Le preoccupazioni neutraliste degli europei secondo un sondaggio del Sole 24 Ore

03.02.2026

Il SOLE 24 ORE indaga sulle paure degli europei: le bollette preoccupano più delle guerre che non si vogliono combattere

L'economia come nuova frontiera del quotidiano

Nell'indagine del Sole 24 Ore pubblicata il 26 gennaio (sondaggi dell'istituto Noto) non si parla di gloria o di eroismo, ma di una paura che si siede a tavola con le famiglie. Serena Uccello restituisce i numeri di questa apprensione (l'85% degli italiani teme l'impatto economico), mentre Antonio Noto spiega che si tratta della "paura meno spettacolare". Per entrambi, la bolletta che aumenta spaventa di più che vedersi soldato in trincea. La sicurezza non si misura più sui confini geografici, ma sulla tenuta del bilancio familiare. La guerra diventa un fatto interno, un'ombra che si allunga sulle scelte di consumo, come un inverno in anticipo che costringe a chiudersi in casa.

La solitudine dei popoli e il miraggio dell'Unione

In entrambi i testi emerge una sfiducia dal sapore amaro, quello delle cose che sembrano non cambiare mai. Uccello osserva come l'asse anglo-americano resista solo per gli inglesi, mentre Noto rincara sostenendo che le crisi, invece di unirci, mettono in luce divisioni ancora più profonde. Gli europei si osservano con sospetto, come vicini che, nel momento del bisogno, chiudono la porta invece di offrire aiuto. Solo i danesi sembrano percepire ancora il calore di una comunità, forse perché la minaccia alla loro isola, la Groenlandia, li ha resi più consapevoli di ciò che rischiano di perdere.

Il desiderio di non essere altrove: la neutralità

Un punto di contatto fortissimo è il rifiuto di combattere. Uccello elenca le percentuali di chi non vuole essere coinvolto (il 63% dei tedeschi, il 55% degli italiani) e Noto traduce questi dati in una mutazione antropologica: la stabilità è diventata parte integrante dell’idea di sicurezza. È l'aspirazione a una vita lineare, senza scossoni, in cui il destino non venga deciso altrove, in terre lontane. La neutralità non è vissuta come viltà, ma come espressione di un profondo attaccamento alla propria vita ordinaria, fatta di lavoro, spese e piccole abitudini.

Questo "pacifismo" spontaneo e utilitaristico dei popoli non trova una reale rappresentanza nelle élite che governano (e in Europa la maggioranza che sostiene von der Leyen è di centro-sinistra, un dato che non va dimenticato). Ma non è nemmeno organizzabile dalle teste calde estremiste pro Pal, pro Mad, pro ayatollah. Questo sentimento, comune tra la gente comune, resta estraneo alle esasperazioni ideologiche. Le persone che incontri nella vita reale — chi lavora in un bar, chi in un'officina, chi si sbatte per una occupazione non precaria — non sono attratte da slogan radicali o dalla voglia di menare le mani tanto per sfogare il loro ribellismo. C'è in loro una saggezza silenziosa che le tiene lontane dai disordini e dalle bandiere di chi cerca lo scontro. Preferiscono la calma dei giorni abitudinari, convinti che la vera priorità sia difendere quel poco di serenità che la vita, nonostante tutto, riesce ancora a concedere.

GLI ARTICOLI DEL SOLE 24 ORE DI LUNEDI' 2 FEBBRAIO 2026

ARTICOLO N.1 FIRMATO DA SERENA UCCELLO

UCRAINA, PALESTINA, IRAN, GROENLANDIA: COSI' GLI EUROPEI SI SENTONO A RISCHIO

NOTO SONDAGGI. Per questi quattro scenari unanime percezione di pericolo tra italiani, francesi, inglesi, tedeschi e danesi. Sul destino dell'isola riemerge l'idea di interventi diretti. Timori per le conseguenze economiche dei conflitti.

LA SINTESI DELL'ARTICOLO.

Gli europei, andando a prendere il succo del sondaggio dell'ISTITUTO NOTO commissionato dal Sole 24 Ore, si sentono vulnerabili e preoccupati per l'economia, sono scettici verso l'alleato americano, ma mostrano una sorprendente fiducia nella tenuta dell'Unione Europea di fronte alle crisi globali. 

La guerra in Ucraina spaventa, mentre Gaza non genera allarme. La crisi in Groenlandia è sentita, quella per l'Iran interessa solo per gli eventuali danni economici.

La gente non vuole che il proprio Paese venga coinvolto direttamente in guerra, prevale un sentimento di neutralità, non di interventismo.

Il timore principale legato a Ucraina e Medio Oriente non è l'offensiva militare, ma l'impatto economico (prezzi, energia, mercati).

Ci si comincia a fidare poco degli USA, ma l'unità europea si ritiene che reggerà. 

1. La gerarchia delle preoccupazioni

Il sondaggio rivela una percezione di pericolo diffusa, ma differenziata in base al conflitto:

  • Guerra in Ucraina: è il fronte che spaventa di più gli europei. Il timore di un pericolo concreto per il proprio Paese è altissimo in Germania (72%) e nel Regno Unito (73%), seguito da Italia (67%), Francia (66%) e Danimarca (63%). È l'unico scenario percepito realmente come una minaccia globale.

  • Crisi in Groenlandia: inaspettatamente sentita a causa delle mire degli Stati Uniti. Coinvolge il 73% dei danesi, il 61% degli inglesi e il 59% degli italiani.

  • Conflitto Iran-USA: preoccupa circa la metà degli intervistati (dal 53% degli inglesi al 39% dei tedeschi), ma il timore è legato quasi esclusivamente alle conseguenze economiche.

  • Conflitto Israelo-Palestinese: è quello che genera meno allarme diretto per la sicurezza nazionale, specialmente in Danimarca, dove il 74% dei cittadini non lo ritiene pericoloso per il proprio Paese.

2. Neutralità vs interventismo

Nonostante la paura, prevale un forte sentimento di neutralità:

  • In caso di escalation in Ucraina, la maggioranza dei tedeschi (63%) e degli italiani (55%) rifiuta un coinvolgimento diretto.

  • L'orientamento cambia drasticamente per la Groenlandia: francesi (56%) e inglesi (55%) si dicono favorevoli a un intervento diretto, mettendo in discussione il tradizionale pacifismo europeo.

3. Economia e paure "eurocentriche"

Il timore principale legato a Ucraina e Medio Oriente non è l'offensiva militare, ma l'impatto economico (prezzi, energia, mercati). Questa preoccupazione accomuna oltre l'80% degli intervistati in tutti i Paesi.

4. Rapporti con gli USA e identità europea

Il sondaggio evidenzia un'incrinatura nel rapporto transatlantico:

  • Affidabilità USA: solo il 50% degli inglesi e il 48% dei tedeschi si fida degli Stati Uniti. Gli italiani (46%) e i danesi (59%) sono convinti che gli USA agiscano solo per i propri interessi.

  • Tenuta dell'UE: contrariamente alle spinte sovraniste, il timore di una disgregazione dell'Europa è minimo (dal 5% in Danimarca al 19% in Italia/Francia).

  • Il caso del Regno Unito: emerge un dato sorprendente: il 53% degli inglesi vede l'Europa come unita o stabile, suggerendo un possibile superamento psicologico della Brexit e un desiderio di riavvicinamento.

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ARTICOLO N.2 - ANALISI FIRMATA DA ANTONIO NOTO IL SONDAGGISTA

NEL BREVE PERIODO L'ECONOMIA FA PIU' PAURA DEI CONFLITTI 

LA SINTESI DELL'ARTICOLO

In questo secondo articolo, il sondaggista Antonio Noto approfondisce la psicologia dei cittadini europei, evidenziando come la percezione della sicurezza si sia spostata dal campo di battaglia al portafoglio.

Ecco i punti chiave dell'analisi:

1. Dalla paura militare alla paura economica

Il dato più significativo è che il timore di un coinvolgimento militare diretto è passato in secondo piano. Gli europei associano oggi la guerra a conseguenze economiche concrete:

  • Aumento delle tasse e del costo della vita.

  • Tagli alla spesa pubblica e al welfare.

  • Rallentamento della crescita e instabilità finanziaria.

2. Le specificità nazionali

L'analisi delinea sfumature diverse a seconda del contesto socio-politico dei Paesi coinvolti:

  • Francia: la preoccupazione è di natura sociale. Si teme che le crisi riducano la capacità dello Stato di sostenere il welfare, creando nuove fratture nella società.

  • Germania: la guerra è vista come un rischio sistemico per la competitività industriale e l'export, pilastri della stabilità tedesca.

  • Regno Unito: le tensioni internazionali si sommano alle fragilità interne del post-Brexit, esacerbando l'ansia per l'inflazione e il costo della vita.

  • Danimarca: è il Paese più resiliente grazie alla fiducia nelle istituzioni, ma è l'unico dove la dimensione territoriale (Groenlandia) mantiene un peso strategico rilevante.

3. Un'Europa più divisa

Contrariamente a quanto si potrebbe sperare, le crisi non sembrano agire da collante per l'Unione Europea:

  • In Italia e negli altri Paesi, la percezione prevalente è che i conflitti mettano in luce le divergenze tra Stati, rendendo l'UE più fragile.

  • L'unica eccezione è la Danimarca, dove i cittadini percepiscono un'Europa compatta, probabilmente proprio in risposta alla questione groenlandese.

In conclusione: Il nuovo concetto di sicurezza

Noto sottolinea un cambiamento filosofico: la sicurezza non è più solo la difesa dei confini, ma la protezione del benessere quotidiano. La "guerra" che gli europei combattono oggi è quella contro i prezzi al consumo e per la stabilità del mercato del lavoro. Nel breve periodo, l'economia fa più paura delle armi.


GLI ARTICOLI DEL SOLE 24 ORE DI LUNEDI' 2 FEBBRAIO 2026

ARTICOLO N.1 FIRMATO DA SERENA UCCELLO

UCRAINA, PALESTINA, IRAN, GROENLANDIA: COSI' GLI EUROPEI SI SENTONO A RISCHIO

NOTO SONDAGGI. Per questi quattro scenari unanime percezione di pericolo tra italiani, francesi, inglesi, tedeschi e danesi. Sul destino dell'isola riemerge l'idea di interventi diretti. Timori per le conseguenze economiche dei conflitti

Di destra o di sinistra, di qualunque colore sia il Governo in carica nel proprio Paese, c'è una percezione che accomuna gli europei, almeno quelli intervistati da Noto Sondaggi per il Sole 24 Ore del Lunedì. Italiani, francesi, tedeschi, inglesi e danesi sono abbastanza unanimemente preoccupati che la guerra tra Russia-Ucraina, tra Israele e Palestina e la crisi groenlandese rappresentino un pericolo concreto per il loro Paese. Una pressione condivisa che stringe o allenta la morsa in misura diversa a seconda dei territori e del conflitto. Ad agitare gli europei è soprattutto la guerra in Ucraina che spaventa italiani (67%), francesi (66%) e danesi (63%) in egual misura, mentre impatta di più su tedeschi (72%) e inglesi (73%). Sentito pure, per quanto si consideri per lo più l'aspetto economico, è quanto sta in queste ore accadendo in Iran. Un intervento militare degli Stati Uniti costituisce, infatti, un motivo di apprensione per le conseguenze sulle economie nazionali per il 51% degli italiani, il 53% degli inglesi, il 43% dei francesi, il 42% dei danesi, il 39% dei tedeschi. In questo caso specifico è interessante notare come la percentuale di chi "non ha un'idea precisa" coincida abbastanza con quella di chi "non ha timori": 28 e 21% di italiani, 31 e 26% di francesi, 26 e 35 di tedeschi, 22 e 25 di inglesi, 27 e 31 dei danesi. Massicciamente presente nella cronaca politica e più generale nel di battito tra analisti, il conflitto israelo-palestinese è quello che invece agita meno (53% degli italiani, il 48% dei francesi, il 37 dei tedeschi, il 49 degli inglesi); addirittura nel caso della Danimarca non agita proprio: il 74% dei danesi dichiara che non è un conflitto pericoloso per il proprio Paese. Conta la storia e contano i chilometri, le proporzioni si invertono naturalmente dinanzi all'ultima crisi in ordine cronologico, vale a dire le dichiarazioni del presidente americano Donald Trump sull'interesse degli Stati Uniti nei confronti della Groenlandia. Pericolo che coinvolge il 73% dei danesi, il 61% degli inglesi, il 59% degli italiani, il 55% dei francesi e infine il 47% dei tedeschi. In ogni caso questi tre fronti vengono considerati in qualche modo molto "europacentrici". Ciò è soprattutto evidente nei confronti della guerra tra israeliani e palestinesi e della crisi groenlandese. Entrambi gli scenari non sono considerati pericolosi per il mondo: le percentuali oscillano da un minimo del 6% a un massimo del 31. E questo picco del 31% è comprensibilmente espresso dai danesi. Il timore di un pericolo globale c'è invece a proposito della guerra in Ucraina, qui la paura tocca il 68% dei tedeschi, il 56 dei francesi, per arrivare al 47% degli italiani (inglesi al 52%, danesi al 50 per cento). Questo diffuso sentimento di allerta spinge in modo deciso a collocarsi su posizioni di neutralità anche nel caso del l'Ucraina, che è giudicato come il pericolo più vicino. I tedeschi, ad esempio, pur tra i più allarmati, alla domanda su un possibile coinvolgimento del loro Paese non hanno dubbi: il 63% dice no, seguono gli italiani (55), i francesi e gli inglesi (44) e infine i danesi (39). Le percentuali aumentano nel caso di Israele: non vuole essere coinvolto il 72% dei tedeschi, il 65% degli inglesi, il 62 dei danesi, il 61 degli italiani, il 58 dei francesi. Mentre scendono in modo evidente quando si tratta della Groenlandia. E se va abbastanza da sé che solo un danese su 10 resterebbe neutrale, è tuttavia me no scontato l'interventismo dei francesi: il 56% di loro opta per un coinvolgimento della Francia (può aver contato la recente visita all'Eliseo della premier danese, Mette Frederiksen, e del primo ministro della Groenlandia, Jens-Fre derik Nielsen?). Come anche degli inglesi (55%), vista forse l'ipotesi che inizia a circolare di un rientro nella Ue per il Regno Unito; più "distanti" italiani (39%) e tedeschi (40%). A mettere in controluce queste risposte emerge un quadro forse non immediato ma chiaro. Paradossalmente (visto che la tensione è al momento tutta diplomatica) è la crisi groenlandese a essere giudicata come quella più "europea". È vero che nei confronti di Ucraina e Medio Oriente la paura percepita è legata alle conseguenze economiche (l'85% degli italiani, l'87 dei francesi, il 90 dei tedeschi, l'85 degli inglesi e l'81 dei danesi teme l'impatto economico) più che a una offensiva militare – e lo conferma il dato sulla neutralità. Ma quando si tratta del destino dell'Isola sembrano riemergere antichi spettri, al punto da mettere in discussione il principio pacifista su cui è nata l'Europa post seconda guerra mondiale. Un'apprensione che ha un effetto diretto su due interrogativi cruciali: gli Stati Uniti restano ancora un alleato dell'Europa? E nella gestione di queste crisi l'Europa che identità si scopre? Ecco, sul primo tema l'asse che pare ancora resistere è quello anglo-ame ricano. Gli Usa sono un partner affida bile per un inglese su due, e se i tedeschi ancora ci credono (48%), i francesi invece sono un po' meno convinti (44), in dubbio gli italiani (38), per nulla certi i danesi (22). Fra l'altro gli italiani (46%) se si escludono i danesi (59%), sono quelli più sicuri in Europa sul fatto che gli Usa siano un alleato che considera soprattutto i propri interessi. Quanto alla questione dell'europeismo, nonostante tutto le crisi non stanno dando ragione ai più estremi fautori della disgregazione. La quota di chi la teme infatti è davvero minoritaria e va dall'essere nulla in Danimarca (5%), all'essere poco più che nulla in Germania (14%), all'essere davvero esigua in Italia e Francia (19%). A meritare un ragionamento è certo la percentuale rilevante in tutti i Paesi di chi registra le divisioni, ma anche un caso specifico: l'insieme delle risposte degli inglesi che sembrano andare verso un superamento della Brexit. Perché non solo a credere nella frammentazione è appena il 10% degli inglesi, ma se si sommano quanti giudicano oggi l'Europa più unita (35%) con quelli che non registrano alcun cambiamento (18%) si supera decisa mente (53%) chi la vede divisa (37%).

ARTICOLO N.2 - ANALISI FIRMATA DA ANTONIO NOTO IL SONDAGGISTA

NEL BREVE PERIODO L'ECONOMIA FA PIU' PAURA DEI CONFLITTI

Le crisi internazionali e i vari fronti di guerra continuano ad occupare uno spazio centrale nel dibattito pubblico, ma la percezione che ne hanno i cittadini europei si sta progressivamente spostando dalla paura militare a quella economica. In tutti i Paesi analizzati, la quota di cittadini che associa la guerra a conseguenze economiche negative supera nettamente quella di chi teme un coinvolgimento militare diretto. Le crisi internazionali vengono collegate soprattutto all'aumento delle tasse, alla riduzione della spesa pubblica, al rallentamento dell'economia e alla perdita di stabilità finanziaria. È una paura meno spettacolare, ma più concreta, che si innesta in un contesto già segnato da inflazione, caro energia e incertezza diffusa. In Francia questa sensibilità assume una connotazione sociale particolarmente marcata. Le tensioni geopolitiche sono percepite come un elemento che riduce i margini di intervento dello Stato, mettendo sotto pressione il modello di welfare e aumentando il rischio di nuove fratture sociali. L'attenzione si concentra meno sugli scenari militari e più sulla capacità delle istituzioni di continuare a sostenere famiglie e imprese. In Germania il nesso tra guerra ed economia appare ancora più strutturale. I conflitti vengono interpretati come un rischio sistemico per il Paese, in grado di incidere sulla competitività industriale, sull'export e sulla stabilità economica complessiva. Una lettura che si ritrova anche nel Regno Unito, dove alle preoccupazioni legate allo scenario internazionale si sommano fragilità interne, dall'inflazione al costo della vita, in un contesto reso più complesso dal post Brexit. Anche qui il timore economico prevale nettamente su quello militare. La Danimarca rappresenta un caso in parte distinto. La solidità del welfare e l'elevata fiducia nelle istituzioni contribuiscono a contenere l'ansia immediata, ma non eliminano la percezione del rischio. È il Paese in cui emerge una maggiore attenzione anche alla dimensione strategica e territoriale, in particolare in relazione alla Groenlandia, percepita più come una potenziale area di tensione futura che come una crisi attuale. Tuttavia, anche in questo caso, la preoccupazione dominante resta legata agli effetti di medio e lungo periodo sull'economia nazionale. Inoltre, le crisi internazionali non vengono percepite come un fattore automaticamente capace di rafforzare l'Unione europea. Anzi, per molti cittadini l'effetto principale è quello di mettere in evidenza fratture politiche e divergenze tra Stati, più che di favorire una risposta comune. Tranne che per i danesi, che forse in questi giorni sono rassicurati da un'Europa vicina e compatta nella difesa della Groenlandia, in Italia come in tutti gli altri Paesi analizzati prevale l'opinione che le crisi in atto rendano l'Unione più divisa e più fragile. L'immagine che emerge è quella di un'Europa che fatica a trasformare le emergenze in occasioni di coesione. Nel complesso, i dati segnalano un cambiamento profondo nel modo in cui i cittadini europei interpretano il concetto di sicurezza. La guerra non è più vista solo come una questione di confini o di equilibri militari, ma come un fattore che incide direttamente sulla vita quoti diana, sulle scelte di consumo e sulle aspettative di benessere. La sicurezza si sposta così dal piano stretta mente militare a quello economico e sociale. È una paura meno visibile, ma più persistente: una guerra che si riflette nei bilanci familiari, nei prezzi al consumo, nel mercato del lavoro e nelle prospettive di crescita. Un segnale chiaro che indica come, nell'Europa di oggi, la stabilità eco nomica sia diventata parte integrante del concetto stesso di sicurezza e al contempo un elemento decisivo nella valutazione dell'impatto dei conflitti internazionali. Oggi, nel breve periodo, l'economia fa più paura delle armi.

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