La non notizia dei sionismi plurimi
https://zibaldoneecopacifista.webnode.it/l/sionismiplurimi/
IL GIORNALISMO PER LA PACE, L'IMPORTANZA DELLE NON NOTIZIE, IL LEGAME PROFONDO CON LA COMUNICAZIONE NONVIOLENTA.
UN ESEMPIO CHE SEGNALIAMO SU PRESSENZA
Il giornalismo di pace, nell'ottica dei Disarmisti Esigenti, ispirato dalle teorizzazioni di Johan Galtung, riprese in Italia, tra gli altri, da Giovanni Salio, non è una semplice cronaca dei fatti, ma un atto di resistenza intellettuale che applica la "nonviolenza poietica" al racconto della realtà. Se il giornalismo di guerra convenzionale tende a polarizzare, a disumanizzare l'avversario e a concentrarsi esclusivamente sulla vittoria militare, il giornalismo di pace opera una decostruzione sistematica della propaganda in tempo reale, cercando le radici del conflitto sotto la superficie degli eventi bellici.
La nonviolenza poietica
La "nonviolenza poietica" che, come concetto, abbiamo lanciato e approfondito al Festival di Comiso (luglio 2025), non è semplicemente "pragmatica", come teorizza Gene Sharp, perché mantiene un ancoraggio all'etica del non uccidere (rispetta la vita universale!) e alla strategia di fiondo del "trasformare i gruppi umani nemici in gruppi umani amici".
La lotta nonviolenta come "creazione" di realtà
La nonviolenza poietica, nel momento in cui promuove campagne specifiche, agisce su tre livelli, strategico, operativo e relazionale. A livello strategico, promuove passi di disarmo unilaterale, rompendo la catena della sfiducia reciproca tra i blocchi. A livello operativo, si manifesta nell'obiezione alla guerra, intesa come rifiuto attivo di collaborare con la macchina bellica, preferendo la costruzione di corpi civili di pace. A livello relazionale, utilizza la comunicazione nonviolenta per trasformare i conflitti in opportunità di incontro tra bisogni umani, agendo come "mediatori" e non come "parteggianti".
La decostruzione della propaganda attraverso i bisogni
Il cuore del metodo Rosenberg — l'identificazione dei bisogni umani universali — costituisce una base logica di questo nuovo modo di fare informazione. La propaganda di guerra lavora per nascondere i bisogni reali dietro strategie di dominio o etichette ideologiche; il giornalismo di pace, invece, riporta l'attenzione su ciò che è vivo in tutte le parti coinvolte. Quando una testata convenzionale parla di "interessi strategici" o "sicurezza nazionale", il giornalista di pace indaga quali bisogni di sussistenza, protezione o appartenenza siano stati negati o minacciati, rendendo visibile l'umanità comune che la guerra cerca di cancellare.
Dal binarismo alla complessità dei mediatori
La nonviolenza poietica applicata all'informazione rifiuta la logica del "campismo" che divide il mondo in buoni e cattivi. Mentre la propaganda spinge il pubblico a inquadrarsi in una delle due fazioni, il metodo Rosenberg suggerisce un approccio di mediazione: ascoltare "tutte le campane" non per dare spazio a falsi equilibri, ma per comprendere le ferite e le paure di ogni attore. Questo significa trattare il conflitto non come un gioco a somma zero dove qualcuno deve soccombere, ma come un problema complesso che richiede soluzioni creative capaci di soddisfare il maggior numero di bisogni possibile.
Il ruolo dei gruppi di affinità e dell'azione di base
Il giornalismo di pace non è riservato ai grandi network; si nutre del "risveglio" delle persone organizzate in gruppi di affinità. Questi nuclei di azione di base diventano produttori di contro-narrazione, diffondendo notizie, specialmente le "non notizie", che evidenziano i passi di disarmo unilaterale o le storie di obiezione alla guerra che i media mainstream ignorano. In questo senso, l'informazione diventa "poietica" perché crea attivamente una nuova realtà culturale, trasformando il lettore da spettatore passivo del massacro a soggetto consapevole dell'interdipendenza terrestre.
Che cosa è una "non notizia"?
Nella sua declinazione particolare del "giornalismo di pace", Alfonso Navarra, coordinatore dei Disarmisti esigenti, si presenta provocatoriamente come "antigiornalista". L' impegno che propone è molto più gravoso di quello che tocca ad un "giornalista" qualsiasi: occuparsi delle "non notizie", vale a dire della ricerca della verità oltre i fatti atomizzati (e valutati secondo i criteri della "novità", della "eccezionalità", della capacità di suscitare polemiche). Di ciò che è strutturale, e non effimero, di ciò che è collegato al tutto, e non preso a sé stante. Di ciò che dovrebbe interessare l'essere umano in quanto tale, nella sua complessità sociale, e non in quanto "singolo" categorizzato nelle stratificazioni sociali stabilite dal "sistema della potenza e del profitto".
Eros contro Thanatos nel racconto quotidiano
Decostruire la propaganda in tempo reale significa anche cambiare il linguaggio: sostituire i termini che evocano la distruzione (Thanatos) con parole che richiamano la cooperazione e la vita (Eros). Il giornalismo di pace mette in luce le iniziative di pace dal basso, le cooperazioni transfrontaliere e i tentativi di dialogo che sopravvivono nonostante le bombe. È una forma di obiezione alla guerra che non si limita a dire "no", ma costruisce attivamente l'orizzonte della terrestrità, dimostrando che la pace non è un'utopia lontana, ma una pratica comunicativa e politica possibile già nel presente.
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UN ARTICOLO CHE SEGNALIAMO COME ESEMPIO DI "GIORNALISMO DI PACE", PIENO DI "NON NOTIZIE" IMPORTANTI, RISPETTOSO DELLA COMUNICAZIONE NONVIOLENTA
Lo troviamo, scritto su PRESSENZA da Giuseppe Paschetto, un "politico" del M5S educatore alla nonviolenza, pubblicato il 18 dicembre 2025, con il titolo: "Verde, bianco, nero, rosso, bianco, azzurro, stelle e arcobaleni"
(Qui non discutiamo la pratica specifica di manifestare mettendo insieme le due bandiere, quella palestinese e quella israeliana. Le soluzioni per esprimere una volontà di promuovere il dialogo possono essere diverse. Ad esempio quello di non esporre nessuna bandiera limitandosi a simboli universali di pace)…
Buona lettura!
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Questo il testo dell'articolo
Prendo spunto da un episodio della local march per Gaza di tre giorni organizzata nel Biellese a ottobre dall'Istituto comprensivo di Valdilana e Pettinengo, dal CAI di Trivero e dal Comune di Valdilana con 500 alunni delle scuole.
Il 7 ottobre avevamo portato oltre alle bandiere palestinese e della pace anche quella israeliana e questo gesto non è stato capito dall'interezza del movimento pro Palestina locale. Il primo motivo che ci ha indotto a esporre quella bandiera è evidente, si trattava di commemorare la strage operata da Hamas esattamente due anni prima. Il secondo motivo è più articolato e ha a che fare in sintesi con la necessità di tenere separato il giudizio sul governo di Tel Aviv rispetto a quello sullo Stato e sul popolo israeliano. Premetto che il giudizio sul criminale di guerra Netanyahu e sul suo codazzo di ministri fascisti da Ben Gvir a Smotrich non può che essere pessimo.
I coloni gangster spadroneggiano con l beneplacito dell'esercito in Cisgiordania, la pace a Gaza è una farsa, l'esercito stesso rispecchia la sostanza violenta e prevaricatoria del governo di estrema destra. La minoranza parlamentare è ridotta ai minimi termini. La maggior parte della popolazione in questa contingenza storica sicuramente è allineata sulle posizioni governative. Insomma la situazione è fosca a più livelli. Ma nonostante questo la bandiera israeliana rappresenta quella parte sana di cittadini israeliani che vogliono la pace e che sia una pace giusta anche per il popolo palestinese. E loro sicuramente non si vergognano di sventolare la bandiera bianca e azzurra con la stella di David.
Una bandiera non rappresenta un governo o un regime ma uno Stato, la sua popolazione, la sua storia. Anche i partigiani italiani durante il fascismo avevano come emblema la bandiera italiana, anche se lo stesso tricolore era esibito dal regime fascista, ma erano i primi a rappresentare a buon diritto lo spirito del tricolore che veniva da lontano. Ovviamente non si può dire lo stesso di altre bandiere: quella con la svastica del terzo reich nasceva già come emblema di un regime criminale quindi meritava solo di finire nella discarica della storia alla fine del nazismo.
L'involuzione anche legislativa di Israele è avvenuta in varie tappe ma sicuramente una delle più significative e di cui avevo già parlato in un articolo di Pressenza risale al 2018 precisamente il 18 luglio di quell'anno, attraverso una legge approvata a stretta maggioranza alla Knesset che per la prima volta ha stabilito che Israele divenisse ufficialmente la "Casa del popolo ebraico". Decisione nefasta e di rilevanza storica perché da questo evento è nata una"basic law" aggiunta alle altre 11 leggi fondamentali di questo Stato senza costituzione. Con essa l'ebraico è divenuto "lingua di stato" assumendo una supremazia nei confronti dell'arabo che fino a 7 anni fa aveva pari dignità. E' stata chiaramente una legge discriminatoria contro cui ha protestato senza successo il 20% di popolazione arabo-israeliana. E l'ispiratore è sempre lui: quel Netanyahu che ha cercato così di anteporre l' "ebraicità" alla democraticità dello Stato, mentre fino al 2018 i due principi erano in un delicato equilibrio. Anzi 11 anni fa sempre lui aveva cercato di far passare una versione della legge ancora più reazionaria. Si può affermare quindi che 5 anni prima del 7 ottobre Israele aveva fatto un passo decisivo verso l'etnocrazia.
Israele è evidente che negli ultimi anni ha deragliato per molti aspetti dai binari della democrazia, si è incanalato nel solco dell'estrema destra che sta caratterizzando purtroppo molti Stati del mondo, Italia compresa. Le ragioni sono tante e complesse e sicuramente non indagabili in modo completo nello spazio di un articolo. Ma alcune considerazioni si possono fare.
C'è innanzitutto uno spartiacque che divide i movimenti e le forze politiche pro Palestina. Da una parte chi considera il sionismo e quindi l'esistenza stessa dello Stato d'Israele come il "peccato originale" da sanare solo attraverso la totale restituzione del territorio a un nascente Stato Palestinese, dall'altra chi ritiene invece che lo Stato d'Israele abbia una legittimazione storica e politica e che quindi anche il sionismo non abbia necessariamente una connotazione negativa.
Forse è il caso di parlare allora non di sionismo ma di più sionismi, con caratteri tra loro anche molto diversi, fino a considerare il termine sionismo come uno strumento che un po' come il coltello può essere usato per sbucciare una mela oppure per piantarlo nel ventre al prossimo. Accettato che obiettivo comune dei sionismi è dare un territorio nella loro patria ancestrale, caratterizzato da una forma Stato, alle comunità ebraiche disperse per il mondo e accomunate non solo da elementi religiosi ma anche culturali (e a volte solo culturali per la parte laica della diaspora ebraica) entrano in gioco notevoli differenze certificate dalla complessa vicenda degli olim, ovvero gli immigrati provenienti da ogni parte del mondo. Si va dal sionismo dei kibbutz con marcati tratti socialisti a quello liberale, da quello con tratti messianici a quello spiccatamente nazionalista. Esiste sionismo della pacifica convivenza con i non ebrei e con gli arabi musulmani e quello opposto, infame, che mira alla cacciata dei palestinesi dall'intero territorio. E quest'ultima versione è purtroppo oggi quella prevalente con l'obiettivo della grande Israele estesa dal fiume al mare che si è affermato con tratti drammatici nei tempi atroci che stiamo vivendo. Ma dichiararsi antisionisti e quindi negare la legittimità del percorso storico e politico che ha portato alla nascita di Israele significa fare un passo deciso verso l'antisemitismo tout court.
La speranza che le minoritarie forze pacifiste e per il dialogo con i palestinesi possano tornare a crescere e a imporsi non deve essere persa. E' l'unica prospettiva che abbiamo da contrapporre alla continuazione infinita della guerra e della strage di innocenti oltre alla sequela di attentati agli ebrei in tutto il mondo inaugurata con la mattanza di Sidney.
Sono andato a Gerusalemme a fine dicembre 1989 per partecipare alla grande manifestazione internazionale "Time for peace" dell'associazione israeliana "Peace Now" fondata nel 1977. Era primo ministro Shamir del Likud la formazione di destra che da 15 anni aveva preso le redini del governo di Tel Aviv. Il clima era quello della prima intifada iniziata da due anni, nel 1987. A Time for peace partecipavano parlamentari italiani e di vari altri Paesi europei e c'erano persino rappresentanti dell'URSS. Io facevo parte, come assessore alla pace del Comune biellese di Cossato, della delegazione di amministratori locali dei Comuni per la Pace coordinati da Flavio Lotti di Perugia. Il 30 dicembre era in programma una grande simbolica catena umana attorno alle mura della città vecchia, un simbolico atto che spronava a trovare un accordo per una pace giusta con i palestinesi, presenti in gran quantità e con tantissime donne. Senza alcun motivo la polizia e i soldati a cavallo, tra la porta di Damasco e quella di Erode, avevano iniziato a caricare. Gli idranti sparavano acqua tinta di verde, i poliziotti colpivano a caso con i manganelli di legno che fanno ben più male di quelli di plastica, venivano esplosi non solo lacrimogeni ma anche gas asfissianti, mentre diversi soldati pensavano bene anche di sparare ai manifestanti pacifici. Tondi proiettili gialli di gomma che però hanno un'anima di acciaio e possono anche uccidere se colpiscono zone vitali. Un gruppo veniva poi inseguito fino all'hotel e gli idranti rivolti verso le vetrate ne facevano esplodere una facendo perdere un occhio a un'insegnante di Napoli.
Il giorno dopo ero a Neve Shalom – Wahat as Salam il villaggio della pace nato dall'intuito di Bruno Hussar dove convivevano in pace ebrei, cristiani e musulmani. Con Neve Shalom simbolicamente equidistante da Tel Aviv, Gerusalemme e Ramallah, avrei promosso un gemellaggio di pace con Cossato. Da quel mio viaggio in cui avevo visto le case palestinesi distrutte dai bulldozer di Tel Aviv e avevo piantato ulivi in Cisgiordania insieme a palestinesi e pacifisti israeliani, avevo maturato la consapevolezza che solo ricacciando l'odio e il desiderio di sopraffazione di vendetta, solo imboccando la via della nonviolenza ci potesse essere pace e giustizia per tutti. E che al tempo stesso la solidarietà e cooperazione internazionale come quella che potevano mettere in atto dal basso i Comuni con azioni di gemellaggio avevano la potenzialità di essere uno strumento in più. Quando due anni dopo a Cossato il gemellaggio era stato ufficializzato con la partecipazione del console d'Israele a Milano, in Medio Oriente si stava affacciando la speranza riposta in una trattativa che avrebbe poi trovato il sigillo negli accordi di Oslo.
Speranza che per l'ennesima volta sarebbe stata delusa. Il console era stato profetico ammonendo che la pace che pareva in quel tempo vicina sarebbe stata sgradita agli estremisti di entrambe le parti. Con Netanyahu e Hamas gli estremisti si sono in effetti imposti. Ma nella società israeliana rimane nonostante tutto, nonostante la crisi dei laburisti, nonostante l'attuale arroganza dell'estrema destra la speranza che la minoranza che caparbiamente continua a lavorare per la pace favorisca la rinascita democratica del Paese. E' lo stesso che è successo in Italia quando negli anni trenta gli antifascisti erano minoranza. E' l'unica prospettiva: non accadrà mai che Israele cacci i palestinesi imponendosi "dal fiume al mare". Né dal fiume al mare esisterà uno Stato Palestinese che si imponga dopo aver "liberato" la Palestina da Israele. Esistono all'orizzonte solo il negoziato, la trattativa, il compromesso, la convivenza pacifica. La prospettiva è quella che individualmente a piccoli gruppi hanno cominciato faticosamente a costruire i "combattenti per la pace" di entrambe le parti, esperienza raccontata nel bel libro dal titolo omonimo curato da Daniela Bezzi. La prospettiva geo-politica dei due popoli e due Stati poteva avere senso un tempo. Ora non ci sono più le condizioni anche se, spesso ipocritamente, molti Paesi continuano a ripeterlo come un mantra ma senza tenere conto di una situazione che vede l'ipotetica patria palestinese divisa tra due territori non comunicanti con una striscia di Gaza distrutta e per la quale occorreranno decenni di ricostruzione e la Cisgiordania che oramai conta centinaia di migliaia di coloni israeliani e vere e proprie cittadine con decine di migliaia di abitanti.
L'unica via d'uscita non può essere allora che una creativa Confederazione dei due popoli su uno stesso territorio, una sorte di Stati Uniti di Israele e Palestina in cui ricominciare da capo, curando le ferite e garantendo con una Costituzione condivisa parità di diritti e doveri a tutti i suoi cittadini. E' un territorio grande abbastanza per poter ospitare in pace e giustizia tutti i suoi figli. E allora tornando alla questione iniziale, questi sono i motivi per cui accanto al vessillo verde, bianco, nero e rosso ha senso sventolare anche il bianco, l'azzurro, la stella e l'arcobaleno della pace.
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Attentato alla comunità ebraica a Sidney: rispondiamo all'odio con la nonviolenza! 14 dicembre 2025
I Disarmisti Esigenti condannano l'attentato a Sydney e invitano alla mobilitazione contro l'antisemitismo e gli odi fondamentalisti.
La strada è la "Nonviolenza poietica" per la Terrestrità.
Sintesi del comunicato: i Disarmisti Esigenti per la Nonviolenza della Terrestrità
Il comunicato stampa dei Disarmisti Esigenti (DE) del 14 dicembre 2025 condanna fermamente l'attentato terroristico che ha colpito la comunità ebraica a Sydney, Australia.
La condanna e il 'Power Over'
I Disarmisti Esigenti esprimono "equivicinanza" verso la sofferenza del popolo palestinese e solidarietà verso le comunità ebraiche globali. L'atto terroristico viene inquadrato come una "tragica espressione del 'Power over'" (Potere Su), la logica coercitiva e gerarchica che usa l'odio, l'antisemitismo e il fondamentalismo. DE sottolinea che la liberazione di qualsiasi popolo non può passare attraverso metodi terroristici, giudicati "profondamente incompatibili" con l'obiettivo di un mondo giusto, ecologicamente risanato e pacifico.
Due popoli due Stati
Per la pace, a giudizio dei DE, sono necessarie leadership da ambedue le parti del conflitto israelo-palestinese che riconoscano, sia l'una sia l'altra, l'esistenza di due Stati sovrani che convivano fianco a fianco in sicurezza. Per questo proponiamo la liberazione di Marwan Barghouti, attraverso la grazia del presidente Herzog, quale partner di pace, alla maniera che fu storicamente di Mandela nel superamento dell'apartheid sudafricano.
L'imperativo della Terrestrità
Il documento introduce il principio fondamentale della Terrestrità, che riconosce l'umanità come parte organica di un unico, vivente ecosistema globale. Questo impone di superare la violenza tribale per i confini territoriali e la logica dei blocchi politico/militari per adottare una coscienza biocentrica ed ecocentrica. L'assioma è: "Prima le persone, prima l'Umanità, prima la Terra".
La risposta: Nonviolenza poietica contro la deterrenza
Di fronte alla barbarie (inclusi i "terrorismi di Stato"), la risposta deve essere la Nonviolenza poietica, definita come strategia politica (non partitica) per un cambiamento strutturale.
La priorità assoluta individuata dai DE è neutralizzare il genocidio programmato della "deterrenza" (la preparazione alla guerra nucleare). Per questo, i Disarmisti Esigenti promuovono l'adesione al Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW) e l'adozione del principio di "Non primo uso!" da parte delle potenze nucleari.
Si conclude che, in un mondo altamente interconnesso, "non c'è giustizia senza pace": qualsiasi disputa locale armata rischia di innescare una conflagrazione universale, rendendo l'uso di strumenti bellici insostenibile e obsoleto.
Impegni operativi
Per attuare questa lotta, i Disarmisti Esigenti si impegnano a:
- Informazione strategica: utilizzare il Peace Journalism per denunciare le radici strutturali dell'odio.
- Formazione e educazione: promuovere la Comunicazione nonviolenta e l'Educazione alla Terrestrità per formare cittadini capaci di gestire i conflitti in modo costruttivo ed empatico.
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Comunicato stampa con preghiera di pubblicazione su testate, siti, blog...
Milano, 13 dicembre 2025
I Disarmisti Esigenti condannano l'attentato che ha colpito i cittadini di fede ebraica riuniti per una festività a Sydney, in Australia.
Esprimiamo, da "equivicini" verso le sofferenze del popolo palestinese, la nostra solidarietà alla comunità ebraica residente in Australia e alle comunità ebraiche di tutto il mondo; porgiamo il nostro cordoglio a tutti i cari delle persone colpite da questo ennesimo episodio di violenza terroristica, che rappresenta un attacco diretto ai principi di convivenza e fratellanza che devono governare la società globale.
Questo atto criminale è, nella nostra visione di nonviolenti, una tragica espressione del 'Power over', il "Potere su", la logica coercitiva e gerarchica del sistema della potenza, che - anche da presunte velleità di resistenza anti-imperialista e anticolonialista, utilizza l'odio razziale, l'antisemitismo e il fondamentalismo per imporre la propria volontà attraverso la paura e la distruzione. Tali dinamiche violente minano non solo la sicurezza individuale, ma anche il tessuto stesso della nostra solidarietà umana.
La liberazione umana di qualsiasi popolo non può passare attraverso questi metodi: la violenza terroristica, per quanto presentata da alcuni come un "mezzo disperato" per la liberazione di popoli oppressi, è in realtà profondamente incompatibile con l'obiettivo stesso di creare un mondo più giusto, ecologicamente risanato e strutturalmente pacifico.
Per la pace, in particolare nel conflitto israelo-palestinese, a giudizio dei DE, sono necessarie leadership da ambedue le parti in antagonismo che riconoscano, sia l'una sia l'altra, l'esistenza di due Stati sovrani che convivano fianco a fianco in sicurezza. Per questo proponiamo la liberazione di Marwan Barghouti, attraverso la grazia del presidente Herzog, quale partner di pace, alla maniera che fu storicamente di Mandela nel superamento dell'apartheid sudafricano.
La consapevolezza e i sentimenti di comune umanità dovrebbero, secondo noi, radicarsi nella "Terrestrità", il principio fondamentale secondo cui siamo tutte/i - gli esseri umani di questo Pianeta - parti organiche di un unico, vivente, interdipendente, ecosistema globale.
Prima le persone, prima l'Umanità, prima la Terra: dopo le altre specificazioni dei gruppi umani.
La cultura della pace del XXI secolo ci impone di superare la logica dei grandi blocchi politico/militari, ma anche la violenza tribale localizzata, adottando invece una coscienza biocentrica ed ecocentrica che - repetita iuvant - riconosca l'Umanità come un insieme unico, oltre la ricchezza delle differenze. Attacchi come quello di Sydney dimostrano, nella nostra opinione, l'urgenza di questa prospettiva universalistica.
La risposta è la "Nonviolenza poietica"!
Di fronte alla barbarie dei terrorismi, anche dei terrorismi di Stato, va bene, la risposta dei movimenti pacifisti non può limitarsi al cordoglio morale, ma deve tradursi in azione strategica attiva, con lotte nonviolente insieme innovative e concrete. La nostra vigilanza e mobilitazione contro l'antisemitismo, tutti i fondamentalismi e gli odi razziali e sociali devono continuare ad essere massime.
Per i Disarmisti Esigenti, la "Nonviolenza poietica" – intesa come strategia politica (non partitica) e generatrice di nuovo 'Potere con' – è la sola via per il cambiamento strutturale che può tagliare alle radici le fonti avvelenate della violenza.
La priorità che individuiamo è neutralizzare il genocidio programmato della "deterrenza" (il preparare la pace attraverso la preparazione della guerra, persino della guerra nucleare, che ci rende tutti ostaggio della morte "atomica") attraverso la denuclearizzazione sia militare che civile.
Aderiamo quindi al trattato di proibizione delle armi nucleari e premiamo comunque sulle potenze nucleari affinché adottino il "Non primo uso!".
Anche per il Medio Oriente bisogna portare avanti il percorso verso la creazione di una Zona libera dalle armi nucleari.
Ed invitiamo a non confliggere comunque con le armi per i conflitti locali sui confini: non ce lo possiamo più permettere in un mondo che è diventato come un ambiente unico stipato di barili di esplosivo. Anche se ci sentissimo dei "giustizieri" che si vendicano di torti subiti e rimettono le cose a posto, non ci potremmo permettere di sparare per consegnare alla "giustizia" quelli che crediamo siano criminali.
Oggi non c'è giustizia senza pace! Non possiamo più fare ricorso a strumenti armati, bellici, perché qualsiasi disputa locale può fare da innesco per la conflagrazione universale. In un mondo desertificato dalla guerra nucleare, che può scoppiare anche per errore, avrebbe senso da cadaveri invocare la "giustizia"?
Questa lotta contro la deterrenza che ci ingabbia e della logica amico/nemico che ci obnubila proponiamo di tradurla nell'impegno costante a:
- Informazione strategica: utilizzare il Peace Journalism per analizzare il contesto e denunciare le radici strutturali dell'odio senza cedere alla polarizzazione.
- Formazione e educazione: promuovere la Comunicazione nonviolenta e l'educazione alla Terrestrità per formare cittadini capaci di gestire i conflitti in modo costruttivo e basato sull'empatia.
L'odio e la violenza non avranno l'ultima parola: la Vita è più forte della Morte, Eros prevale e prevarrà su Thanatos. Rilanciamo l'appello a tutte le forze della società civile per rafforzare l'impegno in una lotta nonviolenta, nel rispetto della vita di tutti e della Vita universale, contro ogni forma di prevaricazione e discriminazione, a difesa dei diritti umani universali e della conversione ecologica nella Terrestrità.
Disarmisti Esigenti
Membri ufficiali della Campagna internazionale per l'abolizione delle armi nucleari (ICAN)
Promotori della Rete per l'Educazione alla Terrestrità (RET)
Per info: 340-0736871 cell - coordinamentodisarmisti@gmail.com
Appendice extra comunicato. Info essenziali sull'avvenimento
Da dispacci ANSA apprendiamo che sono padre e figlio i killer alla festa ebraica di Bondi Beach. I morti stimati alla fine della giornata del 14 dicembre sarebbero almeno 15. 29 i feriti. In duemila celebravano l'Hanukkah sulla spiaggia.
Ecco quanto possiamo leggere:
"I due uomini armati che hanno sparato e ucciso 15 persone durante una celebrazione ebraica sull'iconica Bondi Beach di Sydney erano un padre cinquantenne e suo figlio ventiquattrenne, ha dichiarato la polizia australiana.
"Il cinquantenne è deceduto. Il ventiquattrenne è attualmente in ospedale", ha dichiarato il commissario di polizia del Nuovo Galles del Sud, Mal Lanyon, in una conferenza stampa. "Posso dire che non stiamo cercando altri autori di reato", ha aggiunto".
Particolari sule vittime:
"Ci sono anche il rabbino di Sydney Eli Schlanger, una bambina di 12 anni e un sopravvissuto all'Olocausto. Due agenti di polizia sono gravissimi".
Quando è avvenuto l'assalto terroristico e l'intervento del fruttivendolo eroe:
"La strage è avvenuta nel tardo pomeriggio. La festa 'Chanukah by the Sea' era iniziata alle 17 ora locale ad Archer Park, una spianata erbosa proprio a ridosso della spiaggia. La locandina dell'evento prometteva "spettacoli dal vivo, musica, giochi e divertimento per tutte le età". "Portate i vostri amici, portate la famiglia - si legge sui volantini - Riempiamo Bondi di gioia e di luce!". Ci sono circa mille persone alla festa. E' domenica, anche la spiaggia è ancora piena di gente. Uno sparo, poi altri, poi altri ancora: sembrano non finire mai, riferiranno i testimoni. E' il panico. La prima telefonata al numero d'emergenza arriva alle 18,47. Alle spalle del parco c'è uno stradone, Campbell Parade, con un ponte pedonale rialzato: un punto di fuoco ideale per il prato della festa. E' da qui che due uomini in maglietta nera caricano, mirano, sparano sulla gente coi loro fucili, poi ricaricano e sparano ancora. Uno dei due scende dal ponte imbracciando l'arma e riprende a far fuoco da lì. E' un errore: un passante, Ahmed al Ahmed, 43 anni, trova il coraggio di sgusciare tra le macchine parcheggiate e salta addosso al terrorista, gli strappa il fucile di mano e glielo punta contro".
La strage poteva essere persino più grave:
"La polizia ha trovato rudimentali ordigni esplosivi su un veicolo nella zona dell'attacco".
Chi sono gli attentatori?
"Di uno degli attentatori è noto il nome: Naveed Akram, 24 anni. Fonti informate parlano di origini pakistane ma le autorità non confermano. La sua casa, nella zona sud-occidentale di Sydney, è stata perquisita e più tardi ne è uscito un uomo ammanettato. "Uno di questi individui ci era noto, ma non in una prospettiva di minaccia immediata" ha fatto sapere l'intelligence di Canberra. Anche due donne sono state portate via dalla polizia. Le indagini proseguono".
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In Italia la Polizia invita alla massima vigilanza sui possibili obiettivi ebraici.
La circolare è stata emanata dal Dipartimento della Pubblica sicurezza in vista delle elezioni dei rappresentanti dell'Unione della comunità ebraica italiana. Il provvedimento mira a un innalzamento delle misure su tutti i luoghi ritenuti 'sensibili' e verrà mantenuto anche nei prossimi giorni.
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La solidarietà internazionale e la critica di Netanyahu
"All'Australia e alla sua comunità ebraica è arrivata la solidarietà dei principali leader internazionali, insieme a quella della comunità musulmana australiana e dell'Autorità Palestinese. Israele però ha puntato il dito contro Canberra, 'colpevole' a suo dire di avere tra l'altro riconosciuto lo Stato Palestinese: il governo australiano "ha gettato benzina sul fuoco dell'antisemitismo - ha affermato il premier Benyamin Netanyahu - Si diffonde quando i leader rimangono in silenzio".
Sulla condanna della comunità internazionale ci riferisce Vatican News
"Notizie profondamente angoscianti quelle che arrivano dall'Australia" scrive su X il primo ministro del Regno Unito, Keir Starmer, assicurando vicinanza a quanti sono stati colpiti da quello che definisce un "orribile gesto". Anche esponenti di fede cristiana e musulmana hanno deplorato il gesto stringendosi in preghiera per le vittime. "Questo è un momento in cui tutti gli australiani, compresa la comunità musulmana, devono unirsi in compassione e solidarietà", ha dichiarato l'Australian National Imams Council in una nota.
La condanna è ovviamente anche da parte musulmana
"Il Muslim Council of Elders, guidato dal grande imam di Al-Azhar, Ahmed Al-Tayeb, ribadisce l'"inequivocabile rifiuto di ogni forma di violenza e terrorismo, indipendentemente dal movente, sottolineando che prendere di mira civili innocenti è un crimine efferato che contraddice gli insegnamenti dell'Islam e di tutte le religioni divine, nonché i valori etici e umani, in quanto costituisce una flagrante violazione dei principi di coesistenza e pace sociale". Il Consiglio chiede inoltre di "rafforzare gli sforzi internazionali per combattere l'incitamento all'odio, l'estremismo e il razzismo, affrontando al contempo le cause profonde di tale riprovevole violenza, promuovendo il dialogo e il rispetto reciproco". E sottolinea "l'importanza di radicare la fratellanza umana come il modo più efficace per costruire società sicure, stabili e pacifiche fondate sulla giustizia".
La condanna della Comunità di Sant'Egidio
"Una condanna giunge infine da Sant'Egidio che "si stringe attorno ai familiari delle vittime dell'orribile strage antisemita di Sydney": "Una 'festa delle luci' che si è trasformata in un incubo non solo per l'Australia ma per tutti noi". La Comunità manifesta la sua solidarietà alle comunità ebraiche in Italia e nel mondo: "Un così grave attentato fa infatti riflettere sul clima d'odio che si è insinuato nelle nostre società: occorre rimuovere i sentimenti di violenta contrapposizione, alimentati anche dalle troppe guerre in corso: non possono prevalere tra i popoli e, a maggior ragione, non possono mai basarsi sull'appartenenza religiosa".
L'AGENZIA NOVA RIFERISCE UNA PREOCCUPAZIONE DI TAJANI
Gaza: Tajani, attentato a Sydney rischia di danneggiare il processo di pace
Roma, 14 dic 16:41 - (Agenzia Nova) - L'attentato avvenuto oggi a Sidney, in Australia, è stato il frutto di una campagna antisemita che rischia di danneggiare il processo di pace a Gaza. Lo ha detto il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, intervistato dal Tg4. "Quello che è successo è frutto di una campagna antisemita" e le vittime "non hanno nulla a che fare con quanto accade a Gaza o in Cisgiordania. Dobbiamo far sì che non ci siano reazioni (da parte di Israele) perché il rischio è che l'attentato sia stato orchestrato per avere una reazione dura di Israele proprio nel momento in cui si sta passando dalla prima alla seconda fase del cessate il fuoco", ha affermato Tajani, paventando che si tratti di "una qualche idea criminale per interrompere questa nuova fase e ricominciare con la guerra". "Bisogna sempre lavorare molto con la diplomazia e mantenere la calma perché attentati come questo certamente non fanno bene al processo di pace. C'è una situazione di tregua molto debole, e certamente attentati come questo sono deleteri", ha aggiunto il titolare della Farnesina".
L'ADN KRONOS CI SPIEGA COSA E' LA FESTA DI HANNUKAH
"L'evento, chiamato Chanukah by the Sea, era stato organizzato dalla comunità ebraica locale e dal Chabad of Bondi, attirando centinaia di persone sulla famosa spiaggia per accendere insieme le luci e festeggiare. Hanukkah è una celebrazione ebraica che dura otto giorni e commemora la riconsacrazione del Tempio di Gerusalemme nel 164 a.C., dopo la vittoria dei Maccabei (guidati da Giuda Maccabeo) contro i Seleucidi, che avevano profanato il Tempio imponendo la cultura ellenistica. Il nome 'Hanukkah' significa 'inaugurazione' o 'dedicazione' in ebraico.
La storia e il miracolo
Nel II secolo a.C., il re seleucide Antioco IV Epifane vietò la pratica della religione ebraica e profanò il Tempio. I Maccabei ribellarono e riconquistarono Gerusalemme. Per riaccendere la menorah (il candelabro del Tempio), trovarono solo una piccola quantità di olio puro, sufficiente per un solo giorno. Miracolosamente, l'olio durò otto giorni, il tempo necessario per prepararne di nuovo. Questo miracolo è al centro della festa.
Accensione della hanukkiah: Ogni sera si accende una candela aggiuntiva su un candelabro a nove bracci (otto per le notti, più lo 'shamash' per accendere le altre). Si recitano benedizioni e si cantano canti tradizionali.
Cibi fritti nell'olio: Per ricordare il miracolo dell'olio, si mangiano latkes (frittelle di patate) e sufganiyot (ciambelle ripiene di marmellata). reformjudaism.org
Gioco del dreidel: Si gioca con una trottola a quattro facce (con lettere ebraiche che formano l'acronimo 'Un grande miracolo è accaduto qui/là').todaysparent.com
Regali e gelt: Si scambiano piccoli doni o monete di cioccolato (gelt).
Hanukkah cade il 25 del mese ebraico di Kislev. Nel 2025, inizia al tramonto del 14 dicembre e termina la sera del 22 dicembre. Non è una delle feste più importanti della Torah, ma è molto gioiosa, soprattutto per i bambini, e simboleggia la vittoria della luce sull'oscurità e la libertà religiosa. Non ha legami con il Natale, anche se spesso coincide nel periodo. Hanukkah sameach (felice Hanukkah)"
internazionale/esteriwebinfo@adnkronos.com (Web Info)
Giornata ONU pro Palestina: digiunare per organizzare - 22 novembre 2025
22 novembre - digiuno per la Palestina dedicato a Barghouti
All'inizio della settimana che porta alla Giornata ONU di solidarietà con la Palestina (29 novembre), si propone un gesto semplice e forte: rinunciare a un pasto e donarne il valore per sostenere la popolazione palestinese.
👉 L'iniziativa è dedicata a Marwan Barghouti, il "Mandela palestinese", detenuto da 23 anni.
👉 Hanno già aderito numerose associazioni: possono unirsi collettivi, coordinamenti e gruppi.
Il digiuno è un atto nonviolento, ma richiama anche la necessità di una vera rifondazione della nonviolenza: non basta opporsi, occorre costruire ponti nei conflitti, mettere al centro la vita e i diritti universali, rifiutando la logica del nemico.
Un gesto personale che diventa solidarietà concreta e impegno collettivo.
Noi, disarmisti esigenti, nella logica dei "due popoli, due Stati", partecipiamo con una nostra impostazione specifica. Sottolineiamo due punti politici proposti, nella stessa logica, dal Patriarca cattolico di Gerusalemme: 1) il ritiro dell'esercito israeliano dalla Striscia; 2) il disarmo di Hamas.
L'iniziativa del digiuno dedicata a Marwan Barghouti offre un'eccellente opportunità per promuovere la proposta innovativa di "Ambasciata di Pace" con due uffici, a Tel Aviv e Ramallah.
Una scadenza che può indicare un terreno di lavoro concreto dell'Ambasciata sono le elezioni politiche che nel 2026 dovrebbero chiamare alle urne sia gli israeliani che i palestinesi. In questo modo, l'adesione al digiuno si trasforma da semplice atto di solidarietà in utilizzazione politica della figura di Barghouti come leva per un cambiamento istituzionale orientato alla pace.
Info: alfiononuke@gmail.com ---- cell. 340/0736871
Sottoscrivi l'impegno per la liberazione di Barghouti partner di pace su: https://www.petizioni24.com/barghouti_libero
Il 22 novembre si terrà una "giornata nazionale di digiuno", proposta come gesto nonviolento, in apertura della settimana che conduce alla "Giornata Mondiale di solidarietà con la Palestina" indetta dall'ONU per il 29 novembre.
Questa ricorrenza internazionale, giunta alla sua "48ª edizione" dopo l'avvio nel 1977 con la Risoluzione 32/40B, sarà dedicata a Marwan Barghouti, spesso definito il "Mandela palestinese", detenuto da 23 anni nelle carceri israeliane. L'iniziativa invita a devolvere il costo di un pasto a favore di una raccolta fondi per la Palestina. Numerose associazioni hanno già aderito, e l'appello è aperto anche a collettivi, coordinamenti e gruppi interessati a partecipare.
Il testo dell'appello al digiuno, pur significativo, mette in luce — a nostro avviso — i limiti di un'impostazione che conferma l'urgenza di una "rifondazione nonviolenta". Per chiarire che non si tratta di un discorso astratto, proponiamo di confrontare tale appello con le posizioni espresse dal cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca cattolico di Gerusalemme, riportate in questa stessa pagina.
Diversamente dai promotori del digiuno, Pizzaballa non respinge in modo assoluto la tregua proposta dagli Stati Uniti. Egli auspica che il piano americano, pur imperfetto, possa aprire prospettive più chiare e offrire sollievo alla popolazione di Gaza, nella cornice del principio "due popoli, due Stati". Il patriarca riconosce la validità della "fase 1" e sottolinea l'importanza di avviare la "fase 2": un percorso difficile, poiché Hamas non intende deporre le armi e Israele non appare disposto a ritirarsi dalla Striscia. Tuttavia, insiste sulla necessità di proseguire, ringraziando Dio per la fine dei bombardamenti indiscriminati e indicando come prossimo passo la "ricostruzione", che richiederà anche una nuova governance.
Nell'intervista concessa alla Radio Vaticana, Pizzaballa offre spunti preziosi sul piano umanitario e sul dialogo interreligioso. Sul piano politico, individua due punti, insieme ad altri, che un intervento nonviolento dovrebbe sempre assumere come riferimento esplicito:
1. La richiesta del "disarmo di Hamas"
2. Il "ritiro di Israele dalla Striscia di Gaza"
La piattaforma del digiuno, invece, non richiama la "speranza" che il piano USA potrebbe suscitare, probabilmente perché la sua idea di "nonviolenza" non integra il principio che i diritti delle persone e dell'Umanità precedono quelli dei popoli e degli Stati.
Ignorando la regola che non si tratta di vincere ma di convincere — trasformando gruppi nemici in comunità amiche — la proposta politica omette di affrontare la questione di Hamas, forse per una visione unilaterale e schematica del conflitto. La resistenza palestinese, infatti, è intrecciata con dinamiche arabe e iraniane e non può essere ridotta alla semplice immagine di Davide contro Golia.
La "nonviolenza" evocata dall'appello appare dunque solo tecnica, priva di radicamento nel valore universale della vita, che precede il diritto degli Stati, e nella strategia che rifiuta la logica del nemico.
L'adesione dei Disarmisti esigenti all'iniziativa del digiuno del 22 novembre, pur con le riserve espresse riguardo l'impostazione dell'appello, può essere utile per le ragioni che ora andiamo ad esporre.
Visibilità e dialogo
L'iniziativa del digiuno si svolge in un contesto di nonviolenza dichiarata e solidarietà internazionale, in linea con i principi di base dei Disarmisti esigenti.
- Piattaforma comune: aderire significa collocarsi all'interno di un movimento ampio e plurale che coinvolge "numerose associazioni, collettivi, coordinamenti e gruppi". Questo offre l'opportunità di non rimanere isolati.
- Massimizzazione della visibilità: la partecipazione a un evento nazionale e collegato all'ONU (Giornata Mondiale di solidarietà con la Palestina) garantisce una maggiore attenzione mediatica e pubblica al tema.
- Solidarietà umanitaria: l'iniziativa ha un forte connotato umanitario (raccolta fondi e focus sui detenuti), che permette ai Disarmisti di esprimere la propria sensibilità e vicinanza alle vittime civili senza essere immediatamente intrappolati nel dibattito puramente politico.
Canali per la "rifondazione nonviolenta"
L'adesione non impedisce, ma anzi, fornisce una tribuna per veicolare le tesi sulla "rifondazione nonviolenta" e sull'importanza di un approccio più evoluto.
- Critica costruttiva: partecipando, i Disarmisti possono utilizzare la loro presenza per lanciare una critica interna e costruttiva all'impostazione "tecnica" della nonviolenza dell'appello, proponendo i loro princìpi:
- Valore della vita universale: ribadire che i diritti delle persone e dell'Umanità vengono prima del diritto dei popoli e degli Stati.
- Rifiuto della logica del nemico: utilizzare l'evento per sottolineare l'importanza di "trasformare gruppi umani nemici in gruppi amici" (convincere, non vincere).
- Inclusione delle tesi di Pizzaballa: L'adesione offre lo spazio per integrare e promuovere i punti chiave del Cardinale Pizzaballa, che l'appello omette:
- Richiesta esplicita del disarmo di Hamas (per una visione non unilaterale del conflitto).
- Sostegno al ritiro di Israele dalla Striscia.
- Approccio di collaborazione costruttiva anche con iniziative imperfette (come il piano USA), piuttosto che una contrapposizione assoluta.
Obiettivo strategico disarmista
L'adesione si spera rafforzi la credibilità per la richiesta di un disarmo completo, a partire dalla denuclearizzazione del Medio Oriente
- Equilibrio e credibilità: aderire a un'iniziativa solidale con la Palestina, e contemporaneamente insistere sul disarmo di Hamas, dimostra un approccio equilibrato e non fazioso. Questo rafforza la credibilità dei Disarmisti come mediatori etici che perseguono la sicurezza di tutti.
- Coerenza con la linea politica: l'obiettivo finale dei Disarmisti è una smilitarizzazione completa del Medio Oriente, a partire dalla denuclearizzazione. Partecipando, possono incanalare l'energia di solidarietà verso l'esigenza di una soluzione politica e militare che preveda il disarmo come prerequisito di pace (come proposto da Pizzaballa con il primo passo del disarmo di Hamas e il ritiro di Israele).
Aderire all'iniziativa consente, in sostanza, ai Disarmisti esigenti di influenzare la narrazione da una posizione interna, utilizzando la visibilità dell'evento per elevare il dibattito sulla nonviolenza da una mera "tattica" a una strategia valoriale e complessa che include le responsabilità di tutti gli attori.
L'ambasciata di pace per liberare Marwan Barghouti
L'iniziativa del digiuno dedicata a Marwan Barghouti offre un collegamento strategico diretto e un'eccellente opportunità per promuovere la proposta innovativa di "Ambasciata di Pace" con due uffici, a Tel Aviv e Ramallah.
Barghouti al momento sembra l'unico leader popolare, convinto dei "due popoli, due Stati", in grado di unire le divisioni politiche interne palestinesi e, in passato, è stato visto anche da figure di alto livello israeliane (come l'ex direttore del Mossad, Efraim Halevy) come una chiave per la soluzione.
La sua liberazione è spesso citata come un pre-requisito cruciale per un futuro governo di unità nazionale e per l'avanzamento di negoziati di pace significativi. Chiedere la sua libertà è quindi un modo per esigere una svolta politica radicale, che va oltre la semplice tregua.
La proposta dell'Ambasciata di Pace con uffici a Tel Aviv e Ramallah può essere presentata come lo strumento operativo nonviolento per gestire la transizione post-liberazione di Barghouti e per implementare la strategia del dialogo israelo palestinese.
Una scadenza che può indicare un terreno di lavoro concreto sono le elezioni politiche che nel 2026 dovrebbero chiamare alle urne sia gli israeliani che i palestinesi. In questo modo, l'adesione al digiuno si trasforma da semplice atto di solidarietà in una proposta politica concreta e innovativa, che utilizza la figura di Barghouti come leva per un cambiamento istituzionale orientato alla pace.
Info: alfiononuke@gmail.com ---- cell. 340/0736871
Sottoscrivi l'impegno per la liberazione di Barghouti partner di pace su: https://www.petizioni24.com/barghouti_libero
Giornata nazionale di digiuno per Gaza
A Gaza non c'è pace e non è rispettato dall'esercito israeliano neanche il fragile cessate-il-fuoco. Non solo, ma la popolazione palestinese soffre la fame e, adesso, anche il freddo. Israele ha vietato l'ingresso nella Striscia dei camion con coperte e tende.
Quella palestinese non è soltanto una questione umanitaria, ma politica. È necessario un impegno di tutti e tutte per l'affermazione e l'applicazione del diritto e la legalità internazionale. Con il nostro digiuno individuale e collettivo vogliamo aprire un varco per il disarmo, il dialogo e la ricerca di spazi comuni, contro ogni prevaricazione, odio, discriminazione o sopraffazione.
Per tali motivi, gli organizzatori hanno inteso dedicare la giornata del 22 novembre alla figura del Mandela palestinese, Marwan Barghouti, da 23 anni in carcere in Israele.
In tale appuntamento del 22 novembre ci sarà nel pomeriggio, dalle 17:00 alle 20:00, un incontro online, aperto a tutti e tutte, con la partecipazione di esponenti palestinesi della società civile di Ramallah, Gaza e Gerusalemme est (Con traduzione consecutiva).
Si propone ai digiunatori di devolvere il valore di un pasto alla campagna di raccolta fondi a favore di realtà della società civile palestinese, che operano nei settori dell'assistenza sanitaria, contro la fame e povertà e per la difesa nonviolenta delle terre dei contadini palestinesi. È una misura volontaria, ma raccomandabile, per dare concretezza al nostro agire solidale. Seguirà un comunicato specifico, con tutti i dettagli
Le organizzazioni e i comitati territoriali firmatari che convocano la giornata nazionale di digiuno in solidarietà con la popolazione di Gaza e per l'affermazione dei diritti nazionali del popolo di Palestina si impegnano di proseguire, nei giorni e mesi futuri, le mobilitazioni con tutti i metodi di lotta nonviolenta, dal digiuno, al boicottaggio, fino alla realizzazione di una pace giusta e duratura per tutti i popoli della regione.
Invitiamo tutte le realtà impegnate sul tema della Pace, della solidarietà internazionale e per l'educazione alla non violenza di aderire, scrivendo a: anbamedaps@gmail.com
Il cardinale Pizzaballa: per raggiungere la pace va ascoltato il dolore degli altri - Vatican News
Il patriarca di Gerusalemme dei latini, ai media vaticani, parla della speranza che il piano Usa si esprima in soluzioni che portino a "prospettive più chiare" e a dare sollievo alla popolazione palestinese di Gaza. Esprime il suo dolore per i continui episodi di violenza perpetrati dai coloni, anche a danno dei cristiani, invita i pellegrini a tornare in Terra Santa e auspica la ripresa del dialogo tra i leader religiosi per ritrovarsi, ebrei, musulmani e cristiani, "l'uno nell'altro"
Andrea Tornielli e Francesca Sabatinelli – Città del Vaticano
A Gaza, anche nelle ultime ore sotto i bombardamenti israeliani, è importante che si proceda verso la fase 2 del piano degli Stati Uniti, che porti a un processo politico per il raggiungimento della soluzione a due Stati. Le Nazioni Unite, dopo l'adozione della risoluzione da parte del Consiglio di Sicurezza, si impegnano ad andare avanti e a "tradurre lo slancio diplomatico in misure concrete e urgenti sul campo". Una concretezza che dovrà passare per una serie di passi che, è la speranza di molti, possano davvero significare un passaggio fondamentale per i palestinesi stremati dalla guerra, devastati dalla distruzione. Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei latini, ospite dei media vaticani, sollecita la comunità internazionale ad avere il "coraggio" di imporre soluzione per portare sollievo ad un popolo in ginocchio dopo due anni di bombardamenti e che ora subisce le ripercussioni dell'inverno.
Eminenza, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con l'astensione di Russia e Cina, ha votato il piano di pace per Gaza proposto dal presidente americano Trump. Il governo dello Stato di Palestina approva il piano, mentre Hamas dice che non intende disarmare a quelle condizioni. Come giudica la decisione dell'ONU e come vede la situazione al momento? Ci sono speranze?
La decisione dell'ONU non cambia nulla nel territorio, però è un riconoscimento della comunità internazionale, è un piano che, come tutti i piani, non potrà mai essere perfetto, però è quello che c'è ed è l'unico che in questo momento ha fermato l'espandersi della guerra e che può dare un minimo di prospettive alla popolazione palestinese e non solo. Per cui diciamo che il voto dell'ONU è una sorta di consacrazione generale della comunità internazionale che, seppur se non cambia nulla, comunque è importante dal punto di vista ideale e anche politico generale. Per quanto riguarda poi la vita nel territorio e l'implementazione concreta, abbiamo saputo fin dal principio che sarebbe stato molto difficile, e che sarà ancora molto difficile, vedere realizzati i vari punti del piano di Trump. Sappiamo che Hamas non ha alcuna intenzione di consegnare le armi. Penso che anche Israele non abbia tanta voglia di ritirarsi totalmente dalla Striscia. Diciamo che le due parti sono quelle che hanno dovuto accettare questo piano, ma hanno, come dire, serie difficoltà. Bisogna insistere. Gli Stati Uniti sono gli unici che, con i Paesi arabi e la Turchia, possono riuscire a imporsi, perché in questo momento la buona volontà non è sufficiente. Bisogna avere anche il coraggio di imporre politicamente delle soluzioni che portino poco alla volta a delle prospettive più chiare. Ma ci vorrà molto tempo e sarà molto faticoso.
Gaza negli ultimi tempi sembra essere uscita dall'attenzione dei media. Però dalla Striscia continuano ad arrivare notizie molto gravi e allarmanti sulla sofferenza della popolazione, anche a causa del maltempo, della pioggia e del fango, e questo lo ha testimoniato anche il parroco, padre Gabriel Romanelli. Qual è la situazione? Gli aiuti possono entrare? Cosa si può fare concretamente per aiutare i palestinesi?
La situazione non è cambiata molto dal punto di vista della vita ordinaria. L'unica cosa che è cambiata, e di cui ringraziamo Dio e quelli che hanno potuto ottenerlo, è la fine dei bombardamenti a tappeto. Gli aiuti entrano più di prima, questo sicuramente in maniera più stabile, ma sicuramente non in misura sufficiente rispetto ai bisogni, medicine, ospedali, le tende, le coperte, con l'arrivo dell'inverno e delle piogge. C'è bisogno di acqua, sia ben chiaro, però a Gaza acqua significa fango dentro una situazione già problematica. Diciamo che nella vita ordinaria non è cambiato nulla, le scuole non ci sono e gli ospedali funzionano parzialmente, è ancora tutto da ricostruire. Siamo ancora nella prima fase dei punti e le prossime fasi saranno: pulire dalle macerie; seppellire i morti che sono sotto le macerie; avere un minimo di programmazione per la ricostruzione, che richiederà anche una governance che non c'è e non si saprà chi sarà. È tutto ancora da fare, e mentre si discute all'ONU e altrove, la gente resta nelle condizioni di sempre, che sono ahimè, drammatiche.
Anche dalla Cisgiordania arrivano notizie allarmanti, purtroppo per le continue violenze dei coloni che hanno bruciato moschee, assaltato villaggi, impedito la raccolta delle olive ai palestinesi di quella parte dello Stato di Palestina. Anche se sembra che ci sia un minimo ridestarsi di una coscienza sulla inaccettabilità di questi fatti anche in Israele, però mancano prese di posizione forti a livello internazionale per fermare questa deriva che rende oggettivamente impraticabile per il futuro, qualsiasi ipotesi di Stato palestinese che abbia un minimo di continuità territoriale. Cosa può dirci della situazione di questa parte della Palestina? Che cosa potrebbe o dovrebbe fare secondo lei, la comunità internazionale? E anche che cosa possiamo fare noi?
La situazione nei Territori si sta aggravando ogni giorno, sempre di più. Ho le foto dell'aggressione che sono avvenute per l'ennesima volta proprio nel nostro villaggio cristiano di Taybeh, con case e macchine assaltate, vetri rotti, penumatici forati. Quello che è accaduto questa notte a Taybeh, che è grave, succede quotidianamente in tanti altri villaggi della Palestina. Ho ricevuto anche pochi giorni fa dal villaggio di Aboud, che è un villaggio abbastanza isolato, una richiesta di aiuto e non solo dalla nostra parrocchia ma da tutta la comunità, dal sindaco e così via, perché non sanno a chi rivolgersi. Questo senso di impotenza aumenta ancora di più su tutti il peso di questa situazione, perché sembra veramente che non ci sia nessuno a cui appellarsi, a cui chiedere giustizia. È vero che recentemente ci sono stati gli scontri anche tra i coloni e l'esercito che cercava di ripristinare un po' di ordine, ma sono episodi rari questi, il più delle volte si deve assistere alla mancanza totale di rispetto della legge, di un minimo di legge e di rispetto dei diritti umani. La nostra preoccupazione è che questa situazione continui e si aggravi. Cosa può fare la comunità internazionale? Deve parlare! Come si è parlato molto di Gaza, giustamente, e adesso ahimè se ne parla di meno, bisogna parlare anche di quella situazione dei Territori. Molti Paesi hanno riconosciuto, anche ultimamente, la Palestina come Stato, in maniera simbolica perché ancora non c'è, ora però bisogna alzare l'attenzione e dire che non basta riconoscere, bisogna anche dire quali sono le condizioni e cosa si deve fare. Non si può parlare di un processo politico se poi ci sono continuamente queste aggressioni e queste difficoltà. Lo dico con molto dolore, perché non mi piace sempre denunciare e parlare contro, però è la verità e non posso tacere su questo.
Eminenza, lei recentemente ha lanciato un appello affinché riprendano i pellegrinaggi in Terra Santa che ancora oggi sono fermi, con tutte le gravi ricadute che ci sono sull'economia palestinese, in particolare anche per la situazione dei cristiani. Che cosa si può dire a questo riguardo? Si può ripetere questo invito a tornare ad essere pellegrini nei luoghi dove Gesù ha vissuto, è morto ed è risorto?
Assolutamente! È vero che noi parliamo di Gaza, parliamo di Cisgiordania, però è anche vero che sono situazioni che sempre sono fuori dal giro ordinario dei pellegrini. La zona di Betlemme, che è importante per i pellegrini, ha bisogno della loro presenza, il pellegrinaggio ora è sicuro, con il cessate il fuoco sono finiti non solo i bombardamenti a Gaza, ma anche gli attacchi missilistici dallo Yemen, diciamo che gli allarmi non ci sono più, per cui il pellegrinaggio ora può essere sicuro. Quei pochi pellegrini che sono venuti l'hanno potuto constatare. Io lo ripeto: la Chiesa universale è stata molto vicina a noi in questi anni con la preghiera, con tante forme di solidarietà anche concreta. Ora bisogna iniziare una nuova fase, dove l'aiuto concreto è testimoniato anche dalla presenza fisica concreta che, oltre a essere un beneficio per chi ha il dono, ha la possibilità, di avere il pellegrinaggio, porta anche il sorriso in tante famiglie che hanno bisogno non solo di aiuto economico, ma anche di vedere la presenza dei loro fratelli e sorelle cristiani in Terra Santa. Siamo nell'anno giubilare che ormai sta finendo, c'era molta speranza che in questo anno potesse esserci uno sguardo non solo su Roma, ma anche su Gerusalemme. Sono due città legate l'una all'altra e non possiamo aspettare il prossimo Giubileo, quindi bisogna riprendere il santo viaggio e ritornare ad affondare il nostro sguardo sulle nostre radici di fede, che sono anche una forma di solidarietà e di fratellanza cristiana.
Abbiamo ancora negli occhi le terribili immagini degli ostaggi di Hamas sotto i tunnel. Però abbiamo anche notizie, proprio di questi giorni, di altre situazioni, quelle senza immagini, che ci dicono che dal 7 ottobre ad oggi, nelle carceri israeliane, sono morti 98 detenuti palestinesi - ci sono denunce per violazione dei diritti umani – il che vuol dire un morto ogni quattro giorni, praticamente. Come commenta questi dati?
Sono dati allarmanti. Diversi giornali, anche in Terra Santa, in Israele, ne hanno parlato, anche altri media, pochi a dire il vero, lo hanno fatto. Diciamo che, in generale, il clima di violenza si respira ovunque, nel modo di pensare. Tante volte ho detto che siamo stati invasi da tanto odio, che poi l'odio non è soltanto un sentimento, diventa anche azione, un modo di relazionarsi con l'altro. Il senso di odio, di vendetta, di rancore, si esprime anche in queste forme. Io non ho una documentazione precisa, quindi mi baso su quello che è stato detto, ma è vero che ci sono tantissimi che sono morti nelle carceri, e comunque diciamo che non sono carceri svedesi.
Eminenza, recentemente intervenendo ad un convegno, lei ha sottolineato che purtroppo in questi due anni di guerra spesso i leader religiosi hanno lanciato dei messaggi uguali, se non simili, a quelli dei leader politici, mettendo di fatto in crisi anche il dialogo interreligioso. Qual è il ruolo delle religioni o quale dovrebbe essere in questo contesto?
Sì, l'ho detto diverse volte e lo ripeto ancora una volta con un po' di sofferenza e di dolore. Il dialogo interreligioso deve riprendere, perché fa parte anche della nostra identità religiosa, nessuna religione è un'isola. Per cui abbiamo bisogno di riprenderlo e di dare questa testimonianza come leader religiosi, anche come comunità religiose, l'uno nei confronti dell'altro, soprattutto in Medio Oriente, dove la religione ha un ruolo identitario e comunitario fondamentale, nella vita civile, nella vita sociale e anche nella vita politica. Ed è un fatto che, con poche eccezioni, la gran parte dei leader religiosi locali non ha detto nulla, e al momento di parlare parlava ai suoi esclusivamente di sé e della propria prospettiva, senza nessuno sguardo sull'altro. E se c'era uno sguardo sull'altro era uno sguardo negativo, di difesa o di accusa. Ecco, tutto questo è preoccupante. Dobbiamo uscire da questo circolo vizioso, e non mi riferisco solo ad ebrei e musulmani, ci siamo dentro anche noi, non dobbiamo fare i bravi e i buoni rispetto agli altri. Dopo il 7 ottobre abbiamo bisogno di riprendere il dialogo, tenendo però presente non solo quello che ci siamo detti nel passato, ma anche quello che non ci siamo detti in questi due anni e perché, per ripartire anche dal cercare di ascoltare. Una cosa che ho detto diverse volte, e che è molto faticosa, è che non si deve partire dalle analisi, ma che occorre ascoltare l'uno il dolore dell'altro, perché credo che tutti siano veramente affaticati, colpiti dal loro dolore. E però preoccupa anche la difficoltà o l'impossibilità a vedere il dolore degli altri. Il vittimismo è uno dei problemi che abbiamo, ciascuno si sente l'unica e sola vittima e l'altro il carnefice. Invece dobbiamo uscire da questa prospettiva. È l'impegno che ci dobbiamo prendere. Le cose non cambiano da sole cambiano se qualcuno apre la strada. Ecco, dobbiamo aprire, riaprire, questa strada. Sarà faticoso, ma dobbiamo farlo, il compito del leader religiosi è proprio questo. Non puoi guardare a Dio e negare l'altro però l'abbiamo fatto.
Don Tonino Bello diceva che la guerra inizia con la dissolvenza del volto dell'altro. Forse potremmo dire che la pace inizia ascoltando il dolore dell'altro…
Assolutamente. Se tu riconosci l'altro, riconosci anche te stesso. Se neghi l'altro, neghi anche te stesso. Se si dissolve il volto dell'altro, alla fine dissolvi anche te stesso. Allora, dobbiamo guardare tutti a Dio e ritrovarci l'uno nell'altro.