Articoli dal blog comunicazione nonviolenta

Blog "COMUNICAZIONE NONVIOLENTA"

a cura di Alfonso Navarra, portavoce dei Disarmisti esigenti (cell. 340-0736871)

Sono un ANTIGIORNALISTA. QUI scriverò brevi comunicati indirizzati a chat e mailing list su internet. Anche ad organi di stampa, se necessario. Credo nella "rivoluzione disarmista": su questo sito web rifletterò anche sui principi e sulle pratiche del giornalismo nonviolento...

I TESTI DEGLI ARTICOLI

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Arte della guerra di Sun Tsu, arte della pace universale di L'Abate: omaggio a Gandhi - 24 gennaio 2026

Webinar organizzato dai Disarmisti esigenti (www.disarmistiesigenti.org) in occasione della Giornata Mondiale della Nonviolenza UNESCO - Venerdì 30 gennaio 2026 | Ore 18:00 - 20:00

Prendendo ispirazione dall'opera di Alberto L'Abate, il sociologo nonviolento promotore della prima Facoltà universitaria di Scienze della Pace in Italia, esploreremo il ribaltamento del classico di Sun Tzu, che pure rappresenta una difformità positiva rispetto al pensiero geopolitico corrente: se l'Occidente è spesso prigioniero dello schema "amico-nemico", l'eredità di Gandhi e la saggezza orientale ci offrono le basi per una vera Arte della pace, capace di elevare la nonviolenza a strategia operativa globale

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Report webinar: no al genocidio programmato della deterrenza nucleare - 23 gennaio 2026

Meeting assets dalla riunione Zoom per il 5° anniversario TPNW (base del testo fornita dall'AI

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Il numero ufficiale ad oggi degli Stati parte del TPNW è 74 da parte di Alfonso Navarr

Perché c'è stata confusione tra 74 e 75?

Materiale per il webinar organizzato dai disarmisti esigenti.
https://www.disarmistiesigenti.org/2026/01/17/5annitpnwcomesottrarsialladeterrenza/

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I kurdi sotto attacco nel Rojava fronteggiano il ritorno del terrore - 21 gennaio 2026

L'Appello dei "Disarmisti Esigenti"

Il comunicato dovrebbe sottolineare come l'abbandono della resistenza curda non sia solo un tradimento verso chi ha versato sangue per la sicurezza globale, ma un errore strategico che sta regalando all'ISIS il "vuoto di potere" necessario per ricostituirsi.  COMUNICATO STAMPA - DISARMISTI ESIGENTI

DATA: 21 Gennaio 2026 OGGETTO: Difendere il Rojava: un dovere della nonviolenza pragmatica e del diritto internazionale

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Nucleare news a fine 2025, inizio 2026. I "Dinosauri" gemelli, militare e civile, rifiutano di estinguersi ... 21 gennaio 2026

https://zibaldoneecopacifista.webnode.it/l/cnv3-ultimenewssuidinosaurigemelli/

Materiale per il webinar organizzato dai Disarmisti esigenti il 22 gennaio 2026.

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E' urgente il rinnovo del NEW START - 19.01.2026

RIPORTIAMO IN FONDO A QUESTA PAGINA, CON UN COMMENTO, I DATI SULLA POPOLAZIONE DEGLI STATI RATIFICANTI IL TPNW

TPNW: Il Club dei 75 Stati Parte

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TNPW 5 anni dall'entrata in vigore - 16.01.2026

https://zibaldoneecopacifista.webnode.it/l/cnv4-tpnw5anni/

webinar:  Le vie del Disarmo di fronte alle crisi globali nel 2026.

Data: 22 gennaio 2026 Promosso da: Disarmisti Esigenti

Dobbiamo avere il coraggio di chiamare la deterrenza con il suo vero nome: un genocidio programmato. Mantenerla significa accettare l'idea che, in nome della "sicurezza", sia legittimo tenere in ostaggio miliardi di civili e l'intero ecosistema planetario, pronti a scatenare una distruzione indiscriminata che non lascerebbe né vincitori né vinti.

Perché è il problema più sottovalutato? Le proposte dei Disarmisti esigenti

In vista della prossima Conferenza degli Stati Parte del TPNW, presenteremo le nostre proposte centrali, alla cui base sta una visione di "nonviolenza poietica" e la "strategia di trasformare i nemici in amici":

  1. Collegamento ICAN - NFU: sinergia tra la campagna per il trattato di proibizione e le politiche di No First Use (Non Primo Utilizzo).
  2. Rinnovo del New Start che scade il 5 febbraio 2026
  3. Helsinki 2: rilanciare un grande processo di sicurezza e cooperazione europea.
  4. WMDFZ in Medio Oriente: sostegno alla creazione di una Zona libera da armi di distruzione di massa.
  5. Stop agli Euromissili: una mobilitazione urgente contro il ritorno dei missili a medio raggio in Europa.
  6. Costituzione della Terra: un ordine giuridico globale per proteggere i diritti umani, la pace e la biosfera dell'intero pianeta.

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IRAN, IL SENSO DELLA VITA E DELLA PACE  - 14.01.2026

https://zibaldoneecopacifista.webnode.it/l/cnv5-iransensodellavita/

INTEGRAZIONE AGGIUNTIVA DEL 17 GENNAIO 2026

SE IL LIBERATORE DALL'AUTOCRAZIA FOSSE LO STESSO POPOLO IRANIANO, CON UNA RESISTENZA UNITARIA STRUTTURATA E ATTREZZATA STRATEGICAMENTE?

Ecco di seguito un esercizio intellettuale, sviluppato con l'aiuto di GEMINI, che può avere il suo fascino e la sua utilità: applicare la prassi leninista (la distinzione tra "crisi rivoluzionaria" e "situazione rivoluzionaria") a un contesto teocratico moderno per evitare il disastro del vuoto di potere. L'approccio non è "sentimentale", ma politico e strategico: si cerca la rottura del regime avversario, non solo lo scontro di piazza.

La proposta può essere presentata nella forma di un PROGETTO programmatico chiaro, logico e pronto per essere proposto idealmente come la "piattaforma del CONSIGLIO NAZIONALE DELLA TRANSIZIONE" a capo della RESISTENZA IRANIANA.

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Aut-arma-aut-humanitas: il contro-discorso di Natale dei Disarmisti che replicano a Mattarella - 25.12.2025

https://zibaldoneecopacifista.webnode.it/l/cnv6-controdiscorsonatale2025/

Al contro-discorso che replica alle narrazioni istituzionali, oggetto di questa pagina web come esplicita replica a Mattarella, aggiungiamo, in questa vigilia di Natale 2025, una riflessione che nasce dal rifiuto della logica bellica.

*Nota: la deterrenza è un genocidio programmato

**Nota: la logica della deterrenza, in particolare quella nucleare, "genocidio programmato", non è conciliabile con una Costituzione che ripudia la guerra

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La "generazione Z" insorge e vince in Asia: una sfida per il giornalismo di pace - 22 dicembre 2026

https://comunicazione-nonviolenta.webnode.it/l/generazione-z-vince-in-asia

https://zibaldoneecopacifista.webnode.it/l/cnv7-generazionezvinceinasia/

Alcuni analisti la definiscono la "Primavera della Generazione Z" in Asia. Tra il 2024 e il 2025, diversi governi considerati autoritari o corrotti sono caduti o sono stati costretti a riforme radicali grazie a mobilitazioni di massa nonviolente guidate quasi esclusivamente da giovanissimi (studenti universitari e liceali).
I media qui in Italia (e in generale in Europa) le ignorano totalmente e stiamo parlando non solo dei mainstream ma anche di quelli che si presentano come alternativi. Qualche riga la possiamo leggere sul magazine "Internazionale".

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No al debito per la guerra, sì agli eurobond per la "pace-verde" - 20 dicembre 2025

https://comunicazione-nonviolenta.webnode.it/l/no-sanzioni-debito-per-pace-verde/

https://zibaldoneecopacifista.webnode.it/l/cnv8-nodebitoguerrasieurobondpace/

Vertice UE del 19* dicembre: l'Europa sceglie il debito comune per la guerra invece che per la pace "verde". Serve una svolta diplomatica per compromessi veri, la cessazione di sanzioni controproducenti alla Russia, non nuovi muri finanziari. 

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Giornalismo di pace con la non-notizia-sui-sionismi plurimi - 19 dicembre 2026

https://zibaldoneecopacifista.webnode.it/l/sionismiplurimi/

IL GIORNALISMO PER LA PACE, L'IMPORTANZA DELLE NON NOTIZIE, IL LEGAME PROFONDO CON LA COMUNICAZIONE NONVIOLENTA. - UN ESEMPIO CHE SEGNALIAMO SU PRESSENZA (GIUSEPPE PASCHETTO)

Attentato alla comunità ebraica a Sidney: rispondiamo all'odio con la nonviolenza! 14 dicembre 2025

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Come il COM nega l'odc come diritto fondamentale: una "non notizia" - 17 dicembre 2025

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Peace Journalism + CNV: per un linguaggio disarmato e disarmante. 16 dicembre 2025

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Dona per l'acquisto del terreno su cui sorge la Peace pagoda di Comiso: tieni viva la memoria viva della nonviolenza "poietica" - 5 dicembre 2025

https://zibaldoneecopacifista.webnode.it/l/cnv12-donaperpeacepagodacomiso/

Alla Peace pagoda di Comiso, guidate da Morishita, si svolgono le celebrazioni, con rito buddhista ma con possibilità di partecipazione per tutte le fedi, davanti alla grande statua del Buddha. Sono aperte, come sempre, dalla recita del Sutra del Loto suonando i tamburi della preghiera: contiene l'insegnamento principale del buddhismo, cioè l'invito ad entrare in sintonia con le leggi che governano l'Universo. Per la cerimonie a volte arrivano confratelli da tutto il mondo: dal Giappone, dall'India, dalla Cina, dalla Polonia, dall' Inghilterra, dall' Austria …

Esistono due problemi pratici immediati per completare il progetto Pagoda:

1) acquistare il terreno su cui si erge pagando 35.000 euro entro il marzo 2026. La raccolta fondi è andata avanti e restano circa 5.000 euro per raggiungere l'obiettivo.

2) completare alcuni adempimenti urbanistici. Morishita diventa intestatario personale del terreno e poi lo dona – ancora non ha deciso -o all'Ordine monastico cui appartiene o al Comune di Comiso.

Si può contribuire all'acquisto versando sul conto corrente intestato a LOC Lega Obiettori di Coscienza - Via Mario Pichi, 1 – 20143 Milano (MI). Specificare nella causale: acquisto terreno Peace Pagoda Comiso

IBAN: IT39L0760101600000013382205

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BASTA TRIP DELLA "VITTORIA"! Zelensky è arrivato al capolinea? Trump gli dà l'ultimatum. Ma sopratutto il popolo ucraino dovrebbe gioire: una "brutta pace" è meglio della continuazione della inutile strage in corso!

22 novembre 2025

"Sulla pace devi decidere decidere entro 7 giorni": è l'ultimatum del presidente USA Trump al presidente ucraino Zelensky. Ma l'Ue corre in aiuto di Kiev: "Prepareremo una controproposta". Dal punto di vista del popolo ucraino la "disfatta" può essere l'inizio di una rinascita se si crede nei valori e nella forza della nonviolenza Il testo dell'articolo analizza l'ultimo sviluppo della guerra in Ucraina, dove il presidente americano Trump ha imposto un ultimatum di sette giorni al presidente ucraino Zelensky per accettare un piano di pace. Tale piano, elaborato da Stati Uniti e Russia senza il coinvolgimento iniziale dell'Ucraina, prevede condizioni severe per Kiev: rinuncia alla NATO, cessione del Donbass, riduzione dell'esercito, patto di non aggressione con Mosca e Bruxelles, controllo della centrale di Zaporizhzhia da parte dell'AIEA. In cambio, l'Ucraina otterrebbe ingenti investimenti per la ricostruzione, garanzie militari europee e un'amnistia generale, escludendo processi per crimini di guerra.

L'Ucraina e l'Unione Europea criticano la proposta, giudicata punitiva per Kiev e indulgente verso Mosca, e stanno lavorando a una controproposta - a loro giudizio - più equilibrata, sebbene vi sia scetticismo sulla sua accettazione da parte della Russia. Zelensky, pur resistendo e cercando una "pace dignitosa", si dice pronto a collaborare con Trump.

Il testo prosegue offrendo due diverse interpretazioni della situazione:

  1. Una visione cinica e pessimista: che considera la "pace" proposta come una mera "resa" dettata dai potenti, un gioco di interessi in cui i popoli sono pedine sacrificate. Viene sottolineata la prevedibilità delle dinamiche di potere, la superficialità delle promesse di denaro e la costante ripetizione degli errori umani, con la "dignità" come prima vittima della guerra e l'amnistia come segno della prevalenza degli affari sulla giustizia.
  2. Una visione di speranza e "ottimismo della volontà": che ribalta la prospettiva, guardando la vicenda con gli occhi di un popolo stremato dalla guerra. Per questo popolo, l'ultimatum e l'esistenza stessa di un piano di pace, per quanto imperfetto, rappresentano un'urgenza vitale e una via d'uscita dall'inferno quotidiano. I sacrifici territoriali e militari, la stessa amnistia, sono visti come prezzi dolorosi ma accettabili per ottenere la cessazione immediata delle ostilità, la sicurezza e la possibilità di ricostruire le proprie vite. La "pace" diventa l'assenza di bombe e la promessa di un futuro.
  3. Questa prospettiva si conclude con un appello alla nonviolenza, alla speranza e alla fede nell'azione collettiva, sottolineando che la giustizia e l'amore possono trionfare, e che la nonviolenza è una forza potente per il cambiamento. Guardare le cose con questi "occhiali" indirizza al compito di costruire una "vera" democrazia. La "vittoria" dell'Ucraina non starebbe allora nel difendere con le armi pochi centimetri di terra irrorata da sangue umano. Si concretizzerebbe se questo popolo riesce ad essere unito nel costruire un modello democratico avanzato che possa influenzare positivamente anche i "fratelli russi".
  4. È alla democrazia e non alla difesa del territorio che deve puntare una resistenza nonviolenta. L'impressione sollevata nell'articolo è che molte forze "nonviolente" italiane non siano in grado di capirlo perché propongono una modalità nonviolenta per la stessa strategia fallimentare di Zelensky. Il quale per trascinarci in una escalation bellica sta imponendo una mordacchia autoritaria a tutta la società ucraina. Un autoritarismo non indenne da aspetti corruttivi che stanno venendo alla luce...

Inizia l'articolo

Prima si è parlato di un piano di pace, trapelato quasi per caso. Poi la voce è stata confermata: Stati Uniti e Russia ci stanno lavorando, senza che l'Ucraina ne sappia nulla. E subito dopo è arrivata un'altra notizia, più dura: Donald Trump avrebbe posto a Zelensky un ultimatum, chiedendogli di decidere entro il 27 novembre se accettare o rifiutare la proposta.

Già questo basterebbe a mostrare quanto la vicenda sia intricata. Ma non finisce qui. L'Ucraina, insieme all'Unione europea, critica la bozza e prepara una controproposta, che vorrebbe più equilibrata. È facile immaginare che, come altre volte, la Russia non la prenderà nemmeno in considerazione.

Intanto, poco a poco, si scopre il contenuto del piano di pace segreto. È diviso in ventotto punti. Secondo quanto riferisce Axios, la bozza prevede che l'Ucraina dovrebbe rinunciare per sempre all'ingresso nella Nato, scrivendolo perfino nella Costituzione. Ci sarebbe un patto di non aggressione tra Kiev, Mosca e Bruxelles. Il Donbass verrebbe ceduto alla Russia, anche nelle parti non ancora occupate. L'esercito ucraino sarebbe ridotto a seicentomila uomini. La centrale di Zaporizhzhia passerebbe sotto il controllo dell'Aiea.

In cambio, il piano promette più di cento miliardi di investimenti occidentali per la ricostruzione. E, come garanzia, jet europei schierati in Polonia, a difesa della tregua militare.

Ma non è tutto. La bozza prevede anche il ritorno alle urne in Ucraina, entro cento giorni dalla firma del cessate il fuoco. In cambio, Mosca dovrebbe promettere di non avviare nuove offensive. Dovrebbe accettare l'estensione dei trattati contro la proliferazione nucleare. E verrebbe riammessa nel G8.

Per entrambe le parti è prevista un'amnistia. Nessun processo per crimini di guerra. Il piano appare duro, soprattutto per l'Ucraina. La verità è che Zelensky la guerra, lentamente, ma inesorabilmente, la sta perdendo.

Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, conosce bene la situazione. Ha detto che continuare la guerra non ha senso per l'Ucraina. È pericoloso. Secondo lui, il governo di Kiev deve prendere una decisione responsabile. E deve farlo subito. Ogni ora che passa, il margine di Zelensky si riduce sotto l'offensiva russa.

È un pressing continuo. Per ora, il presidente ucraino resiste. Vuole trattare condizioni migliori. Ha detto di essere pronto a collaborare con Trump. I due dovrebbero parlarsi la prossima settimana. Zelensky cerca una "pace dignitosa" e la privilegia ai rapporti con l'alleato.

Negli ultimi anni si è visto più volte: l'Unione europea fatica a contare davvero. Ora, davanti a una proposta giudicata punitiva verso Kiev e indulgente verso Mosca, a Bruxelles si lavora senza sosta. Secondo il Wall Street Journal, i leader europei stanno preparando una controfferta. Vorrebbero condizioni diverse, a loro giudizio più equilibrate rispetto al piano americano.

Anche funzionari ucraini sarebbero coinvolti. Ma il progetto è ancora agli inizi. Dovrebbe essere discusso in una riunione tra Francia, Germania, Italia e Regno Unito, durante il vertice del G20 a Johannesburg.

La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha confermato la notizia. Ha detto che presto sentirà Zelensky. Perché non può esserci pace senza l'Ucraina.

È una posizione che può sembrare ragionevole. Ma con Trump e Putin decisi a non accettare proposte di altri, la fine della guerra potrebbe allontanarsi ancora.

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Che dire? sembra sempre la solita storia. Parlano di 'pace', ma è solo un modo più edulcorato per dire 'resa' o 'vittoria' di chi ha più forza. Trump, Putin... sono tutti uguali, in fondo, nella logica della potenza. Gente che si muove per il proprio tornaconto, per il proprio potere. La 'pace' che propongono è una pace dettata, non una vera pace, quella che nasce dal rispetto, se mai esiste. Il pessimismo dell'intelligenza spinge a giudizi cinici.

L'ultimatum di Trump? Prevedibile. I potenti giocano a dadi sulla pelle degli altri. Sette giorni per decidere il futuro di un popolo, come se fosse una compravendita. Non c'è dignità in questo, solo la brutalità del più forte che impone la sua volontà. La fretta, l'impazienza... sono segni di chi non cerca una soluzione, ma una chiusura rapida e conveniente per sé.

E l'Ucraina che non ne sa nulla? Altra ovvietà. I popoli, i singoli, sono solo pedine su una scacchiera più grande, manovrati da forze che non comprendono e che non controllano. Vengono sacrificati, illusi, usati. Zelensky che cerca una 'pace dignitosa'... una frase fatta. Cosa significa 'dignitosa' quando ti stanno strappando via pezzi del tuo paese e la tua autonomia? La dignità, in guerra, è la prima a morire.

La controproposta dell'UE? Altro teatrino. L'Europa, un'accozzaglia di stati che si muovono con lentezza, con paure e interessi divergenti. Fanno la voce grossa, parlano di 'equilibrio', ma poi si piegheranno all'uno o all'altro, o rimarranno a guardare. La loro 'forza' è sempre stata una debolezza mascherata da buone intenzioni. Non contano, e non conteranno.

Il piano segreto... ventotto punti. Rinunciare alla NATO, Donbass ceduto, esercito ridotto, amnistia per crimini di guerra... Una sconfitta totale, altro che pace. La promessa di cento miliardi? Soldi, sempre soldi. Si ricomprano le coscienze, si ricostruiscono i mattoni, ma non si ricostruiscono le vite, la fiducia, la dignità perduta. E i jet in Polonia come garanzia? Un contentino, un fumo negli occhi. La guerra è finita per chi ha vinto, non per chi ha perso. E chi ha perso, perderà ancora.

Peskov che parla di decisione responsabile... Certo, la responsabilità è di chi deve chinare il capo. Un'offensiva russa che si riduce ogni ora... È la legge della giungla, la legge del più forte. La guerra non ha senso per chi sta perdendo, per chi sta morendo. Per chi vince, invece, ha un senso eccome.

Nessun processo per crimini di guerra. Ecco il punto. La vera natura di ogni conflitto. Si perdona tutto, si amnistia tutto, purché si torni al quieto vivere, al business. La giustizia, la verità, chi se ne preoccupa? È un lusso che nessuno può permettersi quando si tratta di interessi così grandi.

La fine della guerra potrebbe allontanarsi ancora? Può darsi. Ma la vicenda potrebbe anche prendere la piega dell''inizio di una nuova consapevolezza. La massa popolare, è vero, è incline all'errore, alla violenza, a ripetere gli schemi del passato. E spesso, si finisce col chiamare 'pace' il semplice silenzio tra un'ingiustizia e l'altra.

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Dopo aver dato voce al pessimismo dell'intelligenza, proviamo invece a farci illuminare il cammino dall'ottimismo della volontà.

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Se però guardiamo alla stessa vicenda con gli occhi di un popolo stremato dalla guerra, che ha vissuto sulla propria pelle le atrocità del conflitto in Ucraina, questo punto di vista può rovesciare completamente le prospettive e le priorità.

Per questo popolo, quello che conta non è l'intricato gioco di diplomazia internazionale, ma una possibile, agognata via d'uscita dall'inferno quotidiano.

Ciò che ai commentatori politici può sembrare un'imposizione brutale, per un civile sotto le bombe può essere visto come un ultimatum alla guerra stessa. Sette giorni per decidere sulla pace significano sette giorni per decidere se le proprie case verranno ancora distrutte, se i propri figli rischieranno la vita ogni volta che escono di casa. La fretta non è indice di arroganza, ma di urgenza vitale. La prospettiva di una fine rapida è preferibile a un conflitto interminabile che erode ogni barlume di normalità.

Il fatto stesso che esista un "piano di pace segreto" è, di per sé, una notizia carica di speranza. Non importa quanto imperfetto o sbilanciato possa sembrare sulla carta. Ciò che conta è che si stia parlando di fine delle ostilità, non di nuove offensive. La "pace" non è un ideale astratto, ma l'assenza di bombe, il ritorno dell'elettricità, la possibilità di seppellire i propri morti senza paura, di nutrire i propri figli.

Rinuncia alla NATO, Donbass ceduto, riduzione dell'esercito: sono prezzi altissimi, sacrifici dolorosi per l'integrità territoriale e l'orgoglio nazionale. Ma per chi ha visto la propria famiglia morire, per chi è sopravvissuto al freddo senza riscaldamento, alla fame, alla costante minaccia della morte, la sicurezza immediata e la fine del massacro possono superare queste considerazioni. "Meglio un pezzo di terra perso che un figlio perso," si potrebbe pensare con amarezza. Le promesse di "investimenti occidentali per la ricostruzione" non sono dettagli diplomatici, ma la concreta possibilità di ricostruire una vita, di avere un tetto, cibo e lavoro.

Amnistia per crimini di guerra: è un boccone amaro. La sete di giustizia per le atrocità subite è forte. Tuttavia, l'alternativa è la continuazione indefinita di quei crimini. In un contesto di sopravvivenza, la pragmaticità può prevalere sul desiderio di vendetta o di piena giustizia, se ciò significa porre fine alla sofferenza. La priorità diventa salvare vite ora, piuttosto che punire i responsabili domani.

Per il popolo ucraino che subisce di più la guerra:

  • La pace è la priorità assoluta, anche a costo di dolorosi compromessi.
  • Le vite umane e la sicurezza vengono prima delle questioni territoriali o dell'onore nazionale.
  • Ogni proposta di cessate il fuoco, per quanto sbilanciata, è un raggio di speranza.
  • La burocrazia e i ritardi diplomatici sono percepiti come una prolungata tortura.
  • La ricostruzione non è un bonus, ma la promessa di un futuro dopo la catastrofe.

Questo punto di vista ci ricorda che, dietro le analisi geopolitiche, ci sono milioni di persone per cui la "pace" non è una clausola di un trattato, ma il desiderio più elementare e vitale.

Noi, amiche e amici della nonviolenza, crediamo, con tutto il cuore, che in fondo a ogni abisso percepito di disperazione può risiedere la scintilla inestinguibile della speranza. Non è tutto scritto, non è tutto già deciso. E non tutto è così negativo come lo si dipinge. È nella nostra capacità di resistere alla rassegnazione, di sognare un mondo migliore e di agire con coraggio e amore che risiede il vero potere di cambiare la Storia.

Non cambierà mai, dicono i cinici. Ma non è stato sempre così e non è detto ancora: la giustizia può trionfare. L'amore supererà l'odio. La nonviolenza spezzerà le catene della violenza. Forse non accadrà proprio domani, forse richiederà sacrifici e lotte continue, ma ogni passo, ogni voce che si alza per la pace preparata con la pace, per l'uguaglianza, per la dignità di ogni essere umano, al di là delle divisioni tribali e dei confini, è un mattone che costruisce il ponte verso quel futuro.

Non smettiamo di sperare, non smettiamo di lottare con la forza della verità e dell'amore. Perché la speranza non è un sogno vano, ma la fede in azione che ci spinge a non arrenderci, a credere nel potere della trasformazione e a plasmare il mondo che desideriamo, mattone dopo mattone, cuore dopo cuore. Sì, cambierà. E cambierà grazie a chi non smette di crederci. A credere che la nonviolenza è una forza potente che funziona e che i popoli possono lasciarsi guidare da essa.

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La poca "fede" nella nonviolenza nasce anche dalla incapacità di di cogliere la vera posta in gioco in Ucraina: la costruzione di un modello democratico avanzato come forma più potente di resistenza.

La critica a questa cecità di molti "nonviolenti" di scarso spessore si basa sul presupposto che:

La strategia di Zelensky è fallimentare e porta all'escalation: la resistenza armata per la difesa del territorio è da giudicare come un vicolo cieco che conduce solo a un'ulteriore escalation bellica e a una continua irrorazione di sangue umano. La "vittoria" non può essere misurata in centimetri di terra difesi con le armi.

La nonviolenza italiana per lo più non ha compreso il vero obiettivo: le forze nonviolente starebbero proponendo una modalità nonviolenta (quindi metodi pacifici) per sostenere una strategia fallimentare (la difesa armata del territorio). Invece di mirare a un cambio di paradigma verso la costruzione democratica, si limiterebbero a una "pace" superficiale senza affrontare le radici del conflitto e le dinamiche interne ucraine.

La vera resistenza è democratica, non territoriale: l'unico scopo che giustificherebbe il sacrificio del popolo ucraino sarebbe la costruzione di una "vera" democrazia capace di fungere da modello e influenzare positivamente i "fratelli russi." La resistenza nonviolenta dovrebbe puntare a questo obiettivo politico e civile, non alla mera difesa dei confini.

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Riepiloghiamo a questo punto la tesi che riteniamo corretto avanzare. Riteniamo la tregua e la cessione territoriale una precondizione necessaria per realizzare la priorità democratica. Il mantenimento della guerra per la riconquista territoriale consuma risorse, vite umane e attenzioni politiche che sarebbero vitali per la riforma interna. Finché le bombe cadono, è impossibile concentrarsi sulla complessa e profonda opera di costruzione democratica e dello stato di diritto. L'accettazione di un sacrificio territoriale (doloroso ma nonviolento) è il prezzo per la cessazione immediata delle ostilità e per liberare le energie nazionali verso obiettivi civili.

In questa visione, la "vittoria" viene ridefinita in termini civili e politici, non militari:

  • Obiettivo interno: l'Ucraina deve dimostrare di essere "capace" di costruire un modello democratico avanzato e uno Stato di Diritto solido, superando la storica piaga dell'autoritarismo e della corruzione.
  • Obiettivo esterno (influenza): un esempio positivo, uno Stato prospero e veramente libero ai confini della Russia, sarebbe il più potente strumento di influenza sui "fratelli russi" e sulla loro società. Questo modello farebbe da contraltare all'attuale regime autocratico russo in modo molto più efficace di qualsiasi scontro militare.

La proposta non si ferma alla tregua, ma individua un percorso per una pace più profonda e duratura:

Fase 1: tregua militare + riforme interne: l'Ucraina cede il territorio per ottenere la tregua e si concentra sulla costruzione della democrazia.

Fase 2: dialogo inter-popolare: una volta che l'Ucraina sarà retta da un regime democratico genuino e il suo esempio influenzerà positivamente la società russa (il "popolo fratello"), il dialogo tra i due popoli (non più solo tra i regimi autocratici o belligeranti) potrà iniziare.

Fase 3: pace duratura: questo dialogo tra due popoli liberi consentirà il passaggio dalla tregua militare (una semplice cessazione del fuoco) a una pace più profonda e duratura, basata sul rispetto reciproco e sui valori democratici condivisi, superando le dinamiche territoriali del conflitto.

In sintesi, la proposta è quella di applicare il principio della nonviolenza strategica al massimo livello: un sacrificio tattico (il territorio) per un guadagno strategico (la democrazia e l'influenza regionale).

La vera resistenza non è fermare i carri armati, ma costruire istituzioni che i carri armati non possano distruggere.

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Di cosa dovremmo maggiormente preoccuparci? il genocidio programmato della guerra nucleare! 14 novembre 2025

Si ricorda l'incontro Zoom programmato per il 4 novembre alle ore 18:00 sui temi del riarmo europeo e delle spese militari da contrastare facendo perno sulle obiezioni di coscienza.

https://us06web.zoom.us/j/83944051716?pwd=Xxv7AsbaFJFa2bwtsbsiiHpmtz4YRY.1

Aderisci all'appello per l'iniziativa "LIBERARE BARGHOUTI, PARTNER DI PACE COME MANDELA". Una ambasciata di pace con due uffici: Tel Aviv e Ramallah.

https://www.petizioni24.com/barghouti_libero

☢️ Dal "genocidio dubbio" dei conflitti locali al "Genocidio nucleare programmato", riservato alla intera Umanità

La sfida che si intende lanciare è così pensata: come si può sfruttare l'energia emotiva e l'attenzione generata da una crisi visibile (il "trip palestinese" dell'attuale mobilitazione "pacifista") per dirottarla verso una minaccia molto più grave, ma astratta e invisibile: la deterrenza nucleare (il genocidio programmato)?

Il ponte di collegamento potrebbe essere il concetto di responsabilità etica globale e l'uso del militarismo come radice comune:

1. Collegare la causa: Il militarisimo è la radice comune

  • Il nostro argomento: la deterrenza nucleare non è un problema separato, ma è la massima espressione della logica del militarismo che alimenta anche i conflitti locali come quello in Medio Oriente.
  • La catena logica da proporre: la crisi in Palestina è un esempio concreto e doloroso di ciò che accade quando una potenza è autorizzata a operare al di fuori del diritto internazionale in nome della sicurezza nazionale (come criticato da Cassola). La deterrenza nucleare è semplicemente l'estensione più estrema e apocalittica di questa stessa logica:{Militarismo/Nazionalismo estremo} \implica {Occupazione e Guerra Locale} \implica {Deterrenza Nucleare (Genocidio Implicito)
  • Spostare l'indignazione: bisogna indirizzare l'indignazione contro le armi nucleari non come un problema di armamenti, ma come un crimine potenziale (il "genocidio programmato") che rende tutti i conflitti locali potenzialmente l'innesco di una catastrofe globale.

In sostanza, non si può ignorare il "trip palestinese" oggi dominante, ma si deve usare la sua carica emotiva per illuminare la radice comune del militarismo e del nazionalismo che genera sia le tragedie locali che la minaccia nucleare globale.

La deterrenza nel quotidiano: la minaccia nucleare sulla pelle della gente comune

Questa esigenza sopra accennata abbisogna della idea che, volendo, si potrebbe rendere già visibile la minaccia nucleare nel senso seguente: la suprema garanzia di sicurezza riposta nella massima forza distruttiva (cioè il nucleare) già ci danneggia in molti modi impattanti che la gente comune vive sulla propria pelle. E non ci si riferisce soltanto all'inquinamento radioattivo dei test nucleari e ai programmi atomici "civili" sviluppati in realtà per possibili impieghi militari. Questa logica della potenza e della concorrenza tra Stati e gruppi umani impone le spese militari, le tendenze alla guerra e le guerre vere e proprie. Sono realtà che producono gravi conseguenze sulla vita quotidiana delle persone.

Lo si ribadisce: la minaccia nucleare non è solo un evento catastrofico futuro ("genocidio programmato"), ma una realtà che impatta negativamente sulla vita quotidiana e sul benessere economico, sociale e ambientale di ogni cittadino, qui e ora.

La ricalibratura consiste allora nel rendere visibile e tangibile l'influenza della logica della massima forza distruttiva sulla pelle della gente comune, ben oltre i test e l'energia "civile" che fa da supporto agli sviluppi militari.

Un quadro descrittivo che evidenzia come la deterrenza nucleare e la logica della potenza impattino la vita di tutti i giorni può partire dal seguente dato economico: la spesa e la logica necessarie a mantenere la deterrenza nucleare distorcono le priorità nazionali e globali, creando danni diretti e indiretti percepiti da tutti.

La nonviolenza poietica ed esigente deve dimostrare che il disarmo nucleare non è solo un ideale etico, ma un imperativo economico e sociale immediato per migliorare la vita quotidiana delle persone, finanziando la salute, l'istruzione e la lotta alla crisi climatica.

Questa ricalibratura permette di collegare l'azione pacifista a temi cari alla gente comune (bollette, sanità, scuola), rendendo la minaccia nucleare una questione di giustizia sociale e non solo di geopolitica.

SBLOCCHIAMO I BISOGNI: DENUCLEARIZZIAMO E SMILITARIZZIAMO!

La "deterrenza" nel quotidiano: la minaccia nucleare sulla pelle della gente comune

La spesa e la logica necessarie a mantenere la deterrenza nucleare, ben oltre gli specifici 100 miliardi di dollari all'anno (circa), distorcono le priorità nazionali e globali, creando danni diretti e indiretti percepiti da tutti.

1. Il danno economico: sottrazione di risorse vitali

La principale conseguenza immediata della logica della potenza è lo spreco di risorse che potrebbero essere destinate al benessere sociale.

  • Sottrazione di Bilancio: Le spese militari globali, che finanziano armamenti convenzionali e programmi nucleari (direttamente e indirettamente), deviano trilioni di dollari. Questi fondi sono sottratti a:
    • Sanità Pubblica: Investimenti in ospedali, ricerca medica, prevenzione delle pandemie.
    • Istruzione: Scuola pubblica, università, borse di studio.
    • Infrastrutture Civili: Trasporti, energia sostenibile, manutenzione del territorio.
  • La "Tassa della paura": In sostanza, ogni cittadino paga una "tassa sulla paura" e sulla potenziale distruzione, anziché una tassa sul progresso e sulla cura. La corsa agli armamenti agisce come un freno economico strutturale sulla qualità della vita.

2. Il danno sociale e politico: distorsione della democrazia

La supremazia del militare sull'etica civile porta a conseguenze dirette sulla trasparenza e sulla partecipazione democratica.

  • "Stato di (in)sicurezza" permanente: La necessità di mantenere segreti militari, i programmi di sorveglianza e la giustificazione costante della "minaccia esterna" (come visto nel dibattito Cassola) erodono lo spazio democratico e la libertà civile. La segretezza sui programmi nucleari limita la possibilità di un dibattito pubblico informato.
  • Disuguaglianza aumentata: Le guerre (anche quelle locali) e la spesa militare distorcono i mercati, generano profitti enormi per l'industria bellica e spesso producono instabilità economica che colpisce maggiormente le fasce più deboli della popolazione attraverso l'inflazione e la riduzione dei servizi sociali.

3. Il danno ambientale e climatico (impatto oltre i test che Trump minaccia di riprendere)

L'impatto ambientale della deterrenza e della guerra va ben oltre i siti di test .

  • Impatto carbonico: Gli eserciti mondiali (in particolare le potenze nucleari) sono tra i maggiori inquinatori globali. La produzione, lo stoccaggio e il movimento degli arsenali richiedono enormi quantità di combustibili fossili e materiali inquinanti, contribuendo attivamente alla crisi climatica, che a sua volta impatta sulla salute e sull'agricoltura delle persone.
  • Destinazione dei rifiuti: Lo smaltimento dei materiali radioattivi derivanti dalla produzione e dalla manutenzione delle testate nucleari è un problema di lunghissimo periodo che grava sui territori e sulle finanze pubbliche, esponendo le comunità locali a rischi ambientali persistenti.

Conclusione

La logica della potenza e la deterrenza nucleare, sua massima espressione, non sono solo una minaccia lontana, ma il costo più alto e meno visibile che i cittadini pagano ogni giorno.

La nonviolenza "poietica ed esigente", auspicabilmente caratterizzante le nostre iniziative, ben oltre le mobilitazioni specifiche sul conflitto israelo-palestinese, deve manifestare che il disarmo nucleare non è solo un ideale etico, ma un imperativo economico e sociale immediato per migliorare la vita quotidiana delle persone, finanziando la salute, l'istruzione e la lotta alla crisi climatica.

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Il consenso alle guerre dei popoli è di regola minoritario (ma vallo a spiegare innanzitutto ai "nonviolenti" per i quali il gandhismo è colonialismo!) - 13 novembre 2025

Premessa. I NONVIOLENTI TRA VIRGOLETTE. Sono quelli che nutrono sensi di colpa nel condannare una "resistenza" dalle radici fondamentaliste. (Una guerriglia per giunta nemmeno esistente quale realtà indipendente, unitaria ed operativa). Sono i "nonviolenti" che si sentirebbero colpiti dall'accusa di "colonialismo" se osassero provarsi a condannare modalità di lotta armata sicuramente terroristiche (perché violano il diritto internazionale umanitario). Gandhi non era colonialista, Hamas con il suo fanatismo da fondamentalismo islamico e la sua dipendenza da potenze esterne invece lo è!

Tutta la discussione che vogliamo aprire in Italia, ed anche in Europa, non deve essere vista e recepita come inutilmente polemica: si tratta di non chiudere gli occhi davanti ai dati di fatto politici che si elencheranno, con lo spirito di evitare derive deteriori che già in passato hanno portato alla estinzione di promettenti movimenti sociali. Potrebbero esserci, ad esempio, analogie con l'"assalto al cuore dello Stato", il trip che portò il Movimento del '77, in molte sue avanguardie dell'Autonomia, a fare da base militante per la stagione del terrorismo BR e di tanti altri gruppi della lotta armata alla fine degli anni Settanta-inizio anni Ottanta del secolo scorso.

Andando al dunque, questo l'elenco annunciato dei fatti politici:

1 - Presunte realtà palestinesi italiane, che vantano abusivamente il ruolo di "veri" rappresentanti del popolo palestinese (le altre sarebbero false rappresentanze in quanto "collaborazioniste"), indicono manifestazioni che inneggiano al 7 ottobre, appunto, come "atto di resistenza" e propongono la Palestina "libera dal fiume al mare", libera cioè dalla "entità sionista" da distruggere, in quanto summa di imperialismo, colonialismo, razzismo, suprematismo bianco...

Non si sta facendo fantapolitica, lo ribadiamo, ma ci si sta riferendo ad enormi cortei ufficialmente organizzati da questi gruppi (con striscioni di apertura che un giornalismo alla Travaglio definirebbe da internamento manicomiale); e a una miriade di iniziative locali che si appoggiano a tali sigle per catalizzare aggregazioni estemporanee, precarie e labili.

2 - Fino a che questo obiettivo della cancellazione della "entità sionista" non sarà raggiunto, occorre convergere sull'indicazione di Flottille e Sindacati, sia la CGIL che USB/CUB etc., con piazze pullulanti di redivivi Masaniello, bandiere nero bianco verdi che subissano le bandiere rosse. BLOCCARE TUTTO: se possibile tutta la vita civile in Italia, occupando stazioni, porti, aeroporti, circonvallazioni. Ma anche, con scioperi a manetta, generali e locali, possibilmente indeterminati, che puntino a fermare le attività produttive e amministrative.

Stiamo - quasi come sonnambuli - aderendo e invitando all'adesione incondizionata a una chiamata per la mobilitazione, estrema e ultimativa, di "rivolta sociale". L'obiettivo è duplice: fermare la complicità italiana con un genocidio in corso (la CIP sta indagando) e rimuovere la sua causa – la realtà colonialista dello Stato ebraico, che viene descritta come persino peggiore del Sudafrica dell'apartheid. La prospettiva si è evoluta nel CACCIARE IL GOVERNO MELONI in quanto "agente del sionismo", qui in Italia!

Domanda: veramente si crede che il movimento avrebbe la forza di sostenere in via continuativa, con una conflittualità sociale di alto livello, la speranza di fermare una guerra all'altro capo del Mediterraneo, con la gente che contemporaneamente trangugia carovita, licenziamenti, tasse, tagli dei servizi sociali, debiti, senza nutrire la minima convinzione che darsi da fare per invertire il trend dell'impoverimento possa avere un minimo di possibilità di successo?

Tuttavia, con tutta la buona volontà, dobbiamo riconoscere che questo seguire opportunisticamente l'onda emotiva, forse uno sfogatoio di disperati, drammatizzata al punto da innescare la spirale lotta-repressione, non è un modo propriamente nonviolento di agire. Tale strumentalizzazione ideologica "contro l'imperialismo occidentale", che nasconde un "persi per persi meglio perversi", allontana dall'essenza della nonviolenza.

La nonviolenza, nata da speranza e non da disperazione, come concepita da Gandhi e sviluppata da teorici e pratici come Gene Sharp, Galtung e L'Abate, mira alla trasformazione del conflitto e del rapporto di potere, non alla distruzione del nemico o dell'avversario. Il suo scopo è ottenere un cambiamento politico e sociale, un cambiamento che si è sicuri di avere a portata di mano, cercando di convertire o almeno neutralizzare l'avversario, non di annientarlo. La nonviolenza, forza costruttiva, rifiuta la logica della distruzione dell'avversario e si propone strategicamente di "trasformare i gruppi umani nemici in gruppi umani amici."

La nonviolenza insiste sulla coerenza tra mezzi e fini. Per un nonviolento, i mezzi violenti o l'esaltazione della violenza minano l'obiettivo finale di una società pacifica e giusta. L'azione nonviolenta può includere la disobbedienza civile o il boicottaggio (come il blocco mirato di aspetti della vita civile), ma questi sono strumenti tattici per esercitare pressione e devono essere perseguiti con spirito di non-odio e nell'ottica di negoziazione e soluzione, non come espressione di vendetta o di distruzione totale dell'avversario.

La posizione di una nonviolenza più coerente e conseguente andrebbe organizzata meglio di quanto non avvenga ora e manifestata entrando in dialettica con l'ondata emotiva in corso. Chi la strumentalizza - questa onda emotiva che però ha una spinta buona in un sacrosanto sentimento di umanità (possiamo assistere in silenzio a un massacro che si svolge sotto i nostri occhi?) - utilizza la nonviolenza, le sue tattiche e tecniche (manifestazioni, blocchi) ma le svuota del loro contenuto etico e strategico, piegandole a un obiettivo che, a bene pensarci, oltre che del tutto velleitario, è intrinsecamente violento e distruttivo.

Una posizione nonviolenta più meditata e profonda su questa problematica (come quella sostenuta da figure palestinesi e israeliane che promuovono la pace) si concentrerebbe su:

  • Rifiuto esplicito della violenza: condannare senza riserve tutti gli atti di violenza contro i civili, inclusi gli attacchi del 7 ottobre, oltre agli atti di guerra israeliani mostrati massicciamente dalla TV e bollati come "genocidio".
  • Ricerca di soluzioni politiche: intervenire sui negoziati in corso per una soluzione politica che garantisca la sicurezza e i diritti di entrambi i popoli
  • Azione tattica costruttiva: utilizzare boicottaggi, manifestazioni e disobbedienza civile per pressione politica, ma sempre con un messaggio che distingua tra i governi/politiche e le persone, e che sia orientato alla riconciliazione futura.

In altri interventi e articoli sui nostri siti web i Disarmisti esigenti hanno sviluppato proposte, quali esempi di azione tattica costruttiva, che mirano a creare ponti e a esercitare una pressione politica mirata, superando la logica della distruzione e dello scontro frontale. Una scadenza che viene tenuta presente sono gli appuntamenti elettorali cui dovrebbero essere chiamati, a fine 2026, sia gli israeliani che i palestinesi.

L'Ambasciata di Pace con uffici a Tel Aviv e Ramallah

Questa proposta è un'iniziativa simbolica e politica che ribalta la logica delle ambasciate istituzionali che rappresentano Stati o entità in conflitto. Consiste nell'aprire due uffici fisici (l'Ambasciata di Pace) sia a Tel Aviv (quindi in territorio israeliano), che a Ramallah (quindi in Palestina) non per rappresentare un governo, ma per rappresentare la volontà di coesistenza e dialogo dei popoli (palestinese e israeliano). L'obiettivo strategico è creare un dialogo diretto al di fuori dei canali ufficiali e a dimostrare agli israeliani non si mira alla loro distruzione, ma ad una pace possibile ed equa quanto basta. L'iniziativa invia un messaggio forte: la lotta è contro l'occupazione e le politiche del governo israeliano, non contro il popolo.

L'Iniziativa per Liberare Marwan Barghouti

Questa proposta si concentra su un'azione specifica con un'alta risonanza politica e simbolica. In sintesi, Marwan Barghouti è un leader politico palestinese, figura di spicco di Fatah e del movimento per l'indipendenza, attualmente detenuto in Israele. Molti lo vedono come l'unico leader capace di unificare le fazioni palestinesi (Fatah e Hamas, data la sua popolarità) e di guidare un processo di pace credibile basato su una soluzione a due Stati. L'iniziativa chiede la sua liberazione tramite la grazia concessa dal presidente israeliano Herzog. Questa liberazione è vista come un atto di fiducia necessario da parte di Israele e come la mossa chiave per sbloccare la stagnazione politica. Se liberato, Barghouti potrebbe fornire l'interlocutore palestinese legittimo e nonviolento necessario per una ripresa dei negoziati.

Per contattarci: coordinamentodisarmisti@gmail.com www.disarmistiesigenti.org

Il Corriere della Sera del 12 novembre 2025 pubblica un articolo, a firma di Greta Privitera, con il seguente titolo: "SE NELLA STRISCIA SI VOTASSE OGGI, HAMAS OTTERREBBE IL 2,9%. Sottotitolo: "Il sondaggio realizzato a fine ottobre. Il 32,8% sceglierebbe un candidato indipendente.

Ecco quanto possiamo leggervi a proposito della fonte: "Se le volontà dei gazawi non trovano mai spazio sui tavoli delle trattative, c'é un istituto di ricerca di Ramallah, THE INSTITUTE FOR SOCIAL ED ECONOMIC PROGRESS*, che in questi due anni di incessanti bombardamenti si ostina a chiedere ai palestinesi della Striscia "come state?", "cosa volete?"

Possiamo convenire che il dato del 3% del voto dei Gazawi ad Hamas, scaturente dall'ultimo sondaggio, va preso con estrema cautela. È un dato che riflette probabilmente un picco di esasperazione e disillusione causato dalle conseguenze catastrofiche della guerra e una forte volontà di cambiamento politico immediato (come indicato dal 32,8% indicato dal sondaggio per un candidato indipendente).

È improbabile che il supporto ideologico e di base sia realmente al 3%. Il forte scarto rispetto ai dati di altri istituti (come il PSR, che riporta un 37% di approvazione per l'azione del 7 ottobre a maggio 2025) suggerisce che il dato del 3% è influenzato massimamente dalla paura e dal desiderio di una leadership alternativa che porti stabilità.

Ma il trend è credibile: nonostante le cifre assolute possano essere distorte, il sondaggio ISEP, in linea con il PSR, conferma che il consenso per Hamas è in netto declino a Gaza a causa dei costi umani e materiali del conflitto.

In breve: il 3% è probabilmente un dato estremizzato dal contesto bellico, ma rappresenta un'indicazione reale della stanchezza e della ricerca di pace e stabilità da parte della popolazione di Gaza, supportando la tesi da sviluppare: la massa non desidera e non condivide la "resistenza armata" quando questa porta alla distruzione totale.

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* The Institute for Social and Economic Progress (ISEP) è un istituto di ricerca che conduce regolarmente sondaggi (spesso chiamati "Street Pulse") nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania per valutare le percezioni della popolazione su governance, aiuti e condizioni di vita, specialmente in tempo di guerra.

Per leggere i rapporti: vai al sito web dell'Institute for Social and Economic Progress (cerca: institute4progress.org). Cerca poi una sezione o una scheda intitolata "Publications" (Pubblicazioni) o "Polls" (Sondaggi). Sulla loro homepage, di solito mettono in evidenza le "Latest Publications" (Ultime pubblicazioni). I rapporti recenti sulla Striscia di Gaza e la Cisgiordania (come il "Comprehensive War-Time Street Pulse West Bank and Gaza") sono spesso disponibili con un link a un "Full Report" (Rapporto Completo). Per accedere al rapporto completo, si può essere reindirizzati a un modulo in cui bisogna fornire il Nome, Email e l'Istituzione per cui lavori. Dopo aver inviato i dati, si riceverà l'accesso al rapporto. Per contattare il direttore dell'ISEP - attualmente Obada Shtaya - l'opzioni più comuni è: utilizzare la sezione "Contact Us" (Contattaci) sul sito web di ISEP. Questo modulo consente di inviare direttamente un messaggio all'organizzazione.

Ecco ora un'analisi dei fattori che influenzano l'affidabilità del dato del 3% e la credibilità generale di tali sondaggi in tempo di conflitto, a partire dall'affidabilità metodologica dell'ISEP.

L'ISEP è un istituto specializzato: ISEP è un'organizzazione che si concentra sulla ricerca in aree di conflitto e sembra avere la capacità di condurre sondaggi in condizioni estremamente difficili.

Contesto estremo: condurre un sondaggio a Gaza, soprattutto dopo il 7 ottobre 2023, è un'impresa logistica e metodologica straordinaria. Intervistare le persone in un contesto di sfollamento, bombardamenti e paura generalizzata rende qualsiasi dato intrinsecamente fragile.

Domande specifiche: il dato del 2,9% (o 3%) si riferisce specificamente a un ipotetico voto per Hamas in un contesto elettorale, non necessariamente all'approvazione generale del gruppo o alla sua ideologia. Il fatto che il 32,8% preferisca un "candidato indipendente" (come riportato in alcune analisi del sondaggio) suggerisce che gran parte della popolazione è alla ricerca di alternative politiche immediate, stanca della leadership attuale e delle conseguenze della guerra.

Il fattore più critico è il contesto della guerra e dell'oppressione, con la sua "spirale del silenzio".

Paura di rispondere: in un'area controllata de facto da Hamas, e dove chiunque esprima opposizione (anche solo in un sondaggio anonimo) può temere ripercussioni, è molto probabile che entri in gioco la "spirale del silenzio". Le persone potrebbero essere riluttanti a esprimere sostegno per Hamas per paura delle forze israeliane o della fazione opposta, oppure, al contrario, potrebbero essere riluttanti a esprimere opposizione per paura delle rappresaglie di Hamas o delle forze locali fedeli.

Priorità attuali: in una situazione di estrema emergenza umanitaria (macerie, fame, malattie), l'interesse e la fiducia della popolazione si concentrano sulla sopravvivenza e sul raggiungimento della stabilità, che può portare a un crollo temporaneo del sostegno per il gruppo (Hamas) la cui azione armata è la primaria causa scatenante dell'attuale catastrofe.

È comunque doveroso confrontare i dati ISEP con quelli di altri istituti rispettati, in particolare il PSR.

Il Palestinian Center for Policy and Survey Research (PSR) è considerato un punto di riferimento, ha registrato un declino nel sostegno a Hamas a Gaza, ma con cifre diverse. Ad esempio, una rilevazione di maggio 2025 del PSR dava il consenso alla decisione di Hamas del 7 ottobre al 37% a Gaza. Questo dato, pur indicando un forte calo rispetto all'inizio del conflitto, è significativamente più alto del 3%.

Qui entra in campo la differenza nelle domande: il PSR spesso misura il sostegno all'azione (es. approvare l'offensiva del 7 ottobre) o il sostegno politico in generale, mentre il sondaggio ISEP del 3% si riferisce all'intenzione di voto. Un cittadino può essere critico verso la leadership e la gestione della guerra (e quindi non votare Hamas), pur non disapprovando la resistenza armata in generale.

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L'immagine di Goring fa anche l'occhiolino al nuovo film che sta per uscire sul processo di Norimberga. La citazione è per sottolineare che persino i massimi guerrafondai della Storia non credono nella naturale propensione dei popoli a combattere le guerre... ma ci sono da considerare le avanguardie "calde " quelle manipolate dal Potere che ha bisogno dell'omicidio organizzato di massa per giustificarsi....

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Detto ciò, andiamo al punto centrale che si intende sollevare. La necessaria - per gli scriventi - "rifondazione nonviolenta" passa preliminarmente per l'idea che il consenso alle guerre da parte di un popolo, di qualsiasi popolo, è sempre da parte di una minoranza "calda", sobillata dal Potere. Questo perché, paradossalmente, molti attivisti che si proclamano "nonviolenti", sono i primi, a quanto si deve sentire e vedere, a non credere nella forza e nell'efficacia della lotta nonviolenta.

Per offrire una critica motivata all'attuale stato culturale del movimento pacifista italiano (con particolare riferimento alla sua componente nonviolenta, anche organizzata) e alla percezione comune, mediatica, del consenso alla guerra, andrebbero sviluppate delle tesi proponibili, a nostro parere, nei seguenti argomenti:

  • La "massa" è spontaneamente pacifica: dovremmo ribadire la fiducia nel pacifismo spontaneo, anche se di tipo "strumentale", della maggioranza delle persone, intente solo a badare agli "affari quotidiani" legati al sopravvivere e al vivere.
  • La teoria della "minoranza calda": l'idea centrale è che il consenso alla guerra non è mai di massa, ma è indotto da una minoranza "calda" manovrata dal Potere. Questa tesi si appoggia, oltre che sulla conoscenza storica, sulla distinzione sociologica di Alberto L'Abate tra "caldi" (spesso favorevoli all'azione violenta/guerra), "tiepidi" (la massa contraria e pacifica) e "freddi" (indifferenti). Va precisato che tra i "caldi" troviamo anche chi è gandhiamamente "disposto a morire ma non uccidere per una giusta causa".
  • Scetticismo dei "nonviolenti": il paradosso più forte è la presa d'atto che gli stessi attivisti che si proclamano nonviolenti non credano veramente nell'efficacia della lotta nonviolenta, cedendo al mito della "resistenza armata" (e proprio nel caso più improbabile e inquinato di "resistenza", una milizia che combatte asimmetricamente per conto terzi).
  • Manipolazione e paura: andrebbero citati esempi storici (Goering, la Prima guerra mondiale in Italia) per dimostrare come il Potere debba istillare paura o ricorrere a colpi di Stato per trascinare popolazioni riluttanti in guerra.
  • Il caso di Gaza/Hamas: dovremmo usare l'esempio di Gaza per evidenziare la discrepanza tra la "volontà in carne ed ossa" degli abitanti (che sarebbero stanchi della "resistenza armata" a giudicare da sondaggi sul 3% di consenso elettorale per Hamas) e le narrative politiche internazionali, inclusa quella di molti "pacifisti" che sostengono una "Intifada globale contro l'Imperialismo" configurante, ci si scusi la semplificazione che può urtare molte sensibilità, un vero e proprio "trip ideologico".

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BASTA TRIP DELLA "VITTORIA"! Zelensky è arrivato al capolinea? Trump gli dà l'ultimatum. Ma sopratutto il popolo ucraino dovrebbe gioire: una "brutta pace" è meglio della continuazione della inutile strage in corso!

22 novembre 2025

"Sulla pace devi decidere decidere entro 7 giorni": è l'ultimatum del presidente USA Trump al presidente ucraino Zelensky. Ma l'Ue corre in aiuto di Kiev: "Prepareremo una controproposta". Dal punto di vista del popolo ucraino la "disfatta" può essere l'inizio di una rinascita se si crede nei valori e nella forza della nonviolenza Il testo dell'articolo analizza l'ultimo sviluppo della guerra in Ucraina, dove il presidente americano Trump ha imposto un ultimatum di sette giorni al presidente ucraino Zelensky per accettare un piano di pace. Tale piano, elaborato da Stati Uniti e Russia senza il coinvolgimento iniziale dell'Ucraina, prevede condizioni severe per Kiev: rinuncia alla NATO, cessione del Donbass, riduzione dell'esercito, patto di non aggressione con Mosca e Bruxelles, controllo della centrale di Zaporizhzhia da parte dell'AIEA. In cambio, l'Ucraina otterrebbe ingenti investimenti per la ricostruzione, garanzie militari europee e un'amnistia generale, escludendo processi per crimini di guerra.

L'Ucraina e l'Unione Europea criticano la proposta, giudicata punitiva per Kiev e indulgente verso Mosca, e stanno lavorando a una controproposta - a loro giudizio - più equilibrata, sebbene vi sia scetticismo sulla sua accettazione da parte della Russia. Zelensky, pur resistendo e cercando una "pace dignitosa", si dice pronto a collaborare con Trump.

Il testo prosegue offrendo due diverse interpretazioni della situazione:

  1. Una visione cinica e pessimista: che considera la "pace" proposta come una mera "resa" dettata dai potenti, un gioco di interessi in cui i popoli sono pedine sacrificate. Viene sottolineata la prevedibilità delle dinamiche di potere, la superficialità delle promesse di denaro e la costante ripetizione degli errori umani, con la "dignità" come prima vittima della guerra e l'amnistia come segno della prevalenza degli affari sulla giustizia.
  2. Una visione di speranza e "ottimismo della volontà": che ribalta la prospettiva, guardando la vicenda con gli occhi di un popolo stremato dalla guerra. Per questo popolo, l'ultimatum e l'esistenza stessa di un piano di pace, per quanto imperfetto, rappresentano un'urgenza vitale e una via d'uscita dall'inferno quotidiano. I sacrifici territoriali e militari, la stessa amnistia, sono visti come prezzi dolorosi ma accettabili per ottenere la cessazione immediata delle ostilità, la sicurezza e la possibilità di ricostruire le proprie vite. La "pace" diventa l'assenza di bombe e la promessa di un futuro.
  3. Questa prospettiva si conclude con un appello alla nonviolenza, alla speranza e alla fede nell'azione collettiva, sottolineando che la giustizia e l'amore possono trionfare, e che la nonviolenza è una forza potente per il cambiamento. Guardare le cose con questi "occhiali" indirizza al compito di costruire una "vera" democrazia. La "vittoria" dell'Ucraina non starebbe allora nel difendere con le armi pochi centimetri di terra irrorata da sangue umano. Si concretizzerebbe se questo popolo riesce ad essere unito nel costruire un modello democratico avanzato che possa influenzare positivamente anche i "fratelli russi".
  4. È alla democrazia e non alla difesa del territorio che deve puntare una resistenza nonviolenta. L'impressione sollevata nell'articolo è che molte forze "nonviolente" italiane non siano in grado di capirlo perché propongono una modalità nonviolenta per la stessa strategia fallimentare di Zelensky. Il quale per trascinarci in una escalation bellica sta imponendo una mordacchia autoritaria a tutta la società ucraina. Un autoritarismo non indenne da aspetti corruttivi che stanno venendo alla luce...

1. La distinzione "Caldi, tiepidi, freddi"

L'uso della teoria di L'Abate per rileggere il consenso alla guerra offre una prospettiva che smonta l'idea che l'adesione alla guerra sia un fenomeno di massa. La teoria presuppone e suggerisce che la guerra non è un fatto democratico, ma il prodotto dell'attivismo di una minoranza (i "caldi"), l'inerzia della maggioranza ("tiepidi") e soprattutto la manipolazione del Potere. Questo recupero di un'analisi sociologica (che cerca di unire Gramsci e Gandhi) è fondamentale per una rifondazione nonviolenta che non si basi sull'attesa di una conversione etica di tutti, ma sul risveglio e sull'organizzazione della maggioranza "tiepida" e pacifica.

2. Il "Paradosso dei nonviolenti"

L'accusa di scetticismo rivolta agli attivisti nonviolenti è una critica dall'interno molto severa ma necessaria. Avremmo da rimproverare un "nonviolento" che, nei fatti, finisce per dare credito e forza narrativa al mito della lotta armata (spesso mediato e sostenuto da potenze straniere), invece di insistere sulla forza e sull'efficacia della lotta nonviolenta come strategia politica concreta (come insegnato da Gene Sharp, corrispondente di L'Abate, da menzionare nel testo da elaborare). Questo scetticismo porta a sostenere "resistenze" che sono, di fatto, solo conflitti tra fazioni o pedine di potenze esterne, come si dovrà argomentare per il caso palestinese.

3. La "volontà dei Gazawi in carne ed ossa"

Questo è il punto più politicamente incisivo e decisivo da sottolineare. Nelle discussioni internazionali e tra gli attivisti, la reale volontà delle vittime dei conflitti (i Gazawi) viene ignorata a favore di ideologie astratte ("Intifada globale contro l'Imperialismo Occidentale"). In questo sta l'importanza di usare il dato del sondaggio su Hamas (pur con tutte le cautele necessarie su un dato in tempo di guerra) per ribadire un concetto cruciale: la massa che soffre le conseguenze della violenza (macerie, morti, fame) è naturalmente stanca della "resistenza armata" e vuole la pace. Il vero compito di una "rifondazione nonviolenta" non sarebbe sostenere ideali di lotta armata, ma rappresentare e amplificare la volontà di pace della maggioranza.

La tesi che si sta avanzando e provando ad argomentare è il programma per un manifesto futuro per il realismo nonviolento. Sostiene che la nonviolenza deve uscire da una dimensione puramente etica o idealistica e assumere una natura strategica e politica che:

  • Riconosca la natura manipolatoria del consenso bellico (la "minoranza calda" manipolata dal Potere).
  • Faccia fiducia alla forza intrinseca, "potente", della lotta nonviolenta come strumento di contropotere effettivo ("potere con" contro il "potere su").
  • Ponga al centro la reale volontà di pace della popolazione, spesso soffocata dalle narrative dei gruppi di potere e dai "trip" ideologici degli attivisti esterni.

Riepilogando, i Disarmisti esigenti chiedono di "rifondare" la nonviolenza, con il dialogo e la convergenza anche delle realtà collettive esistenti, sulla base della "fiducia ragionevole nella forza e nell'efficacia" del metodo della "unione popolare per la ricerca di verità e giustizia", sempre ancorato a strategia e valori coerenti, sottraendola all'ombra seducente del mito mediatico della "resistenza armata".

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8 dicembre antinucleare: rifondiamo la nonviolenza organizzata! 11 -11 - 2025

Rifondare la nonviolenza organizzata: adottare, contro il militarismo e il nazionalismo, la priorità della sopravvivenza globale

*Nota sulla struttura della pagina web . L'immagine riflette la regola del movimento tedesco: si manifesta con i simboli della pace, non con bandiere di partito e nazionali (es. Ucraina o Palestina).

L'intervento dei Disarmisti esigenti espone le motivazioni che conducono alla necessità di una "rifondazione nonviolenta" individuando la priorità della sopravvivenza globale

L'articolo di Luigi Mosca sulla "sicurezza comune" illustra l'idea di coinvolgere l'OCSE

L'appello pubblicato su Il Manifesto (31 ottobre 2025) in cui i no-global "storici", insieme alla Sumud Flottilla, alla GKN, si vedono a Roma il 15 novembre per preparare un NO KINGS DAY italiano entro metà dicembre. Riportata per conoscenza e tutt'altro che per adesione!

Si ricorda l'incontro Zoom programmato per il 4 novembre alle ore 18:00 sui temi del riarmo europeo e delle spese militari da contrastare facendo perno sulle obiezioni di coscienza.

https://us06web.zoom.us/j/83944051716?pwd=Xxv7AsbaFJFa2bwtsbsiiHpmtz4YRY.1


Aderisci all'appello per l'iniziativa "LIBERARE BARGHOUTI, PARTNER DI PACE COME MANDELA". Una ambasciata di pace con due uffici: Tel Aviv e Ramallah.

https://www.petizioni24.com/barghouti_libero

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Il nostro impegno nasce dalla lucida consapevolezza che la pace ("disarmata e disarmante", come vuole Papa Leone) non si impone né si ottiene con la retorica, ma si costruisce con ideali forti, parole responsabili, compromessi realistici, strategie di non collaborazione attiva e gesti coraggiosi di obiezione di coscienza.

Se si vuole la pace dobbiamo prepararla attraverso l'omogeneità mezzi-fini. Essendo ben convinti che "la guerra è sempre una sconfitta" e, oggi più che mai, "non esistono guerre giuste".

Con il presupposto che la difesa della vita universale è il valore supremo, quello da cui tutti gli altri dovrebbero discendere, si tratta di passare, da una "cultura del nemico", un approccio "perdente-perdente", a una "cultura della cooperazione", un approccio "win-win", e quindi molto più desiderabile per tutti!

Questa "cultura del nemico" è la causa fondamentale delle guerre: in realtà, i veri nemici di ogni Stato non sono gli altri Stati e popoli; i veri nemici sono comuni a tutti gli Stati e popoli e sono: il cambiamento climatico, la distruzione accelerata della biodiversità, l'inquinamento ambientale, l'iniqua distribuzione delle ricchezze, la fame e la povertà nel mondo, le epidemie, ecc. È per affrontare efficacemente questi nemici comuni che dobbiamo impegnare tutto il potenziale dell'umanità in intelligenza, iniziative di solidarietà, creatività... e non in conflitti tribali per spostare confini (un po' più a destra, un po' più a sinistra?) ancorati ad una corsa sfrenata agli armamenti di ogni tipo.

La priorità etica e strategica

In sorprendente e non scontata sintonia con l'attuale linea del Vaticano – e per distinguersi dal movimentismo estremista e sloganistico – riteniamo che il punto focale della sicurezza globale risieda nella condizione atomica. Non è solo una questione tecnica o militare. È il riflesso di una logica che ha smarrito il senso del limite: la potenza come fine, il profitto come misura di tutto. L'arma nucleare è il simbolo estremo di questa deriva. Una civiltà che fonda la propria sicurezza sulla minaccia di distruzione totale è, nella sostanza, una inciviltà. Per questo, oggi più che mai, è necessario un cambio di rotta. E' necessario "esigere" il disarmo nucleare totale, raccogliendo il lucido appello formulato da Stéphane Hessel nel suo "storico" pamphlet. Non si tratta di un auspicio generico, ma di un imperativo etico e politico che obbliga la coscienza collettiva e chiama ogni cittadino alla responsabilità primaria di salvare non solo il presente, ma il passato e il futuro dell'Umanità.

L'attuale dottrina della deterrenza è un genocidio programmato, che la Santa Sede all'ONU definisce "moralmente indifendibile e strategicamente insostenibile". Il nostro presupposto è opporre l'impulso vitale (Eros), che anela alla pace, con la cura e il senso di comunità, alla logica di annientamento (Thanatos), foriera di guerra, rispettando la vita universale. Una vita che si evolve il un unico ecosistema globale, cui la specie umana appartiene organicamente, mentre non è vera la posizione antropocentrica che la fa padrona di esso. Ecco la "terrestrità", che ci ricorda che siamo figlie e figli ancora nella pancia di Madre Natura; e che ogni forzatura dell'evoluzione, ogni brama di dominio è una ferita inferta a noi stessi.

Sulla scia delle riflessioni di Carlo Cassola, fondatore della Lega per il disarmo unilaterale, il nazionalismo e il militarismo aggravano il quadro problematico della "condizione atomica", frutto - come si è detto - dell'Hybris animatrice della corsa alla potenza, nei seguenti modi.

Il nazionalismo (da distinguere, secondo alcuni, rispetto al patriottismo o al matriottismo) pone la nazione come valore supremo e fine ultimo, alimentando la logica della potenza come fine. Questo spinge ogni stato alla competizione e al desiderio di supremazia sugli altri, rendendo l'arma nucleare lo strumento definitivo per affermare questa superiorità, il simbolo estremo di questa deriva.

Il militarismo promuove la forza armata non solo come strumento di difesa, ma come fulcro della vita sociale, politica ed economica. Esso giustifica le enormi spese militari (sottraendo risorse a bisogni reali) e la corsa agli armamenti, compresi quelli nucleari, come l'unica garanzia di sicurezza. Questo solidifica la convinzione che la minaccia di distruzione totale sia una base accettabile per la stabilità globale.

Sia il nazionalismo che il militarismo sono ideologie che esaltano il conflitto violento e la volontà di imporsi. La guerra e la preparazione alla guerra diventano inevitabili, se non addirittura desiderabili, per la grandezza nazionale. Cassola vedeva in queste ideologie la negazione del "senso del limite" e della coscienza dell'autodistruzione che l'era atomica impone. Se la sicurezza è fondata sulla potenza e sull'esercito (militarismo) a servizio della nazione (nazionalismo), l'escalation e l'uso dell'arma estrema sono considerati una possibilità legittima, non un tabù.

La denuncia radicale di Cassola si concentrava sulla necessità di abolire la guerra e di perseguire il disarmo unilaterale, anche con obiettivi parziali, partendo proprio dall'eliminazione del nucleare. Nazionalismo e militarismo sono i principali ostacoli a questo "cambio di rotta" da noi richiesto. Essi richiedono la continua mobilitazione in funzione della minaccia esterna, legittimando l'esistenza stessa degli ordigni atomici e impedendo la cooperazione internazionale. Un movimento disarmista e pacifista che fa di una bandiera nazionale il suo emblema principe e caratteristico dovrebbe essere considerato ossimorico, una contraddizione in termini.

Se il fine ultimo è la sopravvivenza dell'umanità intera, con la quale ci si identifica, è necessaria una visione universalista e la cooperazione e l'azione internazionale diventano la condizione necessaria per eliminare tutte le armi, a partire dal nucleare.

La sicurezza non può nascere dalla paura. Può nascere solo dalla fraternità universale, dalla cooperazione, dal riconoscimento dell'altro come parte di sé. Ritrovare questo sguardo è il primo passo per costruire una pace possibile. Questo imperativo morale deve tradursi in una strategia politica, attenta ai rapporti di forza, che mira a ridurre il rischio e creare fiducia, anche attraverso il metodo richiamato dei passi di disarmo unilaterale ("sii il cambiamento che vuoi vedere realizzato!").

Oggi, molte pratiche si definiscono nonviolente pur manifestando tendenze che ne negano il fondamento ideale ed etico della nonviolenza. Ci siamo già soffermati sulla assurdità di fare di una bandiera nazionale l'emblema distintivo del movimento pacifista: significa abbracciare contemporaneamente l'ideologia che alimenta il conflitto e il movimento che mira alla sua abolizione!

  • L'attuale deviazione consiste nell'adottare la logica politica della polarizzazione, dove il gruppo umano avversario non è un interlocutore da convertire, ma un "nemico" da cancellare (come nel caso degli slogan che chiedono la cancellazione di uno Stato, o la giustificazione di atti terroristici).
  • Quando gruppi che si definiscono nonviolenti arrivano a giustificare o minimizzare atti che negano la dignità umana (come i massacri di civili o la repressione interna ai movimenti), si verifica il fallimento etico. L'intolleranza verso chi propone il dialogo è l'applicazione della logica della guerra nel campo della pace.
  • Limitarsi a denunciare il male (la "polemica") con slogan estremisti ("blocchiamo tutto!") impedisce di sviluppare la profondità strategica necessaria. Si diventa reazionari a un evento, anziché proattivi con una proposta di cambiamento reale.

Riteniamo, in questa situazione di pratiche diffuse e non adeguatamente contrastate dalle direzioni nonviolente ufficiali, necessaria la rifondazione della nonviolenza organizzata: desideriamo che avvenga attraverso la riaffermazione del fondamento etico e l'integrazione di una strategia misurata e concreta.

Ovviamente, non si è obbligati a condividere il nostro giudizio sull' opportunismo politico rispetto a quello che, per altri che soppesassero in modo diverso le cose, viene visto solo come espressione di cautela nel rapportarsi verso una ondata emotiva da cui non si vuole restare isolati. Critiche nette potrebbero portare alla rottura dei ponti con una base vasta e trasversale di attivisti, perdendo rilevanza e capacità di mobilitazione.

Ma la nostra esperienza maturata nel tempo ci insegna che le semplificazioni demagogiche, per quanto efficaci nell'immediato, non reggono alla prova della durata. Quando un movimento non riesce a contenere le spinte fanatizzanti al proprio interno, rischia di trasformarsi in una caricatura di sé stesso. E così, anziché rafforzare la causa da cui è nato, finisce per indebolirla, tradendone lo spirito originario. Per questo riteniamo essenziale coltivare una cultura politica fondata sulla responsabilità, sulla misura e sulla coerenza etica. Solo così è possibile costruire percorsi credibili e duraturi, capaci di incidere davvero sulla realtà.

Proposte concrete per la sicurezza collettiva

Per operare questa rifondazione della nonviolenza organizzata, proponiamo quattro passi essenziali mediante campagne politiche per una sicurezza fondata sulla fraternità e i diritti umani:

  1. Proibizione nucleare e Non Primo Uso (NFU): aderire al Trattato TPNW e promuovere attivamente il Non Primo Uso (NFU). Questa misura non solo è etica, ma è un atto di lucidità analitica che contrasta il rischio di errore di calcolo dovuto all'IA, allungando i tempi di decisione e reintroducendo il controllo umano.
  2. Rilancio di Helsinki 2: costruire un quadro di sicurezza globale, inclusivo e multilaterale che superi la logica dei blocchi politico-militari (NATO/Russia/Cina). L'obiettivo è trasformare il welfare verso una sicurezza basata sul costituzionalismo globale, da realizzarsi come cittadini del mondo radicati nella terrestrità. In questa prospettiva, coinvolgere l'OSCE ad aprire, sotto l'egida dell'ONU, un tavolo negoziale tra Occidente e Russia su tutte le questioni di confine (circa 4.000 km) legate principalmente alle minoranze russe in vari Paesi dell'Europa orientale (in particolare in Estonia e Lettonia).
  3. Zona Libera da Armi Nucleari in Medio Oriente (NFZ-MENA): Agire per impedire l'espansione degli arsenali in una regione ferita, reindirizzando le priorità politiche verso la protezione della vita e la promozione della giustizia.
  4. Costituzione della Terra: l'idea di un Patto Costituzionale globale che imponga limiti e vincoli ai poteri statali e di mercato per tutelare i beni vitali (ambiente, pace, salute, vita) e garantire i diritti fondamentali di tutti gli esseri umani, rifondando il diritto internazionale. Il suo nucleo è la creazione di istituzioni di garanzia globali, affrancate dagli Stati, per imporre limiti ai poteri "selvaggi" degli Stati sovrani e dei mercati globali, e per rendere effettivi i diritti umani a livello universale. I diritti umani e sociali dovrebbero essere integrati dai diritti dell'umanità in quanto tale e dai diritti della Terra.

Per sviluppare un impegno laico e concreto, capace - seppur gradualmente - di contrastare la deriva bellica e il rafforzamento del sistema di guerra, proponiamo che l'Italia, in quanto parte integrante dell'Europa, possa farsi interprete di una svolta. A partire da una pressione dal basso, consapevole e organizzata, il nostro Paese potrebbe recepire e sostenere obiettivi che non solo sono eticamente fondati, ma anche politicamente plausibili e realizzabili.

1) Denuclearizzare sia in campo militare, sia in campo civile

2) Convertire le spese militari in investimenti sociali (beni comuni e pubblici) e in conversione ecologica: dire no alla guerra e sì alla pace significa considerare anche la guerra sociale ai beni comuni e l'utilizzo delle armi finanziarie come il debito.

3) Predisporre un modello di difesa che, nel rispetto dell'articolo 11 della Costituzione, attui il transarmo progressivo verso la resistenza nonviolenta quale capacità di opporsi all'ingiustizia con mezzi costruttivi, basati sulla forza dell'unione popolare.

Alcune campagne in corso dei movimenti di base vanno sostenute ed aiutate ad acquisire una sponda istituzionale più salda, sicura, convinta:

1- L'opposizione al ritorno del nucleare civile.

2- Object War per il diritto internazionale al non partecipare direttamente ai combattimenti armati. In particolare lanciare una forma di "obiezione alla guerra" che contrasti l'ambiguo ritorno (tra volontarietà, obbligatorietà, sorteggio) che si sta predisponendo alla mini-naja

3- L'obiezione di coscienza nelle sue varie forme e modalità: oltre a quella al servizio militare di cui si diceva, le obiezioni alle spese militari, alle banche armate, alle produzioni e ai traffici bellici.

4- Il contrasto alla militarizzazione della scuola, dell'università, della ricerca scientifica.

Il comitato per la liberazione del Mandela palestinese quale partner di pace

Per quanto riguarda il conflitto israelo-palestinese nell'ambito della più ampia partita mediorientale, è noto che proponiamo di creare una Ambasciata di pace in Palestina, con due uffici, uno a Tel Aviv e uno a Ramallah. La proposta va oltre la semplice mediazione e suggerisce un'azione diretta e strategica nel campo politico interno sia israeliano che palestinese, con l'obiettivo di alterare gli equilibri di potere a favore della pace. Marwan Barghouti è considerato una figura politica popolare e unificante per i Palestinesi, il cui rilascio è visto come il passo necessario per rimettere in piedi una leadership palestinese credibile e unitaria, capace di negoziare la pace. Sostenere le forze israeliane contrarie alla logica della guerra e dell'occupazione è inteso come un modo per rimuovere il blocco politico interno israeliano alla soluzione diplomatica, aprendo la strada a un vero processo di pace, oltre le tregue precarie e momentanee.

Per quanto riguarda il problema del disarmo di Hamas (e l'eventuale confluenza della sua dimensione politica nell'OLP), ci teniamo a sottolineare un punto, che sembra mancare ai più nel movimento pacifista, cioè le condizioni di legittimità di una resistenza armata, in un conflitto asimmetrico, ai sensi del diritto internazionale.

L'obbligo di rispettare il Diritto Internazionale Umanitario (DIU) è assoluto e incondizionato, e si applica a tutte le parti in conflitto, inclusi i gruppi di resistenza armata.

Il Diritto Internazionale Umanitario (noto anche come diritto dei conflitti armati o Ius in bello) stabilisce le regole che devono essere rispettate durante un conflitto, indipendentemente dalle cause o dalla legittimità della guerra stessa (Ius ad bellum). Lo scopo fondamentale del DIU è limitare la sofferenza umana. Richiede che ogni combattente, in qualsiasi tipo di conflitto (simmetrico o asimmetrico), rispetti due principi cardine: 1) principio di distinzione: i combattenti devono sempre distinguere tra obiettivi militari e civili o beni civili. Gli attacchi diretti contro i civili o contro le infrastrutture civili sono crimini di guerra; 2) principio di proporzionalità: la perdita di vite civili o i danni ai beni civili non devono essere eccessivi rispetto al vantaggio militare concreto e diretto atteso dall'attacco.

Lo statuto di combattente viene riconosciuto ad un gruppo che compie azioni armate se i suoi componenti si comportano da combattenti leciti, il che include il portare apertamente le armi e il rispettare il diritto internazionale umanitario - DIU.

I gruppi armati non statali (come la sezione specializzata di Hamas) sono vincolati dal DIU, in particolare dall'Articolo 3 Comune alle quattro Convenzioni di Ginevra e, se l'intensità del conflitto lo richiede, dal Protocollo Aggiuntivo II (per i conflitti armati non internazionali). Attacchi contro i civili (come il lancio indiscriminato di razzi, l'uso di scudi umani, o gli attacchi diretti e premeditati contro non combattenti) costituiscono violazioni gravi del DIU, indipendentemente dalla legittimità politica della causa per cui si combatte.

Nel contesto di un conflitto asimmetrico (dove le forze e le risorse sono diseguali, come nel caso Israele-Hamas), il DIU mantiene la sua piena applicabilità a entrambe le parti. Le violazioni commesse da una parte (ad esempio, una potenza occupante) non giustificano o legittimano le violazioni commesse dall'altra parte (il gruppo di resistenza). Ogni parte è responsabile delle proprie azioni ai sensi del diritto internazionale.

In sintesi, la legittimità politica della resistenza (o il suo eventuale futuro politico come parte dell'OLP) è distinta e non annulla l'obbligo di operare secondo le regole del DIU. Il rispetto dei diritti umani dei civili è la condizione sine qua non per qualsiasi soggetto che ricorra alla forza, anche se per una causa considerata giusta. Affermare ciò è espressione di un principio universalista di civiltà e di diritto, proprio il contrario della manifestazione di un atteggiamento "giudicante" e "colonialista".

Il Diritto Internazionale Umanitario, codificato nelle Convenzioni di Ginevra, non è un codice morale imposto da una singola potenza o cultura. È un insieme di regole accettate e ratificate da praticamente tutti gli Stati del mondo (comprese nazioni che sono state colonizzate). L'obbligo di proteggere i civili, di distinguere tra combattenti e non combattenti e di trattare i prigionieri in modo umano sono considerati norme consuetudinarie universali e inderogabili (Ius cogens).

Le regole del DIU sono neutre rispetto alle cause del conflitto. Non giudicano chi ha ragione (Ius ad bellum), ma stabiliscono come si combatte (Ius in bello). Esigere il rispetto di tali norme significa chiedere l'applicazione di un patrimonio giuridico comune a tutti, superando la logica della vendetta o della giustificazione data dalla disperazione.

L'accusa di "colonialismo" suggerisce che si stia imponendo una norma occidentale/dominante per delegittimare la resistenza. Al contrario, l'affermazione che il DIU è incondizionato pone la vita e l'incolumità dei civili (sia propri che avversari) al di sopra di ogni considerazione strategica o politica. È la difesa dei diritti umani fondamentali dei non combattenti, che sono le prime vittime in qualsiasi conflitto asimmetrico.

Insistere sul fatto che il rispetto del DIU è la "condizione sine qua non" per chi usa la forza non è un giudizio sulla giustezza della causa, ma è la definizione di chi è un combattente legale in un conflitto moderno. Qualsiasi gruppo che non rispetta il DIU (ad esempio, attaccando deliberatamente i civili o usando scudi umani) si auto-colloca fuori dal quadro della legittimità giuridica internazionale, trasformando i propri atti in crimini di guerra, indipendentemente dall'asimmetria del conflitto.

Un atteggiamento veramente non-giudicante e non-colonialista deve evitare di cadere nella logica che il "fine giusto" (la liberazione) giustifichi "mezzi illegali" (l'attacco ai civili). Sostenere l'incondizionalità del DIU è un modo per proteggere la causa stessa della resistenza da contaminazioni estremiste e terroristiche dei movimenti di sostegno, le quali, come si è sottolineato, sono la caricatura della nonviolenza e minano ogni futuro politico credibile.

Per un gruppo di resistenza come Hamas che aspira a diventare parte di un'entità statale legittima e riconosciuta (come l'OLP), dimostrare il rispetto per le leggi di guerra è essenziale. È un atto di lungimiranza politica e di impegno verso l'ordine internazionale futuro, non un segno di sottomissione. L'eventuale leadership di Barghouiti può fungere da motore e garante per questa evoluzione.

Struttura e Metodo: costruire Ponti, non slogan

La nostra aspirazione è dare vita a un centro di "nonviolenza poietica" (creativa), capace di generare pensiero e azione, superando l'isolamento e la semplificazione degli slogan. Vogliamo contribuire con discrezione e fermezza, offrendo un'alternativa che non si esaurisca nel gesto mediatico, ma che sappia costruire relazioni, visioni e percorsi condivisi.

Non ci riconosciamo in iniziative che privilegiano l'impatto scenico a scapito del dialogo, né in pratiche che escludono chi propone mediazione e ascolto. Crediamo invece in un cammino paziente, radicato nella storia e aperto al futuro. Come primo passo, proponiamo la nascita di un Laboratorio per la Sicurezza Umana (LSU): una piattaforma permanente di studio e proposta, che sappia coniugare analisi rigorosa e visione etica. Un luogo dove elaborare strumenti normativi e culturali, partendo da esperienze che ci hanno visto protagonisti: dal riconoscimento dell'obiezione di coscienza allo smantellamento degli euromissili sancito dal Trattato INF del 1987.

Altre idee da potenziare:

- la rivista Il Sole di Parigi

- una newsletter

- una web radio

- la Rete per l'educazione alla terrestrità con la Biblioteca della Dignità in via Pichi

Per questo ci ritroviamo in Assemblea a Roma, l'8 dicembre, con l'intento di avviare questa auspicata "rifondazione della nonviolenza organizzata".

Vogliamo tornare a pensare la pace come progetto concreto, legato alla dignità e alla Terra. E farlo insieme, con sobrietà, con coraggio, con responsabilità.

Questa proposta dell'8 dicembre a Roma "per la rifondazione nonviolenta" va considerata una semplice ipotesi di lavoro, che nasce però non da elucubrazioni estemporanee. Mettendola in circolo la si sottopone a verifica tra amiche/i e compagne/i di cammino, in questo modo attuando già quella cultura del dialogo che si sta invitando a promuovere. Si è infatti pienamente consapevoli che la rifondazione della nonviolenza organizzata non può essere un atto solitario e improvvisato: deve nascere da un processo condiviso, capace di interrogarsi, ascoltare, correggersi. La priorità della sopravvivenza globale, posta come alternativa al militarismo e al nazionalismo, è un principio alto che porta a fare i conti innanzitutto con la deterrenza "atomica", da superare con la denuclearizzazione, sia militare che civile. Perché diventi movimento politico organizzato deve essere tradotto in costruzione di reti di rapporti, in linguaggi accessibili, in una collocazione di alleanze credibili.

L'assemblea dell'8 dicembre, se ci sarà in quella data, se ci sarà, dovrebbe essere un momento fondativo, tale da segnare l'inizio di una nuova fase. Ma perché sia riconosciuto come tale, dovrebbe essere preceduto da un lavoro di tessitura; coinvolgimento, riflessione, apertura. Sottoporre l'idea a verifica non è segno di debolezza, ma di responsabilità politica. Significa non dare nulla per scontato, non imporsi, ma proporre. E lasciare che la proposta venga accolta, trasformata, arricchita.

Esiste il problema dei gruppi già organizzati e qui si intende ribadire che non si tratta di imporre nulla dall'esterno ma di proporre una ipotesi di soluzione ai problemi che già questi gruppi sentono, e dichiarano di sentire, se si ascolta il loro dibattito interno. Noi riconosciamo il valore e la storia di questi gruppi. Rappresentano una insostituibile eredità morale e politica: pensiamo al MN di Capitini, alla LDU di Carlo Cassola, alla tradizione di Pax Christi... Essi stessi ci pare riconoscano che, nonostante la profonda tradizione e i principi inattaccabili, la nonviolenza organizzata non riesce più ad incidere significativamente sulla politica nazionale. Siamo frammentati e i decisori ci ignorano. La nostra responsabilità politica è ammettere che la configurazione e la struttura attuali non sono all'altezza della gravità della crisi. Un modo di procedere, dopo l'assemblea dell'8 dicembre, o di quando sarà, è quello di pensare possibile non la richiesta un'adesione totale e permanente da subito ai gruppi già organizzati, ma l'avviamento di esperimenti congiunti e reversibili. Si potrebbe chiedere un Tavolo di Convergenza Tematica (non strutturale): la proposta sarebbe non una fusione, ma la creazione di un "Comitato di verifica e azione congiunta" dedicato a una singola, ma urgente, tematica (es. "l'Iniziativa per Helsinki 2" o "l'Ambasciata di Pace per Barghouti").
Metodo di lavoro: bisogna dichiarare esplicitamente che questo Comitato lavorerà secondo il principio: "Sottoporre l'idea a verifica (in comune) non è segno di debolezza, ma di responsabilità politica."
Principio del risultato misurabile: l'obiettivo di questo tavolo non è produrre un documento ideologico, ma un'azione politica concreta e misurabile. La nonviolenza non è solo contenuto, ma anche forma. E la forma che si vorrebbe adottare — dialogica, inclusiva, riflessiva — è già parte della rifondazione. È il segno che non si cerca una nuova etichetta, ma una nuova sostanza.

Costruire la Pace, "disarmata e disarmante", rifondare un polo nonviolento

Proposte concrete per una sicurezza umana nel "costituzionalismo globale"

La pace non si impone. Si costruisce.
Con gesti misurati, ma convinti, con parole responsabili, con scelte che guardano al futuro.

Le proposte che avanziamo nascono da questa convinzione.

Sono semplici, ma essenziali:

  • Proibire le armi nucleari, aderendo al Trattato TPNW e promuovendo il principio del Non Primo Uso.
  • Rilanciare Helsinki, per una sicurezza fondata sulla fraternità e sui diritti umani, non sulla minaccia.
  • Creare una zona libera da armi nucleari in Medio Oriente, per restituire speranza a una regione ferita.
  • Fare adottare una Costituzione della Terra.

Questi passi traducono un imperativo morale - non uccidere, rispetta la vita universale! - in una strategia politica concreta.
Una strategia che spegne gli antagonismi violenti, riduce il rischio, favorisce il dialogo e apre la strada a una sicurezza condivisa.

La nostra identità è quella di cittadini del mondo, radicati nella terrestrità.
Crediamo che ogni essere umano abbia diritto a vivere senza il peso di una minaccia nucleare, che è un genocidio programmato.
E che l'Italia, in questo cammino, possa essere voce di pace e di responsabilità.

Non ci interessa la polemica.
Ci interessa la possibilità di aprire la porta a speranze.
La possibilità di incontrarsi, di ascoltarsi, di cercare insieme una via d'uscita. Di essere "aggiunta nonviolenta" e "nonviolenza poietica".

La pace non nasce dal rifiuto dell'altro, ma dal riconoscimento reciproco.
Non si costruisce con slogan, ma con compromessi coraggiosi.

In conclusione, crediamo che il dialogo sia l'unica strada.
Una strada difficile, certo.
Ma è la sola che non porta al baratro.
E per questo, è la sola che valga la pena percorrere.

Per questo noi che condividiamo questi contenuti ci riuniamo in Assemblea a Roma l'8 dicembre. Avviamo la costruzione di un nuovo soggetto che opererà una rifondazione della nonviolenza organizzata in Italia.

Idee per la rifondazione del polo nonviolento l'8 dicembre

La rifondazione deve superare lo sloganismo e l'isolamento, diventando, possibilmente, con il tempo che ci vuole, un attore rilevante e "disarmante" nel dibattito politico e sociale italiano.

1. Struttura organizzativa: dal movimento al soggetto politico-culturale

Per essere un polo "aggiunta nonviolenta" e "nonviolenza poietica" (creatrice), il nuovo soggetto deve distinguersi dai comitati ad hoc o dai movimenti emotivi.

  • Creazione del "Laboratorio per la Sicurezza Umana" (LSU):
    • Funzione: istituire una piattaforma permanente che non si limiti alla protesta, ma produca analisi e proposte normative sui temi del disarmo (nucleare, IA, armi convenzionali) e della sicurezza collettiva.
    • Composizione: unire esperti (giuristi, diplomatici, scienziati, teologi morali) con attivisti di base. L'assemblea dell'8 dicembre potrebbe votare la sua costituzione e il primo nucleo direttivo.
  • Adozione di una "Carta del Dialogo":
    • Principio operativo: codificare il principio del "riconoscimento reciproco" e del "compromesso coraggioso" come metodo vincolante per l'azione interna ed esterna. Questo distingue immediatamente dai movimenti intolleranti ("teste di coccio").
    • Esempio: dichiarare esplicitamente che il dialogo non è con chi propone la violenza o la cancellazione dell'altro, ma con chi si impegna per la coesistenza e il Diritto Internazionale.

2. Strategia comunicativa: dallo slogan alla proposta responsabile

Per contrastare la polemica e lo sloganismo, la comunicazione deve essere misurata, responsabile e orientata al futuro.

  • Lancio della Campagna "Italia senza minaccia":
    • Focus: Rendere i concetti di TPNW e Non Primo Uso (NFU) accessibili al cittadino comune. La campagna non deve chiedere solo "la pace", ma "la fine della minaccia".
    • Obiettivo: raccogliere firme per una Proposta di Legge di Iniziativa Popolare (o una risoluzione parlamentare) che impegni l'Italia a promuovere attivamente il NFU nei consessi NATO e internazionali, trasformando il nostro "imperativo morale" in un atto politico.
  • Mediazione e "contenimento":
    • Ruolo pubblico: posizionarsi come mediatori etici nel dibattito. Quando sorgono polemiche estreme (es. come nel conflitto israelo-palestinese), intervenire non per schierarsi con gli slogan, ma per riportare la discussione sui principi di sicurezza umana, diritto internazionale e dialogo per la coesistenza (come il supporto alla leadership Barghouti o alla NFZ-MENA).
    • Slogan esempio: Sostituire la retorica della protesta con quella della responsabilità: "Non ci interessa la polemica, ci interessa la possibilità (di agire)."

3. Azioni Concrete Immediatamente Dopo l'8 Dicembre

L'assemblea deve definire i primi gesti che dimostrino la solidità e la concretezza del nuovo soggetto:

  • Seminari Tecnici su "Helsinki 2":
    • Organizzare una serie di incontri di alto livello (coinvolgendo ex-diplomatici, accademici) per elaborare un documento di proposta italiano per una nuova architettura di sicurezza collettiva. Questo dimostra che la proposta di Helsinki non è utopia, ma un piano operativo.
  • Focus regionale sulla NFZ-MENA:
    • Promuovere un network di associazioni e comuni italiani che chiedano al Governo e al Parlamento un impegno formale per l'organizzazione della Conferenza sulla Zona Libera da Armi Nucleari in Medio Oriente. Questo traduce l'ideale in azione di politica estera localizzata.
  • Metodo dei "passi unilaterali" come esempio:
    • Lanciare una campagna interna (per i membri del nuovo polo) di "Disarmo personale" (es. boicottaggio consapevole di prodotti legati all'industria bellica, impegno a non usare linguaggi di odio/violenza) che testimoni il principio del "sii il cambiamento che vuoi vedere realizzato" prima di chiederlo agli Stati.

L'assemblea dell'8 dicembre dovrebbe quindi non solo votare i principi, ma stabilire la struttura (LSU), la strategia comunicativa (Campagna NFU) e i primi impegni operativi (Helsinki 2 / NFZ-MENA).

Una sicurezza degli uni contro gli altri o una sicurezza comune dell'umanità?

« Oh Barbara, quelle connerie la guerre » (Jacques Prévert)

Stiamo assistendo a un massiccio riarmo, sia convenzionale che nucleare, e anche, da alcuni anni a questa parte, a un indebolimento, persino allo smantellamento, di tutta una serie di istituzioni e trattati internazionali che erano stati gradualmente istituiti dopo la Seconda Guerra Mondiale. Perché? Per cercare di rispondere a questa domanda, dobbiamo tornare almeno al periodo immediatamente successivo alla dissoluzione dell'Unione Sovietica: erano gli inizi degli anni Novanta, la fine della Guerra Fredda e anche la dissoluzione del Patto di Varsavia, che avevano aperto grandi speranze che un periodo di pace sarebbe finalmente arrivato. Nell'arco di circa dodici anni, si è effettivamente verificato un riavvicinamento costruttivo tra la Russia e il resto dell'Europa, al punto che nel 1997 è stato firmato l'Atto Fondativo NATO-Russia e la Russia era in trattative per entrare a far parte della NATO!

La seconda guerra in Iraq del 2003, scatenata dagli Stati Uniti e dalla NATO, non solo senza un mandato ONU e sulla base di una menzogna assoluta, ma anche senza consultare la Russia, che in realtà stava collaborando con la NATO, ha causato un cambiamento di 180° nella posizione di Putin nei confronti dell'Occidente. (Per maggiori informazioni, si veda l'eccellente documentario "PUTIN, NATO and EUROPE" su Arte – "Le dessous des cartes").

Poi, la rapida espansione della NATO verso est fino a raggiungere 30 stati membri, con la prospettiva di aggiungere Ucraina e Georgia (vertice NATO del 2008 a Bucarest), costituì per la Russia un palese tradimento della promessa fatta da diversi leader occidentali (Kohl, Mitterrand, la signora Thatcher e Manfred Wörner, Segretario generale della NATO) a Gorbaciov di non espandere la NATO oltre una Germania riunificata.

La guerra in Ucraina, scatenata da Putin, è una delle conseguenze di questo processo, ma è anche fermamente condannabile in quanto viola il Memorandum di Budapest (1994) e il diritto internazionale, con la ripetuta minaccia dell'uso di armi nucleari e, quindi, con il rischio spaventoso di una deriva verso una guerra globale.

Questo esempio illustra chiaramente come, per raggiungere l'eliminazione effettiva e totale delle armi nucleari, sia essenziale considerare il contesto geopolitico, data l'interconnessione di queste realtà! La reazione dell'Unione Europea e della NATO a tutto ciò consiste nell'attuale corsa al riarmo totale, ulteriormente aggravata dalla recente posizione di Donald Trump nei confronti della NATO in Europa.

Perché non proporre, allora, di aprire un tavolo negoziale tra Occidente e Russia su tutte le questioni di confine (circa 4.000 km) legate principalmente alle minoranze russe in vari Paesi dell'Europa orientale (in particolare in Estonia e Lettonia, dove un terzo della popolazione è di origine russa, metà della quale è costretta all'apolidia!): altrettante "bombe a orologeria", la prima delle quali è già esplosa in Ucraina. Per riuscirci, bisogna convincere l'OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) a compiere un passo del genere, naturalmente sotto l'egida dell'ONU: riprendere un dialogo interrotto bruscamente una ventina di anni fa. In altre parole, si tratta di passare da una "cultura del nemico", un approccio "perdente-perdente", a una "cultura della cooperazione", un approccio "win-win", e quindi molto più desiderabile per tutti!

Questa "cultura del nemico" è la causa di molte guerre: a sua volta, è spesso generata dall'hybris (un'eccessiva volontà di potenza) dei leader di vari imperi, vecchi, nuovi o rinnovati. (Si veda, ad esempio, il termine "full spectrum dominance" nella dottrina statunitense). In realtà, i veri nemici di ogni stato non sono gli altri stati; i veri nemici sono comuni a tutti gli stati e sono: il cambiamento climatico, la distruzione accelerata della biodiversità, l'inquinamento ambientale, la fame e la povertà nel mondo, le epidemie, ecc. È per affrontare efficacemente questi nemici comuni che dobbiamo impegnare tutto il potenziale dell'umanità in intelligenza, iniziative di solidarietà, creatività... e non in una corsa sfrenata agli armamenti di ogni tipo.

Un partenariato rinnovato tra Unione Europea e Russia faciliterebbe anche un processo di disarmo nucleare, anche se per completarlo sarà essenziale promuoverlo all'interno del 'club' delle nove potenze nucleari: e spetterà a noi, società civile, sensibilizzare sul fatto che il rischio di una guerra nucleare, anche accidentale o per errore, è chiaramente a un livello inaccettabile, in primo luogo per loro stessi (!), mentre l'umanità si avvicina alla guerra nucleare di tre secondi, secondo il Doomsday Clock (l'Orologio dell'Apocalisse degli scienziati atomici).

Passando ora all'indebolimento, persino al graduale smantellamento, di un intero insieme di istituzioni e trattati internazionali: si tratta di un processo di estrema gravità. Dopo ciascuna delle due guerre mondiali, fu pronunciata la dichiarazione: "mai più la guerra", e per questo motivo furono create istituzioni internazionali (la Società delle Nazioni dopo la Prima Guerra Mondiale e l'ONU dopo la Seconda), proprio per fare tutto il possibile per evitare nuove guerre, e soprattutto un'altra guerra mondiale, attraverso processi negoziali in cui sarebbero sorte nuovamente delle controversie.

Tuttavia, stiamo assistendo a una sorta di graduale paralisi dell'ONU, dovuta in particolare alla natura antidemocratica del suo Consiglio di Sicurezza e alle inadeguatezze della sua "forza di pace" (i "caschi blu"), tanto che il ruolo dell'ONU appare del tutto marginale nei tentativi di mediazione nelle guerre in corso.

Allo stesso modo, i trattati riguardanti le armi più disumane – chimiche, batteriologiche, bombe a grappolo, mine antiuomo e soprattutto armi nucleari – vengono indeboliti (come il TNP) o aboliti (come l'importante Trattato INF sulle forze nucleari a raggio intermedio, firmato nel 1987 tra Reagan e Gorbaciov), e l'elenco è in realtà molto più lungo… ad esempio, Finlandia e Svezia hanno appena annunciato il loro ritiro dal Trattato sulla messa al bando delle mine antiuomo, citando come giustificazione la loro necessità di difesa contro il "nemico russo"!

In conclusione, il lavoro deve procedere lungo due linee complementari:

sostituire la "cultura del nemico" con una "cultura del dialogo, della negoziazione e della cooperazione", fondamento di una pace giusta e duratura, attraverso campagne di sensibilizzazione e iniziative diplomatiche basate sul multilateralismo; e, in secondo luogo, "rivitalizzare" le istituzioni e i trattati internazionali per invertire l'attuale tendenza al ritorno a un regime westfaliano (1648) in cui ogni Stato, pienamente sovrano, cerca di prevalere sugli altri in una serie di guerre senza fine.

Il ruolo della società civile deve essere dispiegato lungo queste due linee: direttamente, sensibilizzando l'opinione pubblica, e indirettamente, stimolando processi diplomatici pertinenti a ogni situazione di crisi nel mondo. E, riecheggiando il titolo di questo articolo, è importante ricordare l'affermazione di Gorbaciov: "Se uno Stato vuole essere sicuro, deve prima contribuire alla sicurezza degli altri Stati". Tuttavia, la deterrenza nucleare produce esattamente l'opposto!

Il desiderio di movimento contro i Re e le loro Guerre

*** da Il Manifesto - online 1 novembre 2025 -

La mobilitazione La domanda che ci deve assillare allora è: come si fa a fare come la Flotilla ogni giorno? Come facciamo a mettere in pratica la speranza, a incarnare una possibilità? A diventare un attore collettivo in grado di cambiare le cose?

In Italia, per la prima volta dopo anni, un movimento ampio e popolare ha scosso la politica e le istituzioni fino alle fondamenta, incrinando la rassegnazione. Con la Flotilla si è sentita un'aria nuova: un soffio potente, moltitudinario, capace di attraversare confini e piazze. La Palestina ci ha mostrato, più di ogni altra fase storica, di cosa sono capaci il capitale, il patriarcato, la nazione, la religione: macerie e devastazione.

TUTTE LE GUERRE in corso stanno trasformando il capitale, spingendolo verso la corsa agli armamenti, modificando economie e destini, compreso quello dell'Europa. Oggi infatti è questo il volto dell'Europa: armi e controllo, mentre ogni visione ecologica e sociale viene rimossa. Ma la guerra in Palestina è andata oltre, mostrando non solo la lunga storia di oppressione e ribellione, ma anche il presente e il futuro possibile del pianeta. Se quella vista a Gaza è la misura dell'annientamento che si può raggiungere su questa Terra, a essa vogliamo contrapporre un desiderio di vita diverso. Questo desiderio di vita ha attraversato le maree degli ultimi anni, da quelle climatiche a quelle trans-femministe, e tutto possiamo dire fuorché sia sopito dopo le straordinarie piazze di settembre e ottobre.

LE COMPLICITÀ del governo italiano — e di tanti altri — con il sistema che sostiene il genocidio e il colonialismo d'insediamento ci mostrano chiaramente contro cosa e chi lottare, e che non siamo soli. Hanno dichiarato una tregua, ma se i governi restano gli stessi, chi può credere alla durata delle tregue e delle paci? E soprattutto chi può credere a una "pace" armata durante la quale si continua ad utilizzare la fame come arma di morte, durante la quale apartheid, violenza coloniale e normalizzazione del genocidio si rafforzano unitamente a chi ha reso possibile tutto questo?

LA DOMANDA non riguarda solo la Palestina ma anche noi che abbiamo — per quanto ancora? — il privilegio di lottare. Le cronache di questi giorni ci mostrano come il governo Meloni vuole imporre la sua finanziaria di guerra: sfratti eseguiti con violenza brutale, polizia a garantire l'agibilità politica dei neofascisti fuori le scuole, università messe sotto controllo governativo, mentre la precarietà e la compressione salariale acuiscono la ricattabilità. Nella pausa delle mobilitazioni di questi giorni abbiamo visto il colpo di coda di forme di squadrismo e della stretta repressiva, di cui il dl Sicurezza è l'espressione massima.

ECCO LA SVOLTA autoritaria e la democrazia di guerra già all'opera. La domanda che ci deve assillare allora è: come si fa a fare come la Flotilla ogni giorno? Come facciamo a mettere in pratica la speranza, a incarnare una possibilità? A diventare un attore collettivo in grado di cambiare le cose? Come costruiamo dunque mobilitazioni grandi ed efficaci, ora che lo sciopero – convergente – è tornato a essere uno degli strumenti più importanti nelle nostre mani? Senza alcun determinismo pensiamo che per tutti gli scioperi dell'autunno, e oltre, il tema sia la generalizzazione che parte dalle città, dai territori, dalle tante contraddizioni e dalle tensioni sociali internazionali e del paese.

ABBIAMO SCRITTO questa lettera per aprire uno spazio di possibilità. Per questo proponiamo di incontrarci in assemblea a Roma il 15 novembre. Se dall'assemblea nascerà davvero un rilancio in avanti, non saremo più solo queste e questi, ma molte e molti di più — con un metodo organizzativo tutto da inventare, ma con la convergenza e l'ambizione di dare forma a grandi progetti comuni. Proprio perché la crisi è sistemica, noi non siamo per un nuovo governo, siamo per un mondo nuovo. Al contempo è innegabile il ruolo del governo Meloni nel costituire una triangolazione nera con Trump e Netanyahu, pronta ad annichilire ogni movimento sociale.

CONDIVIDIAMO una prima idea da discutere insieme: stare all'interno di una processualità già in corso, che incrocia le piazze climatiche, transfemministe e degli scioperi per arrivare a opporci a una legge di bilancio fondata sulla guerra, il militarismo e lo sfruttamento. Il governo Meloni siede allo stesso tavolo dei nuovi autonominati "Re" perciò, per tutte le ragioni esposte, tutte e tutti noi abbiamo il diritto di affermare che il "re è nudo" e vogliamo avere il nostro No Kings Day: non si tratta di mutuare esattamente le caratteristiche del movimento statunitense, né di regalare alla figura di Meloni una centralità personale che del resto non le riconosciamo. Si tratta di continuare ad affiancare al generale il generalizzato, all'internazionale il "qui e ora" e di dare alla lotta tappe convergenti e generalizzanti. Di costruire insieme la risposta alla svolta autoritaria italiana, all'economia di guerra e allo sfruttamento per aprire un orizzonte nuovo.

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La Palestina va alle elezioni? In ogni caso non dobbiamo credere nel "Babbo Natale Hamas!" - 29 ottobre 2025

PER QUESTO ci diamo come arco temporale le prime due settimane di dicembre per una giornata che possa segnare la storia d'Italia e d'Europa, per un continente di pace, ecologico e non più complice del sistema di morte.

*Primi firmatari: Giorgina Levi (Global Movement to Gaza), Maria Elena Delia (Global Movement to Gaza), Dario Salvetti (Collettivo di Fabbrica Ex Gkn), Raffaella Bolini (Arci Nazionale), Christopher Ceresi (Municipi Sociali Bologna), Francesca Caigo (Centri Sociali del Nord Est), Valentina D'Amore (Csa Astra/ Brancaleone), Marino Bisso (Rete No Bavaglio), Elena Mazzoni (Rete dei Numeri Pari), Demetrio Marra (Csa Lambretta, Anita Giudice (Laboratorio Sociale Alessandria), Marco Bersani (Attac Italia), Francesco Paone (Spazi sociali Reggio Emilia), Nicola Scotto (Laboratorio Insurgencia – Napoli), Roberto Musacchio (Transform Italia), Flavia Roma (Esc Atelier Autogestito), Angela Bitetti (Casale Garibaldi), Thomas Müntzer (Communia), Alberto Campailla (Nonna Roma)

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