L'epifania di Trump: il bellicismo degli affari

Riflessione sull'"epifania" di Trump a cura dei Disarmisti esigenti
Ecco arrivata la notizia di questo attacco in Venezuela, ordinato da Trump, per i più – per il mondo MAGA! - quasi un fulmine a ciel sereno. Un accadimento a suo modo "epifanico". Si sperava che Trump volesse solo badare ai suoi affari, che fosse un uomo pacifico a modo suo, invece si è visto - una rivelazione! - che la guerra gli serve proprio per quello, per il business. Non c'è un desiderio vero di pace, che le cose si sistemino, in Medio Oriente o altrove. C'è solo l'interesse per i soldi. Nel caso specifico, per il petrolio da sfruttare e da togliere alla Cina.
Il mondo, persa la memoria dei grandi traumi bellici da cui è scampato 80 anni fa, va verso una divisione in più blocchi, e sotto blocchi, lottizzati come i latifondi di una volta. Ci sarebbero tre grandi padroni "imperiali": l'America, la Russia e la Cina. Gli americani si ritengono, non a torto, i più forti di tutti. Vorrebbero comandare sull'Atlantico, sul Canada e giù fino al Sud America, come se fosse tutta roba loro. E poi c'è la questione del dollaro, che deve restare la moneta che conta.
Però, facendo così, rinunciano a una cosa importante, al loro ruolo globale storico. Non vogliono più fare, nemmeno a parole, i garanti dell'ordine fondato sul Diritto, quelli che rispettano le leggi internazionali e l'ONU. Adesso brutalmente conta solo chi è più forte con gli eserciti organizzati. E, dai vertici supremi, si minaccia senza pudore l'uso possibile di armi nucleari. Essere spaventati di fronte a ciò è da saggi perché le parole sfrenate finiscono per diventare fatti.
Sotto tutto questo caos c'è l'Europa. È rimasta fuori, disgraziata Europa, con tutte le sue contorsioni, le sue contraddizioni e le sue divisioni. Eppure, se ci si guarda in giro, potrebbe essere proprio lei a dare l'avvio per fermare questa deriva. I popoli di buona volontà dovrebbero fare capire alle élites egoiste (burocratiche? tecnocratiche?) che l'unica via per salvare sé stessi, salvando al contempo l'Umanità, è adoperarsi per un progetto comune, la Costituzione per la Terra intera.
Non serve un'Europa con l'elmetto della Von der Leyen, che si mette a correre dietro alle armi o alle bombe atomiche. Servirebbe, al contrario, un'Europa che comincia a disarmare facendo il primo passo nel senso ragionevole che gli altri dovrebbero seguire.
Bisognerebbe cambiare noi stessi, proprio per voler cambiare il mondo. Ci vorrebbe che, al di fuori dei vecchi schieramenti, centro sinistra, centro destra, ci organizzassimo per una politica nuova, fatta di cose concrete: l'ecologia, la dignità per le donne, più eguaglianza redistribuendo in reddito e servizi. Una politica nonviolenta che non abbia paura di restare umana e che cerchi di trasformare i nemici in amici.
Concludiamo la breve riflessione, avendo in mente la sopravvivenza biologica e spirituale della specie, con queste parole da vero "sapiens" di Albert Einstein:
«La nostra unica speranza di salvezza è in un governo mondiale fondato sul diritto, e non sulla forza.»
Spieghiamo in breve perché la Costituzione italiana non può accettare il possesso di armi atomiche, anche solo per conto terzi.
La Costituzione italiana e il ripudio delle armi nucleari
Il dibattito sulla legittimità delle armi atomiche in Italia si fonda su tre pilastri: il testo costituzionale, il diritto internazionale e gli accordi di difesa collettiva (NATO).
1. L'Articolo 11: Il "Ripudio" della Guerra
L'Articolo 11 della Costituzione recita:
"L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali"
L'uso del verbo "ripudia" è unico e fortissimo: non è una semplice rinuncia, ma una condanna etica e politica. Poiché le armi nucleari sono per loro natura "armi di distruzione di massa" che colpiscono indiscriminatamente popolazioni civili e territori, il loro impiego è intrinsecamente incompatibile con una guerra che non sia di stretta difesa del territorio nazionale. Molti giuristi sostengono che la minaccia nucleare sia essa stessa uno "strumento di offesa" vietato.
2. Il Trattato di Non Proliferazione (TNP)
L'Italia ha ratificato nel 1975 il Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP). Ai sensi dell'Articolo 10 della Costituzione (che conforma l'ordinamento italiano alle norme del diritto internazionale), questo trattato ha un valore quasi costituzionale.
L'Italia è classificata come "Stato non nucleare".
Si è impegnata formalmente a non ricevere, non fabbricare e non acquisire il controllo di armi nucleari.
Possedere armi "per conto terzi" in modo che l'Italia ne abbia il controllo operativo violerebbe direttamente questo impegno internazionale e, di riflesso, la legalità costituzionale.
3. Il paradosso del "Nuclear sharing"
Nonostante i divieti, l'Italia partecipa al cosiddetto Nuclear Sharing della NATO. Questo significa che sul territorio italiano (basi di Ghedi e Aviano) sono ospitate bombe nucleari statunitensi (B61).
La giustificazione ufficiale è che, in tempo di pace, le armi restano sotto il controllo esclusivo degli Stati Uniti. L'Italia fornisce solo il supporto logistico e i vettori (aerei).
La critica di molti costituzionalisti si appunta sul fatto che questa "condivisione" è una forzatura della Costituzione e del TNP. In caso di guerra, se i piloti italiani dovessero sganciare tali ordigni, l'Italia ne assumerebbe il controllo, violando i trattati e i principi pacifisti dell'Articolo 11.
4. Diritti umani e diritto alla vita
La Corte Costituzionale ha più volte ribadito che la difesa della Patria (Art. 52) è un "sacro dovere", ma deve essere interpretata in armonia con i diritti inviolabili dell'uomo (Art. 2). Poiché un conflitto nucleare minaccerebbe l'esistenza stessa dell'umanità e del diritto alla vita, il possesso di tali armi è visto come una negazione dei valori supremi su cui si fonda la Repubblica.
Sintetizziamo i motivi di incompatibilità:
Natura delle armi: Sono armi indiscriminate, contrarie allo spirito di "pace e giustizia" dell'Art. 11.
Obblighi Internazionali: Il TNP vieta all'Italia di essere una potenza nucleare.
Gerarchia delle fonti: I trattati internazionali sul disarmo entrano nell'ordinamento italiano con rango superiore alla legge ordinaria.
La risposta di un "pacifista" per il quale la deterrenza ci garantisce la sopravvivenza
Nota: Evidentemente secondo l'autore del commento, rappresentativo di un ragionare diffuso, la strategia di lungo periodo prevede la conservazione della deterrenza che ci garantisce la sopravvivenza... ma non credo che i nostri amici siano provvisti di consequenzialità logica. Accade spesso nei movimenti dell'arcipelago contemporaneo che si sostengano insieme principi opposti senza rendersene conto. Domenica il vignettista nonviolento festeggia Gandhi e lunedì mostra Sinwar, il capo di Hamas, ascendere al cielo come un angioletto munito di ali... Il paradiso lo attende, quale premio che spetta ai giusti e agli eroi popolari!
"I ricchi ed i potenti (che sono sempre più ricchi e potenti) non crederanno mai il potere pacificamente questa è la realtà della sviluppo umano attuale. La potenza economica dei gruppi che governano l'economia del Mondo è sostenuta dalle armi. L'equilibrio di queste armi anche e soprattutto quelle nucleari sta impedendo un'ulteriore carneficina peggiore di quella della seconda guerra mondiale. Tuttavia l'equilibrio uscito da quella carneficina si è ormai rotto e siamo tornati ai potentati economici supportati dai relativi eserciti. Non solo ma oggi parlare di socialismo, di redistubuziine delle ricchezze, di ruolo maggiore del pubblico nell'economia, significa essere tracciato di narco-terrorismo o terrorismo. Ed i paesi che ci hanno provato vengono eliminati uno ad uno. I po' tentati economici come i regni del XIX secolo sono sempre più aggressivi nel eliminare qualsiasi residuo di opposizione socialista al loro strapotere. Per questo bisogna riunire le forze che si oppongono e che sono sempre più deboli e frammentate in un movimento politico coeso, con una strategia di lungo periodo per opporsi fruttuosamente a questa situazione".

Francesco Lo Cascio ha segnalato il seguente volumetto. Qui di seguito il risvolto di copertina.
Il mondo sta bruciando: va in rovina e le cause sono molteplici (mutamenti climatici, guerre, migrazioni, epidemie...). L'uomo ha raggiunto una potenza tecnologica subordinata al profitto, in grado di inquinare l'atmosfera, sconvolgere l'ecosistema e pregiudicare così il futuro della specie. L'ONU si è rivelata del tutto inefficace. Un Parlamento mondiale potrebbe risolvere i grandi problemi del nostro tempo, e il XXI secolo rappresentare il riscatto della famiglia umana: rispettivamente istituzione e momento di una raggiunta coscienza e di un'assunzione di responsabilità inedita e planetaria, fondata sul principio: "ciò che riguarda tutti deve essere deciso da tutti". "La misura dell'intelligenza è data dalla capacità di cambiare quando è necessario", ha insegnato Albert Einstein. E questo è il momento. Prefazione di Roberto Guarasci.
Proviamo ora a intrecciare e far dialogare il progetto di Costituzione della Terra di Luigi Ferrajoli (giurista) con la proposta di parlamento globale di Mario Capanna (politico).
1. Sintonie: il punto di partenza comune
Entrambi gli autori muovono da una diagnosi identica: lo Stato-nazione è diventato obsoleto per affrontare i "problemi globali".
La sovranità degli Stati è entrata in crisi: entrambi denunciano che il potere reale si è trasferito dai parlamenti nazionali ai mercati finanziari e alle grandi potenze, senza alcun controllo democratico.
Siamo di fronte a un rischio urgente per la nostra stessa sopravvivenza: ia Ferrajoli che Capanna vedono nel rischio nucleare e nel collasso ecologico una minaccia che richiede un'autorità globale sovraordinata.
La pace va considerata come diritto: il ripudio della guerra è il pilastro di entrambe le proposte; la pace non è solo assenza di conflitto, ma un assetto giuridico e politico istituzionalizzato.
L'ONU così come è va superata: entrambi considerano l'attuale struttura delle Nazioni Unite (basata sulla sovranità degli Stati e sul diritto di veto) inadeguata e da riformare radicalmente.
2. Luigi Ferrajoli: la "Costituzione della Terra"
La proposta di Ferrajoli è di natura giuspositivista. Il suo obiettivo è estendere il paradigma del costituzionalismo oltre i confini nazionali.
Focus: le garanzie. La Costituzione deve stabilire i diritti fondamentali (vita, salute, istruzione) come "leggi del più debole" che nemmeno le maggioranze o i mercati possono violare.
Istituzioni di garanzia: propone la creazione di un demanio planetario (per proteggere beni come acqua e aria) e di istituzioni globali per la salute e l'istruzione, finanziate da una fiscalità mondiale.
Limiti al potere: la sua è una proposta di "sfere di indecidibile": cose che nessuna politica può decidere di non fare (garantire i diritti) o di fare (distruggere l'ambiente).
3. Mario Capanna: il "Parlamento globale"
La visione di Capanna è più marcatamente politica e partecipativa. Se Ferrajoli scrive le regole, Capanna cerca il soggetto politico.
Focus: la rappresentanza. Capanna propone un'assemblea eletta a suffragio universale da tutti gli abitanti della Terra (una testa, un voto).
Legittimazione dal basso: mentre la Costituzione di Ferrajoli potrebbe essere percepita come un'architettura calata dall'alto dai giuristi, il Parlamento di Capanna punta a dare voce ai popoli, scavalcando i governi nazionali.
Potere legislativo: Il Parlamento Globale avrebbe il potere di legiferare su materie transnazionali, rendendo i cittadini del mondo i veri titolari della sovranità planetaria.
4. Due facce della stessa medaglia?
Le due proposte potrebbero essere considerate complementari.
La proposta di Ferrajoli fornisce lo scheletro giuridico: senza una Costituzione, un Parlamento Globale potrebbe scivolare in una "tirannia della maggioranza" o essere manipolato dai populismi. La proposta di Capanna fornisce il motore democratico: senza un Parlamento eletto, la Costituzione della Terra rischierebbe di rimanere un utopistico esercizio dottrinale senza un popolo che la difenda e la attui.
Ecco come la proposta di Mario Capanna viene illustrata da Giancarlo Iacchini, docente di filosofia al liceo classico di Fano, sul sito movimento radical socialista.
"Al fondo dell'impegno di Capanna, c'è il gramsciano ottimismo della volontà, se non della ragione giunta per l'appunto ad una "coscienza globale" finalmente all'altezza delle responsabilità che competono all'essere umano: «Gli uomini hanno delle risorse in sé che sono davvero sorprendenti», e questa fiducia mette ancora più in risalto la miopia e i pesanti limiti delle attuali democrazie, quelle che un tempo il vecchio leader sessantottino avrebbe chiamato "democrazie borghesi"; però anche adesso non scherza: «La caratteristica di tutte le "dittature democratiche" è quella di considerare i cittadini come un insieme di stupidi. In realtà gli uomini non sono affatto stupidi e si aggregano e fanno le rivoluzioni e distruggono le dittature. Si dovrebbe tornare, secondo me, al concetto di "lotta", un'idea che oggi sembra alquanto sottovalutata».
E siccome serve una proposta politica degna di un'autentica coscienza globale, l'asso nella manica di Capanna è l'idea di un parlamento mondiale: «L'umanità si deve dotare di un'assise, ovvero di un Parlamento Mondiale eletto da tutti i popoli della terra. E questa assise funzionerà in base al principio: ciò che riguarda tutti deve essere deciso da tutti. E proprio il futuro della specie umana è una cosa che riguarda tutti». L'Onu non basta, anche perché sono ben altri i veri centri di potere: «Noi oggi siamo in presenza di un Governo Mondiale da nessuno eletto, che però decide il destino dei popoli e della guerra, e lo fa impiegando la guerra come mezzo. Questo vanifica la democrazia. Tutto ciò si configura come un fondamentalismo dall'alto». La vecchia, e mai così attuale, alienazione marxiana si esprime soprattutto in questa globale espropriazione del potere popolare. E a questo proposito Capanna cita Gadamer: «Siamo schiavi pensando di essere padroni». L'uomo contemporaneo è alienato e "dimezzato" dal mondo della tecnologia e da quello dell'informazione, eppure si sente potente come non mai. La "mondofiction", ovvero la rappresentazione dominante del mondo, gli impedisce di rendersi conto dell'alienazione, di prendere coscienza del rovesciamento. «I moderni schiavi, che si illudono di essere liberi, sono una manna dal cielo per il potere. E in questa "democrazia" svuotata dal profitto, la politica non progetta: esegue (e segue). La violenza e la guerra sono l'altra faccia della dorata miseria quotidiana».
Globalizzando tutto, tranne la coscienza, gli uomini si sono costruiti le sbarre della loro prigione. Solo la "coscienza globale" potrà liberarli, restituendo loro il rapporto concreto con il mondo reale, dove gli esseri viventi sono uniti da relazioni dirette e non mediate dallo scambio delle merci, anziché divisi come pretenderebbe la "coscienza separata". E ciò riguarda i rapporti interpersonali così come quelli tra i popoli. La coscienza globale è «il passaggio dal confine all'orizzonte».
Un parlamento mondiale, dunque: «Sono le sorti del mondo, all'inizio del terzo millennio, a invocare, richiedere, imporre la realizzazione del principio che ciò che riguarda tutti deve essere deciso da tutti, mentre adesso è deciso da pochi, anzi pochissimi. Anche l'Onu è totalmente in mano a quei pochi, che esercitano il potere di veto. Finora sono state le élites a guidare il mondo. È giunto il momento che i popoli assumano la loro responsabilità planetaria, che irrompano nella storia, se vogliono che prosegua, e che prendano in mano, e decidano, il proprio destino e quello della Terra. Sta qui la necessità di eleggere un parlamento mondiale. Un Parlamento dei popoli e non degli stati: questi sono ormai troppo piccoli per le questioni grandi, e troppo grandi per le questioni piccole, che vanno sempre più decentrate. Un parlamento che rappresenti davvero tutte le genti e perciò tutte le loro specificità, civiltà, tradizioni, che discuta pubblicamente delle maggiori urgenze del Pianeta e decida sulle questioni vitali dell'umanità. Un parlamento che, eletto in base al principio "una testa, un voto", rappresenti realmente il mondo reale, e possa spianare la strada alla globalizzazione multipolare e multiculturale, democratica e condivisa, in luogo di quella unipolare e iniqua».
La proposta di parlamento globale presenta delle criticità che ne rendono molto problematica (e persino discutibile) l'attuazione, almeno nel breve-medio periodo
Osservazioni a cura dei Disarmisti esigenti
L'idea di un Parlamento Globale eletto a suffragio universale dai cittadini della Terra presenta diverse sfide che mettono in discussione la sua realizzabilità nel breve e medio periodo.
1. Il conflitto di sovranità
Il problema principale è la resistenza degli Stati-nazione.
Un Parlamento Globale con effettivo potere legislativo richiederebbe che gli Stati (specialmente le superpotenze come USA, Cina e Russia) cedano fette significative della loro sovranità. Attualmente, la tendenza globale è opposta: assistiamo a un ritorno dei sovranismi e dei nazionalismi.
Superare l'attuale sistema dell'ONU (dove il Consiglio di Sicurezza blocca ogni decisione sgradita ai cinque membri permanenti) presuppone una rivoluzione diplomatica che le potenze nucleari non sembrano intenzionate ad accettare.
2. Omogeneità democratica e diritti civili
Per avere elezioni globali credibili, dovrebbe esserci un livello minimo di libertà democratiche ovunque.
Come si possono svolgere elezioni libere e trasparenti in Paesi dove non esiste libertà di stampa, di associazione o dove l'opposizione è perseguitata? Il rischio è che i delegati di molti Paesi non siano rappresentanti del popolo, ma portavoce dei rispettivi regimi.
Chi controllerebbe la regolarità del voto in zone di guerra, in dittature o in aree geograficamente isolate?
3. Lo squilibrio demografico
Il principio "una testa, un voto" applicato su scala planetaria creerebbe uno squilibrio di potere senza precedenti.
Facciamo l'esempio di Cina e India: da soli, questi due Paesi rappresentano circa il 35% della popolazione mondiale. In un Parlamento Globale, i loro interessi (o quelli dei loro governi) dominerebbero inevitabilmente l'agenda, lasciando i Paesi europei o le piccole nazioni con un peso politico irrilevante.
L'Occidente, che oggi detiene il potere economico, difficilmente accetterebbe un sistema in cui la maggioranza dei votanti (proveniente dal Sud del mondo) possa imporre tasse globali, ridistribuzione della ricchezza o leggi ambientali drastiche.
4. Ostacoli logistici e linguistici
Come si svolge un dibattito parlamentare tra rappresentanti che parlano migliaia di lingue diverse? La barriera linguistica non è solo tecnica, ma culturale: i concetti di "diritto", "giustizia" o "proprietà" variano enormemente tra le culture.
Gestire un'elezione per 8 miliardi di persone richiederebbe una macchina organizzativa e fondi superiori a quelli di qualsiasi istituzione esistente, in un mondo dove milioni di persone non hanno nemmeno un certificato di nascita o documenti d'identità.
5. Il rischio di burocratizzazione e distanza
Un parlamento mondiale rischierebbe di essere percepito come un'entità astratta, lontana anni luce dai problemi quotidiani dei singoli territori. Il pericolo è la creazione di una "iper-casta" di burocrati globali non controllabili dai cittadini.
La maggior parte delle persone si identifica ancora fortemente con la propria nazione, religione o etnia. La "cittadinanza globale" è un concetto sentito da un'élite istruita, ma manca ancora una coscienza di massa che spinga per un'istituzione di questo tipo.
Utopia o Necessità?
Le criticità non annullano il valore della proposta di Parlamento globale, ma indicano che la strada verso di esso richiederebbe passaggi intermedi (come il rafforzamento dei parlamenti regionali, tipo quello Europeo) e una riforma radicale dei diritti umani universali prima di poter approdare a un voto planetario.
Non va sottovalutato che il rischio di un "balzo in avanti" senza basi solide sarebbe quello di creare un'istituzione priva di legittimità o, peggio, uno strumento preda di nuovi autoritarismi.
Una strategia di avvicinamento realistica potrebbe articolarsi su quattro pilastri paralleli, muovendosi dal basso verso l'alto e dal regionale al globale.
1. Il modello "regionalismo aperto"
Invece di tentare un salto diretto verso un parlamento mondiale, la strategia più solida è l'espansione e il rafforzamento dei blocchi regionali.
Evoluzione dell'Unione Europea: l'UE deve fungere da "laboratorio". Se l'Europa non riesce a completare l'integrazione politica (difesa comune, per noi imperniata sui CCP, fisco unico), sarà difficile proporre il modello al resto del mondo.
Gemellaggi istituzionali: promuovere il potenziamento dei poteri legislativi di organismi come il Parlamento Latinoamericano (Parlatino), l'Unione Africana e l'ASEAN.
Inter-parlamentarismo: creare assemblee congiunte tra questi blocchi per armonizzare standard commerciali, ambientali e di diritti civili.
2. L'Assemblea Parlamentare delle Nazioni Unite (UNPA)
Il passaggio intermedio più accreditato a livello internazionale è l'istituzione di una UNPA. Non richiederebbe inizialmente una riforma della Carta ONU (che è difficilissima da ottenere), ma potrebbe nascere come organo consultivo sotto l'Articolo 22.
Fase 1: i membri sono scelti dai parlamenti nazionali (rappresentanza indiretta).
Fase 2: evoluzione verso l'elezione diretta dei delegati.
Fase 3: passaggio da potere consultivo a potere legislativo vincolante su temi specifici (es. crisi climatica, regolamentazione dell'AI).
3. La standardizzazione dei diritti e della cittadinanza
Il voto planetario richiede una base comune di diritti. Senza uno standard minimo di democrazia interna ai paesi membri, il Parlamento Mondiale sarebbe composto da delegati di regimi autoritari.
Corte Penale Globale Potenziata: rendere la giurisdizione sui diritti umani universale e non facoltativa.
Il "Test di democraticità": l'accesso al voto nel Parlamento Globale potrebbe essere condizionato al rispetto di determinati standard di libertà di stampa e separazione dei poteri.
4. La governance tematica (Democrazia funzionale)
Un'altra via è la creazione di "Parlamenti di scopo". Invece di decidere su tutto, si inizia a votare su ciò che è intrinsecamente globale:
Clima Un'assemblea eletta per gestire il fondo per i danni climatici.
Finanza Una tassa globale sulle transazioni finanziarie (Tobin Tax) gestita democraticamente.
Digitale Un organismo di controllo mondiale sulle intelligenze artificiali e i dati.
Sintesi della Roadmap
L'obiettivo non è sciogliere gli stati nazionali, ma applicare il principio di sussidiarietà: lo Stato gestisce ciò che è locale, il Parlamento Mondiale gestisce ciò che lo Stato, per sua natura, non può più controllare (clima, flussi finanziari, pandemie, sicurezza nucleare).
Il punto critico: la sfida maggiore resta il superamento del "diritto di veto" delle grandi potenze, che difficilmente accetteranno di essere messe in minoranza da un voto democratico globale.