CNV5 - Iran, il senso della vita e della pace (14/01/2026)

28.01.2026

https://zibaldoneecopacifista.webnode.it/l/cnv5-iransensodellavita/

NTEGRAZIONE AGGIUNTIVA DEL 17 GENNAIO 2026

SE IL LIBERATORE DALL'AUTOCRAZIA FOSSE LO STESSO POPOLO IRANIANO, CON UNA RESISTENZA UNITARIA STRUTTURATA E ATTREZZATA STRATEGICAMENTE?

Ecco di seguito un esercizio intellettuale, sviluppato con l'aiuto di GEMINI, che può avere il suo fascino e la sua utilità: applicare la prassi leninista (la distinzione tra "crisi rivoluzionaria" e "situazione rivoluzionaria") a un contesto teocratico moderno per evitare il disastro del vuoto di potere. L'approccio non è "sentimentale", ma politico e strategico: si cerca la rottura del regime avversario, non solo lo scontro di piazza.

La proposta può essere presentata nella forma di un PROGETTO programmatico chiaro, logico e pronto per essere proposto idealmente come la "piattaforma del CONSIGLIO NAZIONALE DELLA TRANSIZIONE" a capo della RESISTENZA IRANIANA.

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Ricordiamo il Webinar organizzato dai Disarmisti esigenti

5 anni di TPNW: come sottrarsi ad un genocidio programmato.

Le vie del Disarmo di fronte alle crisi globali nel 2026.

Data: 22 gennaio 2026 Promosso da: Disarmisti Esigenti

dalle ore 19:00 alle ore 21:00

Link per collegarsi:

https://us06web.zoom.us/j/86727209364?pwd=6TWsom1fbngWzZjvmWDhLA7aN9x9Hq.1

Introduzione: Alfonso Navarra, Daniele Barbi, Luigi Mosca

Progetto per la transizione: una strategia nazionale per la liberazione dell'Iran

A cura del Consiglio Nazionale della Transizione (CNT)

Premessa Politica

Nessun regime cade per sola pressione esterna o per rivolte spontanee se l'apparato di potere rimane coeso. La liberazione dell'Iran deve essere un processo endogeno e organizzato. Questo documento delinea la strategia per trasformare la rivolta in rivoluzione, evitando lo "scenario libico" di frammentazione e guerra civile.

1. Il Consiglio Nazionale della Transizione (CNT)

L'opposizione deve, per l'intanto, trasformarsi da movimento di protesta di assalti frontali piazzaioli in mobilitazione di diffusa e visibile non collaborazione sociale.

  • Il CNT si pone come Governo Ombra, capace di garantire la continuità dei servizi essenziali e la sicurezza nazionale nel momento del collasso del regime. L'obiettivo è offrire una sponda politica ai settori dell'amministrazione e dell'economia che temono il caos. La parola d'ordine non è solo "Caduta", ma "Stabilità e Nuovo Ordine".

2. La scissione strategica del Potere

Il potere teocratico si regge su due pilastri: la fede e la forza armata. La strategia del CNT mira a incrinare entrambi.

A. Il Nuovo Concordato (Religione vs Politica)

Per isolare l'alto clero autocratico, il CNT propone un Patto Nazionale con l'Istituzione Religiosa:

  • Lo Stato sarà laico, ma riconoscerà all'Islam Sciita un ruolo di guida morale e culturale. Garantirà ai seminari (Hawza) e al basso clero l'autonomia economica e la protezione legale, separando il loro destino dal collasso del sistema politico di Khamenei. Lo scopo è di dimostrare che la fine della Repubblica Islamica non è la fine dell'Islam, togliendo ai gerarchi il loro "scudo umano" religioso.

B. La neutralizzazione militare (Esercito vs Milizia)

L'apparato repressivo va diviso lungo la linea della fedeltà patriottica:

  • Appello all'Artesh (Esercito Regolare): definire l'Esercito come unico legittimo "Difensore della Patria".
  • Amnistia e Integrazione: promettere ai quadri militari e ai funzionari burocratici che chi non si è macchiato di crimini di sangue sarà integrato nel nuovo Stato, preservando gradi e pensioni.
  • Isolamento dei Basiji: presentare le milizie ideologiche e i Pasdaran come corpi estranei agli interessi nazionali, forzando l'esercito a scegliere tra la difesa del popolo o la difesa di una fazione corrotta.

3. La fase di transizione: il pragmatismo rivoluzionario

Per evitare il vuoto di potere tipico dei fallimenti iracheni o libici:

  • il governo provvisorio deve imbarcare elementi dell'attuale sistema (riformisti e tecnocrati) che abbiano esperienza amministrativa e siano pronti a sottoscrivere la svolta democratica.
  • Assemblea Costituente: indire elezioni per un'assemblea incaricata di redigere una Costituzione laica che garantisca i diritti delle minoranze etniche e religiose, preservando l'unità territoriale dell'Iran.

4. Il monito contro l'intervento esterno

Il CNT si oppone fermamente a interventi militari stranieri finalizzati a "decapitazioni" del regime (modello Gheddafi).

  1. Senza una struttura civile pronta, l'eliminazione dei vertici porterebbe a scontri tra milizie e alla distruzione dell'Iran.
  2. Un attacco esterno ricompatterebbe il popolo attorno al regime per puro spirito di sopravvivenza nazionale.
  3. La solidarietà internazionale è vitale sul piano diplomatico e simbolico, ma la direzione politica deve restare nelle mani della resistenza nazionale.

La Lezione della Storia

L'assalto frontale a un potere ancora coeso è suicida. La vittoria si ottiene quando il vecchio mondo "non può più governare come prima" e il nuovo mondo ha già pronta la sua classe dirigente. Il CNT è il ponte tra la rabbia della piazza e la stabilità del futuro.

BREVE INTEGRAZIONE GEOPOLITICA DEL 15 GENNAIO 2026

con avvertenza: noi non siamo tra quelli che spiegano la Storia, soprattutto quella di oggi, come un gioco di manovre segrete tra pochi potenti. Ci permettiamo di citare il presidente Mao: la Storia, nel suo fondo, è opera delle masse popolari: il fattore determinante che muove davvero gli avvenimenti. La rivolta che vediamo in Iran non è nata all'improvviso. Ha covato a lungo, ha avuto vari precedenti nel corso di questi decenni, ha coinvolto via via strati sempre più ampi della società. E' lo sfogo di un popolo che non vuole più subire un potere oppressivo, capace di ridurre un intero Paese alla povertà. Il capro espiatorio delle sanzioni non funziona più. E' più che sicuro: anche questa volta potenze esterne cercheranno di forzare accadimenti per approfittarne. Ma non c'è rivoluzione, nella Storia, che non abbia ricevuto qualche forma di spinta dall'esterno. La politica internazionale non è mai limpida come viene raccontata dopo. C'è sempre qualcosa che inquina ed oscura. Guardare l'Iran solo attraverso la lente degli equilibri geopolitici significa perdere di vista che "sono gli uomini che fanno la Storia" (stavolta citiamo Marx, dopo Mao). Si finisce per vedere solo Stati, governi, sfere di influenze e non le persone con le loro vite, che tengono in piedi istituzioni e strutture. Un militante dell'opposizione democratica ha trovato un'espressione efficace per descrivere certe esitazioni del pacifismo più estremista: "orientalismo alla rovescia". E' la reticenza a sostenere i popoli quando i loro governi si proclamano "anti-imperialisti", come se bastasse una parola per cancellare la loro vera natura reazionaria e i massacri che compiono per strada. Premesso ciò, qualche analisi la aggiungiamo, sottolineando che esso non va a negare quanto di umano e sociale abbiamo già prospettato con il nostro primo intervento del 14 gennaio. Siamo contrari a che gli attori geopolitici scatenino violenze violando il diritto internazionale; ma dobbiamo prendere atto che non è sufficiente il desiderio di pace a vanificare nell'immediato gli atti di guerra e le situazioni belliche che gli altri hanno fomentato...

L'IMMINENZA DEL "SECONDO ROUND" IN IRAN

Data: 15 Gennaio 2026

Oggetto: breve analisi della stabilità regionale e proiezione dell'intervento USA-Israele post-giugno 2025.

1. Introduzione: oltre la "Guerra dei dodici giorni"

La "Guerra dei Dodici Giorni" del giugno 2025 ha segnato il superamento della linea rossa nucleare. Sebbene presentata come un'operazione chirurgica contro il programma atomico degli Ayatollah, l'offensiva congiunta USA-Israele ha avuto lo scopo di testare la resilienza del regime teocratico e degradare le sue capacità di proiezione esterna (Pasdaran e proxy).

L'attuale stallo bellico è puramente formale. I segnali provenienti da Washington e Tel Aviv indicano che il "secondo round" non è solo imminente, ma necessario per consolidare l'architettura finanziaria e produttiva definita negli ultimi mesi del 2025.

2. Il "Patto della Knesset" e la tregua con Hamas

Il discorso del Presidente Trump alla Knesset (ottobre 2025), seguito alla firma della tregua con Hamas, ha delineato la nuova dottrina: "Pace attraverso la forza e la prosperità".

  • La tregua con Hamas è una finta pace: è servita a disimpegnare risorse militari israeliane dal fronte sud per riposizionarle contro il "cuore del problema", cioè Teheran.
  • Trump ha chiarito che il nuovo Medio Oriente non può tollerare "esportatori di instabilità". Questo è il segnale che gli Accordi di Abramo devono espandersi, includendo soprattutto l'Arabia Saudita in una funzione di controllo totale del mercato energetico.

3. Il fattore economico: i 1.000 Miliardi di Riyadh

L'elemento cardine della strategia statunitense è l'apertura del mercato finanziario e industriale USA agli investimenti arabi.

  • L'Arabia Saudita ha promesso investimenti per circa 1.000 miliardi di dollari (rispetto ai 600 inizialmente previsti) in settori strategici americani: difesa, intelligenza artificiale, infrastrutture ed energia.
  • In cambio, Washington deve garantire la sicurezza delle rotte petrolifere e la stabilizzazione (o il controllo) delle risorse iraniane. La caduta del regime a Teheran aprirebbe le riserve iraniane al mercato globale sotto l'egida degli Accordi di Abramo, eliminando la concorrenza dei prezzi sanzionati e il ricatto dello Stretto di Hormuz.

4. L'insurrezione popolare: il catalizzatore interno

Le proteste che stanno scuotendo l'Iran in questo gennaio 2026 sono di natura diversa dalle precedenti (2022).

  • Dopo i bombardamenti di giugno, il morale dei Pasdaran pare ridotto ai minimi storici e le defezioni nell'esercito regolare aumentano.
  • Il "secondo round" bellico non sarà solo aereo. Si prevede un intervento di "supporto tattico" alle forze rivoluzionarie interne per accelerare il collasso del regime. L'imprevedibilità di questa caduta rappresenta un rischio calcolato per gli USA: una destabilizzazione controllata è preferibile alla minaccia nucleare persistente.

5. Impatto sull'Europa e conclusioni

L'Europa si trova in una posizione di estrema vulnerabilità. Una caduta violenta del regime iraniano provocherà:

  1. Shock energetico di breve termine. Vale a dire volatilità dei prezzi prima della stabilizzazione promessa dai sauditi.
  2. Crisi Migratoria: un potenziale flusso di profughi verso i Balcani e il Mediterraneo.
  3. Riallineamento obbligato: l'UE dovrà decidere se seguire la guida di Washington o subire l'esclusione dai nuovi circuiti economici "Abramo-centrici".

L'offensiva finale, anche se minacciata per questi giorni, pare prevista entro la primavera del 2026. Il pretesto sarà la "protezione dei civili" iraniani e la "denuclearizzazione definitiva". In realtà, si tratta dell'atto finale per l'integrazione del Medio Oriente nel sistema finanziario e industriale americano.

ARTICOLO DEL 14 GENNAIO 2026

Dal punto di vista della liberazione umana, a parere dei Disarmisti esigenti, è oggi estremamente rilevante, per significato simbolico universale, la lotta iraniana: è sperabile che abbia seriamente la potenzialità di liberare l'Islam*, una delle grandi religioni mondiali, da concezioni che portano all'oppressione delle donne, entità sociale costituente la "metà del cielo" (mettendo in conto l'altra metà maschile).

(* Si sta parlando segnatamente dell'Islam sciita, che al momento, tra le varie religioni è quella che, a occhio e croce, può attirarsi più critiche di pesantezza patriarcale dal punto di vista del femminismo "storico". Dal punto di vista dei nuovi transfemminismi intersezionali la ricognizione è tutta da compiere. Ma rischiamo appunto di camminare su un terreno minato di identità ideologiche settarie, separanti la politica dal dialogo con le moltitudini popolari).

Questa lotta è forse più importante, oggi, per questo aspetto "simbolico", rispetto alla causa palestinese, che ha quasi monopolizzato le piazze occidentali. La quale resterà sempre valida, ma nell'immediato pagherà proprio l'egemonia che gli stessi media mainstream attribuiscono al proxy iraniano Hamas. La sovraesposizione mediatica di questa "resistenza" e di questo ruolo egemone riafferma il tribalismo su basi, appunto, di fondamentalismo religioso.

Oggi l'urgenza dei massacri cui assistiamo nelle strade di Teheran deve condurci a considerare tra le massime priorità la mobilitazione per la causa iraniana, che è quasi immediatamente causa di liberazione umana. Detto da chi esorta a non correre dietro le notizie e ad occuparsi invece delle "non notizie"!

Il nostro non è un invito a stare con le mani in mano. È, piuttosto, la scelta di un'azione più attenta, più consapevole, che non confonde il movimento con il fare e il fare con il senso.

Possiamo sostenere organizzazioni umanitarie che forniscono aiuto ai rifugiati iraniani o ai familiari delle vittime della repressione. Se possibile, possiamo offrire ospitalità o sostegno ai rifugiati che fuggono dalla persecuzione. Possiamo diffondere informazioni sulla situazione in Iran e sui diritti umani, e sollecitare il governo a prendere posizione. Possiamo premere sul nostri governo affinché sostenga la risoluzione delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Iran.

Un ipotizzabile intervento di polizia internazionale, al posto di blitz militari unilaterali, può essere autorizzato solo dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, in base al Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite. Il movimento Donna Vita Libertà o il popolo iraniano dovrebbero richiedere ufficialmente un tale intervento: noi dovremmo guardare a tale richiesta con atteggiamento favorevole. Di fronte a una repressione così brutale e sanguinosa la comunità internazionale avrebbe il dovere di ricorrere agli strumenti messi a sua disposizione dalla Carta dell'ONU come extrema ratio.

Raniero La Valle parla oggi, 14 gennaio, su IL FATTO QUOTIDIANO, di promuovere la resistenza nonviolenta e l'unità umana, ma questi valori non vanno promossi a senso unico contro il solo impero americano: la loro attuazione pratica deve guardare ad una alternativa globale costruttiva, ecologista e femminista, rispetto al sistema della potenza e del profitto illimitati. Bisogna togliere la terra sotto I piedi alle dinamiche che producono e nutrono le oligarchie finanziarie, digitali e militari.

Se comunque si ha a cuore il "prima le persone, prima l'Umanità, prima la Terra", è scontato che la nostra prima preoccupazione politica deve essere rivolta alla neutralizzazione di quel genocidio programmato che è la deterrenza nucleare. La caduta della teocrazia iraniana deve significare la fine dei programmi nucleari, nella consapevolezza che le tecnologie civili in questo campo hanno sbocco e significato militari. Ricordiamo che esiste da tempo una proposta in ambito TNP per creare in Medio Oriente una Zona libera da armi nucleari.

Premesso ciò, tutte le considerazioni che seguono assumono una luce speciale, realistica e "poietica".

L'alternativa come vita quotidiana

Non serve alzare la voce o agitare bandiere per dire che questo mondo non va. L'alternativa vera, quella che conta, somiglia a certi gesti semplici che si fanno al mattino: è una solidarietà che non aspetta il permesso di nessuno. Bisogna proporre cose che si possano toccare con mano, che abbiano il calore delle cose giuste. Un modo di vivere che rispetti la terra e l'uomo, non per ideologia, ma per una forma di elementare onestà verso la vita. La giustizia sociale non è un concetto astratto; è il pane spezzato insieme, è non sentirsi soli di fronte al bisogno.

La forza della Terra e della donna

C'è una verità profonda nel movimento delle donne e nel rispetto per la natura, una verità che precede la politica. L'ecologismo e il femminismo non sono "temi", sono la sostanza stessa della nostra sopravvivenza. La donna che si libera in Iran, o in qualunque altro angolo della terra, non sta solo rivendicando un diritto: sta restituendo all'umanità la sua interezza. È come il ritorno alla campagna, il rispetto per il ciclo delle stagioni: è un atto di resistenza contro un mondo che vorrebbe tutto meccanico, tutto calcolato. Senza queste due forze, ogni rivoluzione è solo un cambio di padrone.

Disarmare la potenza

Bisogna togliere la terra sotto i piedi a chi crede che il mondo sia una proprietà privata o un campo di battaglia. Le oligarchie, i poteri che decidono sopra le nostre teste, si nutrono della nostra rassegnazione. Smantellare queste strutture non significa fare un colpo di mano, ma smettere di alimentarle, con la nostra obbedienza, con i nostri consumi e le nostre paure. Occorre tornare a una dimensione umana, dove la democrazia sia partecipazione vera, come nelle vecchie sezioni o nelle discussioni al bar, dove ogni voce ha il suo peso perché dietro c'è un essere umano, non un algoritmo o un capitale.

Le azioni dell'"amico della Giustizia"

Per cambiare davvero, bisogna partire dal basso, con la pazienza di chi coltiva un orto:

  • insegnando ai giovani non solo i mestieri, ma il valore del limite e la bellezza dei diritti. Una sensibilità che nasca dall'osservazione del mondo, non dai libri di propaganda.
  • stando vicini a chi si organizza, non per spirito di fazione, ma per non lasciare solo chi combatte una battaglia giusta. La solidarietà è un sentimento che si impara facendolo.
  • costruendo il nuovo nel vecchio. Le cooperative, le comunità dove si vive insieme rispettando la natura, le economie che non cercano il profitto ad ogni costo. Sono queste le piccole luci nel buio del presente. Sono fatti, non parole.

ARTICOLO DEL 14 GENNAIO 2026

Dal punto di vista della liberazione umana, a parere dei Disarmisti esigenti, è oggi estremamente rilevante, per significato simbolico universale, la lotta iraniana: è sperabile che abbia seriamente la potenzialità di liberare l'Islam*, una delle grandi religioni mondiali, da concezioni che portano all'oppressione delle donne, entità sociale costituente la "metà del cielo" (mettendo in conto l'altra metà maschile).

(* Si sta parlando segnatamente dell'Islam sciita, che al momento, tra le varie religioni è quella che, a occhio e croce, può attirarsi più critiche di pesantezza patriarcale dal punto di vista del femminismo "storico". Dal punto di vista dei nuovi transfemminismi intersezionali la ricognizione è tutta da compiere. Ma rischiamo appunto di camminare su un terreno minato di identità ideologiche settarie, separanti la politica dal dialogo con le moltitudini popolari).

Questa lotta è forse più importante, oggi, per questo aspetto "simbolico", rispetto alla causa palestinese, che ha quasi monopolizzato le piazze occidentali. La quale resterà sempre valida, ma nell'immediato pagherà proprio l'egemonia che gli stessi media mainstream attribuiscono al proxy iraniano Hamas. La sovraesposizione mediatica di questa "resistenza" e di questo ruolo egemone riafferma il tribalismo su basi, appunto, di fondamentalismo religioso.

Oggi l'urgenza dei massacri cui assistiamo nelle strade di Teheran deve condurci a considerare tra le massime priorità la mobilitazione per la causa iraniana, che è quasi immediatamente causa di liberazione umana. Detto da chi esorta a non correre dietro le notizie e ad occuparsi invece delle "non notizie"!

Il nostro non è un invito a stare con le mani in mano. È, piuttosto, la scelta di un'azione più attenta, più consapevole, che non confonde il movimento con il fare e il fare con il senso.

Possiamo sostenere organizzazioni umanitarie che forniscono aiuto ai rifugiati iraniani o ai familiari delle vittime della repressione. Se possibile, possiamo offrire ospitalità o sostegno ai rifugiati che fuggono dalla persecuzione. Possiamo diffondere informazioni sulla situazione in Iran e sui diritti umani, e sollecitare il governo a prendere posizione. Possiamo premere sul nostri governo affinché sostenga la risoluzione delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Iran.

Un ipotizzabile intervento di polizia internazionale, al posto di blitz militari unilaterali, può essere autorizzato solo dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, in base al Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite. Il movimento Donna Vita Libertà o il popolo iraniano dovrebbero richiedere ufficialmente un tale intervento: noi dovremmo guardare a tale richiesta con atteggiamento favorevole. Di fronte a una repressione così brutale e sanguinosa la comunità internazionale avrebbe il dovere di ricorrere agli strumenti messi a sua disposizione dalla Carta dell'ONU come extrema ratio.

Raniero La Valle parla oggi, 14 gennaio, su IL FATTO QUOTIDIANO, di promuovere la resistenza nonviolenta e l'unità umana, ma questi valori non vanno promossi a senso unico contro il solo impero americano: la loro attuazione pratica deve guardare ad una alternativa globale costruttiva, ecologista e femminista, rispetto al sistema della potenza e del profitto illimitati. Bisogna togliere la terra sotto I piedi alle dinamiche che producono e nutrono le oligarchie finanziarie, digitali e militari.

Se comunque si ha a cuore il "prima le persone, prima l'Umanità, prima la Terra", è scontato che la nostra prima preoccupazione politica deve essere rivolta alla neutralizzazione di quel genocidio programmato che è la deterrenza nucleare. La caduta della teocrazia iraniana deve significare la fine dei programmi nucleari, nella consapevolezza che le tecnologie civili in questo campo hanno sbocco e significato militari. Ricordiamo che esiste da tempo una proposta in ambito TNP per creare in Medio Oriente una Zona libera da armi nucleari.

Premesso ciò, tutte le considerazioni che seguono assumono una luce speciale, realistica e "poietica".

L'alternativa come vita quotidiana

Non serve alzare la voce o agitare bandiere per dire che questo mondo non va. L'alternativa vera, quella che conta, somiglia a certi gesti semplici che si fanno al mattino: è una solidarietà che non aspetta il permesso di nessuno. Bisogna proporre cose che si possano toccare con mano, che abbiano il calore delle cose giuste. Un modo di vivere che rispetti la terra e l'uomo, non per ideologia, ma per una forma di elementare onestà verso la vita. La giustizia sociale non è un concetto astratto; è il pane spezzato insieme, è non sentirsi soli di fronte al bisogno.

La forza della Terra e della donna

C'è una verità profonda nel movimento delle donne e nel rispetto per la natura, una verità che precede la politica. L'ecologismo e il femminismo non sono "temi", sono la sostanza stessa della nostra sopravvivenza. La donna che si libera in Iran, o in qualunque altro angolo della terra, non sta solo rivendicando un diritto: sta restituendo all'umanità la sua interezza. È come il ritorno alla campagna, il rispetto per il ciclo delle stagioni: è un atto di resistenza contro un mondo che vorrebbe tutto meccanico, tutto calcolato. Senza queste due forze, ogni rivoluzione è solo un cambio di padrone.

Disarmare la potenza

Bisogna togliere la terra sotto i piedi a chi crede che il mondo sia una proprietà privata o un campo di battaglia. Le oligarchie, i poteri che decidono sopra le nostre teste, si nutrono della nostra rassegnazione. Smantellare queste strutture non significa fare un colpo di mano, ma smettere di alimentarle, con la nostra obbedienza, con i nostri consumi e le nostre paure. Occorre tornare a una dimensione umana, dove la democrazia sia partecipazione vera, come nelle vecchie sezioni o nelle discussioni al bar, dove ogni voce ha il suo peso perché dietro c'è un essere umano, non un algoritmo o un capitale.

Le azioni dell'"amico della Giustizia"

Per cambiare davvero, bisogna partire dal basso, con la pazienza di chi coltiva un orto:

  • insegnando ai giovani non solo i mestieri, ma il valore del limite e la bellezza dei diritti. Una sensibilità che nasca dall'osservazione del mondo, non dai libri di propaganda.
  • stando vicini a chi si organizza, non per spirito di fazione, ma per non lasciare solo chi combatte una battaglia giusta. La solidarietà è un sentimento che si impara facendolo.
  • costruendo il nuovo nel vecchio. Le cooperative, le comunità dove si vive insieme rispettando la natura, le economie che non cercano il profitto ad ogni costo. Sono queste le piccole luci nel buio del presente. Sono fatti, non parole.

"Ciò che conta è la fedeltà a se stessi e a quella scintilla di bene e di vita che ognuno si porta dentro. Se ci uniamo in questa fedeltà, il mondo, quasi senza accorgersene, inizierà a cambiare." (Carlo Cassola)

DA PARTE DI TRANSFORM ITALIA

Con il popolo iraniano! Mobilitiamoci in ogni città

14/01/2026

Appello di Rete Italiana Pace e Disarmo, Stop Rearm Europe-Italia, AOI, Sbilanciamoci.Migliaia di ragazzi e ragazze, studenti e studentesse universitarie stanno da giorni in piazza a fianco di lavoratrici e lavoratori organizzati che protestano contro il carovita e contro un sistema politico che, da decenni, reprime il dissenso.
È una mobilitazione di popolo, nonviolenta, che è in continuità con il movimento Donna Vita Libertà e reclama un profondo cambiamento di giustizia sociale e democrazia. Siamo con chi resiste, con chi non si piega, con chi rischia tutto per i diritti e la democrazia.
No alla repressione del regime, che sta causando migliaia di morti e di arresti.
No a ogni intervento imperialista e coloniale. Nessun re del mondo, basta guerre per il petrolio. Basta guerre e bombe "in nome della libertà".
Il futuro dell'Iran appartiene solo al suo popolo. Al fianco del popolo iraniano, scendiamo in piazza in ogni città, mobilitiamoci per fermare il massacro e per richiedere l'immediata liberazione di tutti i prigionieri politici.Donna, Vita e Libertà: il tempo è adesso!

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Sostegno al popolo iraniano. Presidio a Roma il 16 gennaio

14/01/2026Comunicato stampa – Per la libertà e la democrazia in Iran –Roma – La società civile italiana è chiamata a mobilitarsi in difesa dei valori universali di libertà e democrazia. Venerdì 16 gennaio, alle 16.00 in piazza del Campidoglio a Roma, si terrà una manifestazione promossa da Amnesty International e Woman Life Freedom for Peace and Justice, il movimento Donna Vita Libertà per sostenere il popolo iraniano. In Iran, uomini e donne stanno lottando pacificamente per i propri diritti fondamentali: libertà individuali, giustizia e democrazia e senza ogni forma di intervento militare straniero. Una mobilitazione per l' autodeterminazione di un popolo pacifico che la Repubblica Islamica sta reprimendo con estrema violenza, attraverso arresti arbitrari, torture e uccisioni nelle strade del Paese. Una repressione che non può lasciare indifferente la comunità internazionale. Con questa manifestazione, Amnesty International e Woman Life Freedom for Peace and Justice, movimento Donna Vita Libertà, invitano cittadine e cittadini, associazioni, movimenti e chiunque abbia a cuore i diritti umani a prendere parte a un momento pubblico di testimonianza e solidarietà, per dare voce a chi oggi viene messo a tacere. Essere presenti significa affermare che la libertà non ha confini e che la difesa dei diritti umani è una responsabilità collettiva. Roma diventerà così, per un giorno, uno spazio di sostegno concreto al popolo iraniano e alla sua legittima richiesta di futuro, dignità e democrazia. Appuntamento: Piazza del Campidoglio, Roma Venerdì 16 gennaio ore 16.00

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Una rivoluzione inevitabile

14/01/2026 di Fabio Alberti

Sul Messaggero di oggi Romano Prodi racconta come, visitando l'Iran nel 1978, rientrò in Italia con la convinzione: che "una rivoluzione è inevitabile", considerando la diffusa avversione in tutti i settori sociali al regime dello Scià con cui ebbe a che fare.

Nel mio piccolo ebbi la stessa sensazione nel visitare il paese, dove restai con la mia famiglia quasi un mese, nel 1973. Con chiunque parlassi, l'ostilità verso "lo Scià e l'imperialismo americano" era potentissima. Successivamente mi capitò, nel 1977 o 1978, non ricordo con esattezza, di trovarmi a Parigi ad una festa a cui partecipavano esiliati politici ed oppositori del regime dello Scià, marxismo-leninismo e una versione radicalmente terzomondista dell'Islam si intrecciavano nei discorsi. Mi fu presentato un anziano signore vestito in abiti tradizionali (gli altri presenti errano in jeans e minigonne) e mi dissero che sarebbe tornato in Iran e lo Scià sarebbe caduto molto presto. Pensai in seguito che potesse essere Khomeini.

La rivoluzione del 1979, che abbatté la monarchia Pahlavi, non nacque da una cospirazione internazionale, come dissero i sostenitori dello Scià e come lesse gran parte della stampa, incapace di vedere il mondo al di fuori dello schema della guerra fredda. Non era stata organizzata a Mosca, nonostante il partito comunista iraniano, il Tudeh, fosse tra i protagonisti. Studi recenti hanno trovato che l'Unione Sovietica fu presa di sorpresa ed anche indecisa sul da farsi.

Con buona pace di coloro che vedono sempre solo macchinazioni geopolitiche dietro alle rivolte popolari, la rivoluzione del 1979 non fu un colpo di Stato per procura, ma una sollevazione di massa contro il regime che era stato installato, questo sì con un golpe, per diretto intervento dei servizi segreti britannici e statunitensi nel 1953, dopo che il primo ministro democraticamente eletto, Mohammad Mossadeq, aveva nazionalizzato la Anglo Persian Oil Company in un tentativo di garantire indipendenza e sviluppo economico al paese. La composizione sociale della sollevazione popolare fu la stessa di quella che oggi sembra essere all'origine dell'attuale sollevazione: dalla borghesia cittadina e i commercianti dei bazaar, agli studenti universitari, agli strati più poveri della popolazione.

Non una improvvisa eruzione orchestrata dall'estero, ma un evento politico che aveva avuto una lunga incubazione nel profondo della società e che reagiva a condizioni di vita decrescenti e alla durezza della repressione, che si fece negli anni sempre più stringente.

Nel 1957 fu costituita, con l'assistenza della CIA e dei servizi britannici e israeliani la famigerata Savak, polizia segreta che rapiva, torturava, uccideva in modo indiscriminato gli oppositori. Il regime dei Pahlavi fu, in quegli anni, tra i più duri tra i regimi che gli USA instauravano in giro per il mondo, dall'Indonesia, all'Iraq, alle Filippine, ecc.

L'8 settembre 1978, ricordato come il "venerdì nero", dopo aver dichiarato la legge marziale in risposta alle agitazioni popolari che duravano da anni, l'esercito dello Scia giustiziò sulle piazze centinaia di manifestanti, fornendo la miccia del processo che portò nel febbraio del 1979 alla caduta del regime.

Queste due cose dovrebbero essere ricordate oggi: la rivoluzione del '79 non fu una cospirazione oscurantista contro un sovrano modernista, ma una rivolta di popolo contro un monarca assoluto. Dovrebbero ricordarselo coloro che nei governi e nelle redazioni giornalistiche inneggiano al figlio del massacratore Pahlavi sul trono di Persia, il cui nome viene sventolato molto più dai media mainstream, imboccati dagli apparati informativi occidentali, che nelle piazze di Teheran.

Dovrebbero ricordarselo anche coloro che vedono nella rivolta iraniana null'altro che la proiezione di potenza del mai sopito imperialismo statunitense e di Israele negando agency alle popolazioni in lotta. Anche oggi, come allora, la rivolta è stata lungamente incubata nella società iraniana, coinvolge larghi strati della popolazione e si oppone ad un potere oppressivo che ha condannato alla povertà un paese.

Certo anche oggi potenze esterne approfitteranno della situazione. Ma non esiste nella storia una rivoluzione che non abbia usufruito anche di forme di appoggio esterno. I fatti politici, soprattutto in campo internazionale non sono mai "puliti", come spesso vengono dipinti a posteriori, ma comprendono sempre un certo grado di opacità.

Leggere quanto avviene in Iran con la lente degli equilibri e delle sfere di influenza impedisce di vedere le persone, che vengono nascoste dietro agli Stati o alle Nazioni.

Un militante dell'opposizione democratica ha coniato la felice definizione di "orientalismo alla rovescia" le titubanze di alcune sinistre a sostenere i popoli quando i loro governi si professano "antimperialisti". E' già avvenuto per la rivoluzione siriana lasciata anche dai movimenti in pasto ai Mig di Putin e alle milizie integraliste islamiche.

Il regime iraniano si è evoluto nel tempo dalla presa del potere degli apparati religiosi all'interno dello schieramento rivoluzionario grazie alla retorica religiosa e alla maggiore capacità organizzativa. Si è rafforzato durante la guerra con l'Iraq, introducendo la narrazione del martirio eroico e consolidato il potere militare ed economico delle guardie della rivoluzione. Poi la retorica dell'"asse della resistenza" permetteva di proiettare all'esterno le proprie contraddizioni, continuando ad opprimere il proprio popolo nel nome della liberazione di un altro. Scambio che dovrebbe essere inaccettabile per qualunque movimento di liberazione. Ed intanto evolvendo in un conglomerato politico-economico-militare che domina la società e ne blocca lo sviluppo e la libertà, ancorandola all'inutile impresa nucleare e estendendo il controllo sul corpo delle donne per assicurarsi il sostegno della parte più arretrata della società rurale. La grave situazione economica ha fornito alimento e benzina ad una rivolta che nasce dalla profonda perdita di legittimità del regime.

Certo ci sarebbe piaciuta di più una evoluzione democratica dello stato iraniano sotto la pressione popolare che ne salvaguardasse anche l'autonomia e l'indipendenza. Un l'indebolimento della concentrazione di potere economico dei cosiddetti Guardiani della Rivoluzione, la progressiva attenuazione della presa delle disposizioni pseudoreligiose ed una democratizzazione della società e dell'economia. Ma ciò non sta avvenendo a causa della storica resistenza dei poteri consolidati e conglomerati a perpetuare sé stessi.

Se questo regime, che gli oppositori chiamano fascismo islamico, cadrà sarà per decisione della popolazione e non di Trump, ma non ci si deve scandalizzare se, in una lotta che è mortale, accetterà gli aiuti che arriveranno .

Chiediamoci se saremo in grado di far arrivare potenti, determinati e convinti anche il nostro sostegno.

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