siamo per un nuovo governo, siamo per un mondo nuovo. Al contempo è innegabile il ruolo del governo Meloni nel costituire una triangolazione nera con Trump e Netanyahu, pronta ad annichilire ogni movimento sociale.

CONDIVIDIAMO una prima idea da discutere insieme: stare all'interno di una processualità già in corso, che incrocia le piazze climatiche, transfemministe e degli scioperi per arrivare a opporci a una legge di bilancio fondata sulla guerra, il militarismo e lo sfruttamento. Il governo Meloni siede allo stesso tavolo dei nuovi autonominati "Re" perciò, per tutte le ragioni esposte, tutte e tutti noi abbiamo il diritto di affermare che il "re è nudo" e vogliamo avere il nostro No Kings Day: non si tratta di mutuare esattamente le caratteristiche del movimento statunitense, né di regalare alla figura di Meloni una centralità personale che del resto non le riconosciamo. Si tratta di continuare ad affiancare al generale il generalizzato, all'internazionale il "qui e ora" e di dare alla lotta tappe convergenti e generalizzanti. Di costruire insieme la risposta alla svolta autoritaria italiana, all'economia di guerra e allo sfruttamento per aprire un orizzonte nuovo.


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